Quando ci voleva anche un po’ di vocazione

Il ciclismo è un genere letterario che non può accontentarsi della banalità.

 

Scrivere di ciclismo è un’esperienza particolare e questa peculiarità è da ricercare nel ciclismo stesso. È il ciclismo ad essere uno sport particolare: non ci sono né palle né motori, la singola prestazione sportiva può durare diverse ore, tattiche e giochi di squadra seguono logiche che viste da fuori appaiono insensate, il risultato quotidiano può non essere in linea con l’andamento generale della corsa. La strada non è circuito, stadio, arena, palazzetto, campo; la corsa, essendo animata da gracili uomini che per muoversi possono contare soltanto sulla loro voglia di fare fatica, non è semplice manifestazione sportiva; quel che succede in gruppo non è soltanto tattica, dialettica, retorica, malinteso.

Insomma, una gara di biciclette assomiglia così tanto al mutamento delle nostre esistenze da non poter essere vista, capita e raccontata come un qualsiasi altro evento sportivo. La letteratura ciclistica è una questione seria, vera e propria, che sta in piedi da sola, non una frase fatta. Di ciclismo hanno scritto alcune delle più grandi penne del Novecento. E proprio per questo motivo, la banalità non è ammessa: o meglio, non dovrebbe essere ammessa.

Basta guardarsi intorno per rendersene conto: i quotidiani, le riviste e la rete sprizzano mediocrità. Fortunatamente c’è ancora qualche isola felice, cartacea o digitale che sia, alla quale ispirarsi: è nobile e produttivo sfidarsi a colpi di penna e fantasia alla ricerca del passaggio migliore. Per spiegare questo drastico abbassamento della qualità servirebbero critici, esperti, personalità storiche con voce in capitolo: non appartenendo a nessuna delle categorie sopracitate, glissiamo.

Una situazione analoga a quella del giornalismo ciclistico italiano la si ritrova anche nell’editoria. Un genere in particolare sembra avere la forza, dettata purtroppo da molti fattori tra i quali raramente rientra la qualità, di prendere il sopravvento: la biografia. Sulla cresta dell’onda da ormai un decennio, sono pochissimi gli sportivi di livello assoluto che rinunciano o che non si dimostrano interessati alla stesura delle loro memorie sportive e private. La presenza di un giornalista o di uno scrittore al loro fianco favorisce il tutto. Quello che a monte potrebbe sembrare un progetto editoriale interessante, nella maggior parte dei casi si rivela un sasso travestito da diamante.

Di seguito tre titoli che chi scrive questo editoriale, per curiosità o deformazione professionale, ha letto: “Bestie da vittoria”, “Di furore e lealtà” e “My World”, ovvero le biografie di Danilo Di Luca, Vincenzo Nibali e Peter Sagan, quest’ultima uscita recentemente. Ovvio che il ragionamento critica è sul libro-strumento, non certo sul personaggio protagonista o sull’autore al suo fianco. La caratura di Sagan e Nibali, ad esempio, non ci fa odiare Di Luca per i suoi trascorsi; così come non ci permettiamo – né ci interessa – criticare l’operato effettivo di Enrico Brizzi e John Deering, confidenti dei primi due, i quali hanno una carriera editoriale e giornalistica autoevidente.

Quello che ci lascia sinceramente interdetti è il succo di questi libri: aspro, inodore, incolore. Al di là delle lecite differenze tra l’uno e l’altro (verace quello di Di Luca, romantico e preciso quello di Nibali, spensierato quello di Sagan), la musica non cambia: carta assorbente che si limita a riportare fedelmente gli avvenimenti senza nessuno slancio, senza nessuna traccia da parte della penna fatta eccezione per l’inchiostro. Opere banali, prevedibili. Biografie che suscitano reazioni positive soltanto in coloro che si accontentato di poco, o che si sono affacciati da poco al ciclismo e sono quindi dei neofiti in materia.

Il problema è che il livello medio si abbassa drasticamente. Anche se dall’esterno può sembrare il contrario, anche se in copertina c’è il volto di Nibali, Di Luca o Sagan, anche se il registratore di cassa non sbaglia sostenendo che di questi libri ne sono stati venduti migliaia. È che a noi piace leggere, e piace leggere bene.

Quella della biografia assistita è ormai una pratica consolidata, non solo nel ciclismo, e qualche volta è vera letteratura, ad esempio Open di Agassi (con il premio Pulitzer J. R. Moehringer, per Einaudi). Ci guadagnano tutti i soggetti coinvolti: l’editore che vende, lo scrittore o il giornalista che mette il suo nome accanto a quello di un atleta famoso e lo sportivo in questione in immagine, umanità e narcisismo. Eppure c’è chi ha saputo confezionare delle gemme: Claudio Gregori, Marco Pastonesi, Marco Ballestracci, ovvero “Il corno di Orlando” e “Merckx, il Figlio del tuono” (entrambi  ed. 66thnd2nd), “Pantani era un Dio” (ed. 66thand2nd), “Imerio” (Instar Libri) e “1961 – L’anno in cui vinse il fantasma di Coppi” (Ediciclo). Quando la pagina vibra, quando la penna canta, quando la letteratura sportiva si compie.

 

Foto in evidenza: @Cyclist, Twitter.

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.