In astinenza da ciclismo, del Tour de France ci manca persino la noia.

 

Oggi si sarebbe dovuta disputare la quinta tappa del Tour de France 2020, la Gap-Privas di 183 chilometri. La Grande Boucle doveva iniziare quattro giorni fa, sabato ventisette giugno, in anticipo rispetto al solito data la presenza delle Olimpiadi di Tokyo. E invece non c’è niente di tutto questo, né il Tour de France né tantomeno le Olimpiadi – figurarsi la quinta tappa.

Non c’è il ciclismo, soprattutto, e a risentirne è stato perfino il caldo, arrivato nettamente in ritardo sulla tabella di marcia, spiazzato dall’assenza del gruppo sulle strade francesi. Siamo spiazzati anche noi, che di tutto questo eravamo al corrente: non ci ricordavamo, però, di quanto potesse essere opprimente e insostenibile il caldo estivo senza quel colorato diversivo che è il Tour de France. Della Grande Boucle ci manca perfino la noia, il tratto caratterizzante l’ultimo decennio della corsa francese. Si sa, pur di provare qualcosa l’uomo si accontenterebbe pure della noia.

Lo si sarà capito, siamo in astinenza da ciclismo, lo mendichiamo come l’esteta la bellezza, come un sorso d’acqua fresca in un pomeriggio che crepa l’asfalto. Comprendeteci, sappiamo che anche voi non ve la passate poi tanto meglio. E per chi non ci comprende, non importa, anche se bisognerebbe sforzarsi – di tanto in tanto – di provare ad accettare anche quello che non si capisce.

Noi l’abbiamo fatto col Tour de France, un principe altezzoso che troppo spesso si è dimenticato di farsi benvolere. Abbiamo chiuso un occhio quando esagerava, l’abbiamo perdonato quando ci deludeva, abbiamo fatto finta che i suoi difetti ne accrescessero il fascino. E allora, oggi, schiantati dall’assenza di questo rituale pedagogico e formativo, ci riscopriamo dipendenti anche – se non soprattutto – da quei momenti che la normalità ci spinge a trascurare: la noia di un copione già scritto e della legge del più forte, del più ricco, del più realista e del più organizzato; il Tour de France che si corre a bordo strada, quello delle coreografie sempre uguali e sempre simpatiche e quello dei tifosi scalmanati ed esibizionisti – a patto che non si scavalli i limiti del rispetto dei corridori: quegli eccessi non ci mancano per niente; e poi le polemiche per lo spettacolo mancato, il podio di Parigi col sole che tramonta, l’estate che sembra finire in quel momento anche se deve ancora arrivare agosto.

©Équipe Cycliste Groupama-FDJ, Twitter

Tornerà anche quest’anno, il Tour de France, non manca nemmeno così tanto: meno di due mesi, si parte il 29 agosto e si arriva il 20 settembre. Si arriva tutti, chi lo pedala e chi lo segue, ognuno corre il suo minuscolo e personalissimo Tour de France. Quest’anno promette bene, vuoi per un percorso disegnato diversamente, vuoi per la presenza di tanti grossi calibri – senza dimenticare, ovviamente, il carico di incertezze che la primavera non ha potuto dissipare.

Oggi, si diceva, doveva disputarsi la quinta tappa, la Gap-Privas di 183 chilometri. Veniva presentata come una tappa adatti ai velocisti e senza particolari difficoltà altimetriche. Il gruppo sarebbe partito all’ora di pranzo, la giornata non si sarebbe conclusa prima del tardo pomeriggio. In maglia gialla, considerando la seconda e la quarta frazione stranamente montuose, ci sarebbe stato un corridore di primo piano ai fini della classifica generale – uno su tutti, Alaphilippe. Le grandi squadre avrebbero lasciato fare almeno fino alle cinque, l’ora in cui il rumore dei giochi dei bambini filtra dalle persiane chiuse e dalle finestre semi accostate.

Nel primo pomeriggio, dopo qualche schermaglia iniziale, il gruppo avrebbe lasciato andar via una fuga di seconde linee. Noi, nel caldo e mortale silenzio estivo, ci saremmo riscoperti a tifare per dei nomi che non ci vengono mai in mente, misurandone le scarsissime possibilità di arrivare al traguardo prima del gruppo. «Chissà se arrivano», avremmo sussurrato svogliati verso le due del pomeriggio, con la tenda tirata e l’impressione che l’estate potesse durare per sempre.

 

 

Foto in evidenza: ©EBU, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.