La Milano-Sanremo di Vincenzo Nibali

Una Milano-Sanremo arrivata all’improvviso permette a Vincenzo Nibali di entrare nella leggenda.

 

Scrivere di Vincenzo Nibali è un esercizio da equilibristi: per non cadere bisogna pur muoversi ma è necessario prestare attenzione alla direzione verso la quale stiamo puntando. Elogiarlo a priori è retorico tanto quanto sminuirlo. Dato che queste righe non le sta scrivendo né uno dei suoi tifosi più sfegatati né tantomeno uno dei suoi detrattori più accaniti, vi abbiamo già rivelato il finale: l’equilibrista non cadrà.

Una vittoria è sempre una vittoria, d’altronde qualsiasi aspetto della vita di un atleta (e di una squadra) professionista è finalizzato al risultato massimo. Checché se ne dica, il peso specifico dei rivali sconfitti conta eccome. Da questo punto di vista non si può non notare che i quattro grandi giri conquistati da Nibali siano arrivati al termine di corse ora a senso unico, ora rocambolesche.

Alla Vuelta a España 2010 salirono con lui sul podio Mosquera e Velits, senza dimenticare la rovinosa caduta del leader provvisorio Igor Antón nel corso della quattordicesima tappa: fino a quel momento il più forte sembrava proprio lui. Anche per quanto riguarda il Giro d’Italia 2013 si fa fatica a trovare un nome in grado di impensierirlo: Urán è ancora acerbo, Evans in fase calante e Wiggins saluta la carovana a metà gara.

Il punto più alto della carriera di Vincenzo Nibali. ©V4nco, Wikipedia

Il Tour de France 2014 rappresenta sicuramente il punto più alto toccato da Vincenzo Nibali, mai così lucido, in forma e sicuro dei propri mezzi. È chiaro che delle cadute di Froome e Contador lui può soltanto prendere atto: e invece molti glielo rinfacciano, come se fosse colpa sua o le avesse decise lui. Allo stesso tempo, però, è altrettanto palese che i due illustri ritiri gli hanno facilitato la vita: Péraud e Pinot non avrebbero mai pensato di salire sul podio di quella corsa e non potevano chiedere di più, mentre Valverde dimostrava quei limiti che hanno sempre caratterizzato le sue campagne nei grandi giri.

Il Giro d’Italia 2016 lo ha visto risorgere nel finale sfruttando le sue doti da fondista e da tenace che hanno costituito parte della sua fortuna. Anche qui, però, saremmo imparziali se non ricordassimo la giravolta di Kruijswijk (per la quale vale lo stesso discorso fatto sopra con Froome e Contador) e se non dicessimo che Kruijswijk, Chaves e Valverde sono sì dei clienti scomodi ma non i primi corridori sui quali punteremmo per la vittoria finale di una grande corsa a tappe.

Al polo opposto si manifestano, invece, le difficoltà che Nibali ha incontrato quando le sue ruote si sono incrociate con quelle di Contador, Froome, Quintana e Dumoulin. Questo significa forse che Vincenzo Nibali abbia vinto quattro grandi giri perché fortunato? Assolutamente no, tenendo conto che poche scivolate gli hanno portato via la possibilità di giocarsi un altro Giro d’Italia, un’Olimpiade e la parte più importante della passata stagione. Si potrebbe dire che si è fatto trovare più che pronto quando la corsa era alla sua portata e gli avversari hanno commesso errori imperdonabili.

Il Giro d’Italia 2016 è l’ultimo grande giro conquistato da Vincenzo Nibali. ©filip bossuyt, Wikimedia Commons

La sensazione è che se ci limitassimo ad analizzare Vincenzo Nibali per quanto fatto nelle corse a tappe ne uscirebbe un giudizio parziale: un campione di costanza contro avversari spesso di secondo piano e incapace di sopravanzare i suoi pari. Non ci inventiamo nulla, è sufficiente controllare le classifiche generali di Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta a España dal 2010 in poi. Nibali, almeno agli occhi di un esterno che si trova inevitabilmente a rapportarlo agli altri campioni della sua epoca, sconta il suo essere tutto sommato normale, umano. Non è né un dominatore scoppiettante come Contador né un normalizzatore immarcescibile come Froome.

È in questo quadro che dobbiamo collocare le tre classiche monumento vinte dal siciliano. Il Giro di Lombardia del 2015 suggellato con una splendida azione in discesa e in pianura, quello del 2017 domato grazie a una prestazione maiuscola e infine la Milano-Sanremo 2018 strappata dalle grinfie dei velocisti. Questi successi, conseguiti su terreni non così congeniali al siciliano come le lunghe salite dei grandi giri, lo hanno proiettato in un’altra dimensione.

All’indomani della vittoria alla Sanremo mi chiedevo se per consacrare Vincenzo Nibali nel gotha del ciclismo ci volesse un successo del genere. Mi detti anche una risposta: era affermativa. Il trionfo alla Milano-Sanremo, improvviso e perfetto, lo ha fatto brillare di una luce nuova. La duttilità e l’imprevedibilità delle sue azioni sono diventate d’un tratto evidenti e magnifiche. La telefonata arrivata da Merckx per congratularsi ha legittimato il suo nuovo status. Al termine di un assolo durato una decina di chilometri è stato riconosciuto a Vincenzo Nibali quello che in molti hanno provato a sottrargli per un decennio.

 

Foto in evidenza: ©Francesco Bonasera, Flickr

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.