Oggi doveva partire il Giro d’Italia 2020. Cos’è rimasto da dire?

 

 

Io, non voglio nascondermi dietro a un dito, ero uno di quelli che inizialmente aveva sottovalutato la portata di quello che stava succedendo. La situazione caotica occorsa all’UAE Tour, ad esempio: non ne condividevo né l’enfasi né la terminologia; si parlava di ostaggi, come se fossero dispersi in una grotta in Afghanistan e non in un albergo extralusso dotato di ogni comfort, con la possibilità di collegarsi via internet in tutto il mondo. Forse, in un primo momento, posso aver avuto anche ragione: una soddisfazione di plastica, s’intende. Anche perché di lì a poco la situazione sarebbe degenerata. E comunque, come mi fece notare qualcuno, all’UAE Tour bisognava esserci e io non c’ero. Ero a casa, invece, l’osservatorio dal quale ognuno di noi è convinto di capire il mondo.

A casa non ci sarei rimasto soltanto qualche ora: le ore sarebbero diventate giorni, i giorni settimane, le settimane almeno due mesi. Il calendario ciclistico avrebbe seguito un percorso parallelo. Sembra ieri, quando s’iniziava a vociferare di un possibile annullamento della Strade Bianche, della Tirreno-Adriatico e della Milano-Sanremo. Sono già passati due mesi abbondanti e la situazione non è affatto migliorata. Ieri è diventato un oggi perenne, nessuno di noi è capace di intravedere un qualsivoglia domani. Che arriverà, c’è da starne certi: non è questo il problema. La questione, semmai, è cercare di anticiparlo, quantomeno di non farsi trovare spiazzati un’altra volta. Non sappiamo cosa succederà, ma qualcosa succederà: di bello e di brutto, di superfluo e di decisivo.

Credo che ognuno di noi, nelle ultime settimane, abbia dovuto fare i conti principalmente con tre sensazioni. L’incertezza, innanzitutto, avvinghiata con la paura in una relazione di causa-effetto: cosa fare e cosa non fare, cosa dire e cosa non dire, cosa pensare e cosa non pensare; la consapevolezza che su ogni movimento e pensiero aleggiasse l’ombra dell’errore. Dopo l’incertezza – o prima, o insieme, cambia poco – venne l’impotenza: la tremenda consapevolezza di non poter far nulla, anzi, di non dover far nulla, se è vero che da marzo ci viene ricordato quotidianamente che meno si fa e meglio è, in quanto a rischi e prevenzione. Infine la mancanza di ritualità, quella teoria di abitudini più o meno imposte, più o meno cercate, più o meno consce che scandiscono la nostra vita. È saltato tutto e ci si è sentiti impauriti e vulnerabili, come se avessimo perso l’orientamento e la nostra bussola si fosse rotta.

Anche lo sport, quindi anche il ciclismo, si fonda sulla ritualità. Le classiche si combattono tra il bello e il cattivo tempo, l’esplosione dell’allergia combacia con il passaggio del Giro d’Italia, l’asfissiante luminosità dell’estate è simboleggiata dalla maglia gialla del Tour de France, mentre la malinconia d’ottobre è tutta colpa delle strade che si spogliano del gruppo come gli alberi delle foglie secche. Oggi doveva partire il Giro d’Italia, ma non partirà un bel niente, e infatti quest’anno l’allergia mi dà meno noia del solito. È giusto che non si corra, i motivi sono sotto gli occhi di tutti. E poi il Giro d’Italia è un fatto sociale, un’occasione di festa e di ritrovo, finanche di polemica: serena, però, non esasperata. Serve per rinsaldare, non per spaccare. Un Giro d’Italia in queste condizioni, invece, avrebbe soltanto diviso e incattivito. Pare che si possa correre d’autunno, staremo a vedere: più sì che no, guardandosi intorno. Se dovesse effettivamente disputarsi non sarà comunque la stessa cosa, si capisce, ma non è detto che questo sia un male.

Il Giro d’Italia è uno dei capisaldi della realtà: in un ipotetico testa a testa col Giro d’Italia, la fantasia ne uscirebbe distrutta. Non c’è niente da immaginare o inventare che il Giro d’Italia non abbia già immaginato e inventato. Visto che non c’è, tuttavia, sarebbe cosa buona e giusta provare a sfruttare la sua assenza in maniera intelligente. Ripensando cos’è lo sport, magari. Partendo da qui: smettiamola di trattarlo come “la cosa più importante delle cose meno importanti”. Non è più così, è sotto gli occhi di tutti. Per anni questa concezione ha offerto degli assist clamorosi: a chi voleva lavarsene le mani, svuotandolo del suo significato sociale e trattandolo come una vacca da mungere; e a chi confonde lo sport con lo spettacolo, credendolo ricco e in salute quando invece è soltanto patinato e prossimo all’implosione, gli stessi che nelle ultime settimane stanno sfogando la loro rabbia sugli stipendi faraonici degli sportivi. Se buona parte dell’Italia non sa cos’è lo sport, è colpa di chi non s’è mai preso la briga di spiegarglielo. Guardate l’indotto che genera, le persone che rischiano di rimanere disoccupate e quelle che si sentono orfane della loro passione: no, lo sport non è più “la cosa più importante delle cose meno importanti”. Tutti i problemi che lo affliggono nascono da questo vizio di fondo.

Mi piacerebbe affermare che non è né il momento delle accuse, né quello migliore per stabilire chi ha torto e chi ha ragione. Ma a cosa servirebbe? Certe figure dicono il contrario di quello che pensano e fanno il contrario di quello che dicono e pensano. E infatti l’indice s’alza da solo in segno d’accusa e dalle parte della ragione non c’è più una sedia libera. Ma qual è la parte della ragione, qualcuno saprebbe spiegarmelo? Mi pare che si stia giocando a stabilire il colore del camaleonte. E intanto il camaleonte ritorna trasparente, indefinibile, inafferrabile. Manca un minuto a mezzanotte, tocca a noi esprimere un desiderio: si accettano anche quelli impossibili, purché siano nobili.

 

 

Foto in evidenza: ©Giro d’Italia, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.