I veri problemi del ciclismo italiano

I veri problemi del ciclismo sono quelli di cui si parla meno.

 

L’Italia non è più la Nazione con il maggior numero di ciclisti nel World Tour: questa è la notizia che diverse testate giornalistiche settoriali, cartacee ed elettroniche, hanno riportato nelle ultime settimane. Il primato spetta al Belgio con cinquantadue corridori contro i cinquantuno italiani. Questa curiosità è stata presentata come uno – se non il – dei campanelli d’allarme che devono crepare le orecchie di appassionati e addetti ai lavori del movimento ciclistico nostrano. La verità, per quel che ci riguarda, ci sembra sia un’altra.

Basta riflettere sui cambiamenti dell’ultimo decennio per capire quanto sia normale questa situazione. Il ciclismo è diventato un fatto internazionale: finita l’era delle superpotenze, del dominio di Belgio, Francia e Italia con tutti gli altri paesi ad assistere o, nella migliore delle ipotesi, a recitare da comparse. Una drastica diminuzione del numero di professionisti era la conseguenza più ovvia in quei movimenti storici che contavano decine se non centinaia di corridori sparsi in tutta Europa.

È una sorte che non è toccata soltanto all’Italia: il Belgio, come si è detto, ha soltanto un atleta in più di noi; la Francia ne ha quarantuno, l’Olanda trentaquattro, la Spagna ventinove, la Germania ventisette e la Gran Bretagna ventuno. E la tendenza continuerà a essere questa. Asia e Africa, ad oggi, fanno parte solo parzialmente del World Tour: la loro presenza in pianta stabile assesterà ulteriormente i numeri attuali.

Va detto anche che avere più ciclisti nel World Tour è un vanto di poco conto. Una curiosità, come detto in precedenza; una statistica che lascia il tempo che trova, come il possesso palla nelle partite di calcio: per niente indicativo, spesso marginale e in contrasto col risultato finale. La Gran Bretagna ha la metà dei nostri uomini eppure brilla nelle grandi corse a tappe e in pista e si fa valere nelle prove di un giorno e in volata. Stesso discorso per la Spagna, che nonostante le palesi difficoltà di un movimento tutt’altro che sano continua ad abitare i piani alti con Valverde e spera nella consacrazione di Mas.

Discorso opposto per il Belgio, a dimostrazione che la quantità non fa la qualità. Il livello medio è altissimo, le mezzepunte abbondano: fatto sta che non possono contare né su un velocista né su un uomo da grandi giri di livello con Van Avermaet e Gilbert come fari di un movimento che anche nelle classiche non sembra in grado di fare la voce grossa come invece succedeva spesso. Senza dimenticare che Van Avermaet è prossimo ai trentaquattro anni mentre Gilbert di anni ne ha già trentasei. Il numero di corridori, dunque, non rispecchia il rapporto reale dei valori in campo.

Quella che da molti è stata rilanciata come una notizia nefasta si rivela essere invece soltanto un segno dei tempi che cambiano, di un ciclismo che si è definitivamente allargato fino a coinvolgere Australia, Giappone e Colombia e che non tornerà mai più quello di prima. L’Italia del pedale non è in crisi perché ha la metà dei corridori di dieci o quindici anni fa altrimenti tutto il movimento internazionale, interpretando i dati com’è stato fatto con quelli italiani, sarebbe in crisi. E per certi versi lo è, infatti: per la riforma del World Tour che partirà dal 2020 e che penalizzerà ancora di più gli sforzi delle Professional; per un calendario troppo lungo e disomogeneo; perché diciotto licenze World Tour sono troppe: non ci sono davvero circa cinquecento corridori che meritano di stare a questo livello; perché il carrozzone costa sempre di più: ci sono trasferte, ritiri, materiali, figure professionali, corridori a cui far fronte e l’abbandono di Sky può voler significare anche questo, che nemmeno un colosso da quaranta milioni all’anno riesce a sostenere tutte queste spese.

E poi c’è una base che si assottiglia sempre di più perché pedalare in strada fa paura e a volte ci si rimane, ci sono o per meglio dire non ci sono sponsor pronti ad investire per mancanza di garanzie, per non parlare di categorie giovanili che oscillano tra l’esasperazione e la disorganizzazione. E istituzioni, lente e pigre, che alle responsabilità e all’eventuale errore (terribile, certo, ma almeno ci sarebbe un tentativo da segnalare) preferiscono l’immobilità, la certezza della quiete all’imprevedibilità della tempesta. Il movimento italiano e internazionale non è in salute e a breve bisognerà farci i conti, a meno che non si voglia assistere alla sua esplosione: ma lasciate perdere il numero dei corridori, le radioline e i misuratori di potenza. Iniziamo col dare la precedenza alle priorità.

 

Foto in evidenza: ©Caffè&Biciclette

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.