Era inevitabile che al Tour de France venisse riservato un trattamento speciale.

 

 

Il Tour de France 2020 si correrà dal 29 agosto al 20 settembre. Partiamo da qui, dall’unico elemento un po’ più certo di tutti gli altri. Definirlo incontrovertibile sarebbe eccessivo, dato che un eventuale prolungamento della situazione d’emergenza che stiamo vivendo lo farebbe definitivamente saltare senza tanti complimenti. Per diverse settimane, la retorica del ritorno alle corse come rinascita l’ha fatta da padrone: qualsiasi corsa sembrava potesse andar bene, purché si ritornasse a disputarne una il prima possibile. In molti, sotto sotto, speravano che questa corsa fosse il Giro d’Italia, facendosi forza anche col precedente del 1946 – che con l’attualità non c’entra assolutamente niente, ma tant’è. Una speranza comprensibile, finanche lecita: ma, duole dirlo, altrettanto ingenua.

Non appena è stato comunicato che la precedenza è stata data al Tour de France, tutte le buone intenzioni che avevano infiocchettato i discorsi delle ultime settimane sono andate a farse benedire. Chissenefrega, almeno così m’è parso di capire, del Tour de France: la corsa della rinascita doveva essere il Giro d’Italia. E che di quest’ultimo non si sappiano ancora le date non ha fatto altro che alimentare polemiche, complottismi e dietrologie. Si sa soltanto che verrà corso in autunno, ottobre dovrebbe essere il mese intorno al quale ruoterà.

Checché se ne dica, il Tour de France rimane per distacco la competizione ciclistica più prestigiosa e importante; dunque non c’è da stupirsi più di tanto se le viene riconosciuto un trattamento speciale. Anzi, è ipotizzabile che siano state le squadre stesse a spingere in questa direzione. Nei giorni scorsi, infatti, molti team manager hanno sottolineato che se non si fosse disputato il Tour de France il movimento ciclistico avrebbe rischiato di collassare. Nessuno, al contrario, ha attribuito un’importanza simile al Giro d’Italia o alla Parigi-Roubaix: nessuno, in sostanza, ha affermato che senza il Giro d’Italia o la Parigi-Roubaix il movimento ciclistico internazionale si sfalderebbe.

Se vogliamo che il ciclismo continui ad esistere, insomma, dobbiamo accettare quant’è stato deciso. A maggior ragione, considerando la straordinarietà del momento che stiamo vivendo. Era inevitabile che la precedenza spettasse al Tour de France, così com’era inevitabile che alcune corse c’avrebbero rimesso o avrebbero dovuto accontentarsi di una sistemazione sconveniente, approssimativa e precaria: d’altronde, comprimere in poche settimane una stagione misurabile in mesi significa prendere delle decisioni persino dolorose e drastiche. Qualcuno, colto sul vivo, proponeva di mettere il Giro d’Italia negli stessi giorni del Tour de France così da lasciare la patata bollente alle squadre. È un bene che non sia andata così: il movimento ciclistico non ne avrebbe tratto nessun giovamento e il Giro d’Italia, da un simile confronto diretto col Tour de France, verosimilmente ne sarebbe uscito con le ossa rotte.

Tuttavia, questo non significa che qualsiasi scelta calendariale debba essere accettata senza opporre resistenza. Ultimamente, infatti, diverse personalità ciclistiche hanno fatto notare l’importanza di non lasciare nessuno per strada e di creare un sistema il più virtuoso possibile affinché gli attori più deboli non soccombano. Chi potrà gestire meglio l’ineluttabile contraccolpo economico, insomma, dovrebbe ricordarsi che il ciclismo è un sistema e non una somma di individualismi. Più facile a dirsi che a farsi, s’intende. Il problema non sta tanto nel ruolo preminente del Tour de France e di ASO, quanto nel credere che il movimento ciclistico internazionale non abbia bisogno delle altre parti che lo compongono.

 

 

Foto in evidenza: ©ITALPRESS, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.