Essere un predestinato è una maledizione

Che il crollo di tanti presunti predestinati ci serva da lezione.

 

 

Bardet, Quintana, Porte, Van Garderen, Kelderman, Boasson Hagen: sono stati proprio alcuni degli uomini più attesi sulle strade del Tour de France a deludere maggiormente. E per quanto i nomi fatti possano differire per caratteristiche, età e traiettoria, c’è un fattore che li accomuna: il carico di aspettative col quale avevano esordito nel ciclismo professionistico, la spiacevole sensazione d’aver già colto i frutti migliori che la loro carriera potesse offrire.

Bardet, Quintana e Van Garderen vennero indicati come futuri vincitori di almeno un Tour de France quando non avevano ancora ventiquattro anni; Porte, meno precoce rispetto ai primi tre, ha dovuto comunque sobbarcarsi le pressioni del movimento australiano nelle grandi corse a tappe: la maglia bianca conquistata al Giro d’Italia 2010 e il ritiro di Evans hanno avuto l’effetto opposto – asfissiarlo piuttosto che responsabilizzarlo; Boasson Hagen, invece, dei sei fu il più prematuro: a ventiquattro anni aveva già trionfato al Giro d’Italia, al Tour de France, alla Tirreno-Adriatico, al Delfinato, al Giro di Polonia, all’Eneco Tour e alla Gand-Wevelgem; Kelderman, infine, è il corridore che ha vinto meno tra i sei nominati, e tuttavia l’avvenire non gli mancava: disputò il suo primo Giro d’Italia a ventidue anni e arrivò diciassettesimo, ritornò un anno più tardi e concluse settimo.

Si fa un gran parlare della predestinazione, ma quanti sono realmente gli atleti che possono permettersi di deludere raramente le  – altissime – aspettative che vengono riposte in loro, senza che questi eventuali fallimenti non abbiano ripercussioni da un punto di vista psicofisico? Pochissimi, evidentemente. L’impressione è che, sempre più spesso, si commentino morti annunciate a nemmeno trent’anni: nervi saltati, fisici prosciugati, l’incapacità di spiegare prestazioni anonime. Si fa presto a riporre le speranze d’un movimento intero nelle gambe di un ventenne, così come si fa alla svelta a etichettare come promettente un giovane soltanto perché tale: ma avere vent’anni non significa necessariamente poter contare su chissà quali margini di miglioramento, e a spremere la gallina con tale ingordigia la si ammazza in breve tempo.

Forse il corso degli eventi sta cercando di dirci qualcosa: di tenere sotto controllo il più possibile l’esasperazione che si respira fin dagli ambienti giovanili, di avere rispetto per un giovane perché ancor prima che un talento è un ragazzo – con tutto quello che ne consegue -, di sviluppare un senso critico più ampio che permetta di andare oltre la lista dei risultati e il titolo da due soldi (il futuro è già arrivato, il marziano, l’extraterrestre, è nata una stella, il manifesto del o di, eccetera). E di sani esempi da seguire ce ne sono eccome: basti pensare a De Marchi e Ballerini, due atleti che hanno fatto fatica a trovare un posto tra i professionisti ma che adesso stanno riscuotendo la loro parte con gli interessi; oppure a Froome, Nibali, Viviani, Van Avermaet, campioni che hanno trovato la definitiva consacrazione nella seconda parte della carriera.

Non stupiamoci, dunque, se delle tante promesse più o meno ostentate se ne mantengono soltante alcune: in certi casi sarà la selezione naturale a fare il suo lavoro, in altri invece potrebbero influire tantissimo la lungimiranza delle squadre e l’onestà intellettuale di chi questo sport lo racconta più o meno assiduamente. Il contrappasso non risparmia nessuno, nemmeno Merckx: nonostante fosse un prodigio della natura, il belga fu costretto ad alzare bandiera bianca a soli trentadue anni; gli obblighi, le responsabilità e le aspettative che lo avevano mosso per un decennio lo lasciarono improvvisamente vuoto e scarico.

 

 

Foto in evidenza: ©Cycling Weekly, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.