Non possiamo scegliere il futuro, quindi godiamoci il presente. Godiamoci il ciclismo.

 

Sono in pochi coloro che sanno immaginare il futuro, mentre nessuno è in grado di prevederlo. Tornerebbe comodo essere sciamani o stregoni, ma purtroppo non apparteniamo a nessuna delle due categorie.

Una domanda, però, sorge spontanea dentro di noi: perché dobbiamo necessariamente aspettarci qualcosa dal futuro? Esso accadrà comunque e se ne infischierà delle nostre aspettative. Non possiamo scegliere il ciclismo del futuro che più ci aggrada mentre siamo in grado, o dovremmo esserlo, di scegliere i toni e le parole coi quali raccontarlo.

Il ciclismo del futuro non avrà niente di diverso da quello attuale o da quello del passato: ci saranno ancora una bicicletta e un traguardo, i corridori e la fatica, la salita e la discesa. I ragionieri del pedale non sono certo nati oggi: coraggio e fantasia non sono certo invenzioni da attribuire al ciclismo.

L’equilibrio è la chiave del ciclismo e del nostro modo di raccontarlo: le emozioni vanno centellinate altrimenti regnerà il relativismo. Quel che è stato e quel che sarà non sono necessariamente migliori di quel che è adesso, ora, in questo preciso momento: la nostalgia e il progresso sono due bestie dai tanti volti ingannatori. Indietro non si torna e sinceramente non riusciamo ad immaginarci un ciclismo fatto di automi remissivi e spettacolo anestetizzato, come molti lamentano lasciando praterie alla pancia e costringendo il cervello in una gabbia.

Il ciclismo non è mai stato né sarà: è, da sempre e per sempre. A cambiare saranno gli aspetti più intriganti: le storie e i personaggi, le traiettorie e gli eventi, gli aneddoti e i retroscena.

Suiveur si presenta senza la pretesa di inventare o di stravolgere, ma con molte idee e motivazioni. Non possiamo che apprezzare e guardare con fiducia questa ventata d’aria fresca che rinnova il movimento ciclistico mondiale.

La volontà di Suiveur è quella di esserne fedele raccontatore, attento psicologo, allegro cantastorie. Di esserci sempre ma in silenzio, senza urlare e senza pacchiani esibizionismi. Di rendere un buon servizio al ciclismo e al giornalismo, le due grandi passioni degli autori di queste parole.


E se poi proprio non possiamo fare a meno di parlare di futuro, non possiamo non considerare ciò che accade oggi né quello che ci siamo appena lasciati alle spalle. Un anno che ha visto Sagan scrollarsi di dosso la pressione sotto forma di pietre del pavé con un azione furtiva che richiamava un po’ quello che solo poche settimane prima faceva Nibali sul Poggio. In quello che fa Froome nella primavera italiana invece non c’è nulla di furtivo, ma c’è quell’essenza che spesso si fatica a esprimere a parole e per la quale bastano solo gesti o qualche fotogramma dell’impresa partita sullo sterrato del Colle delle Finestre. Le paure di Aru, le volate di Viviani, la maglia di Trentin, l’eleganza di Dumoulin, le rivincite di Moscon, la classe di Alaphilippe, l’amore di Pinot per l’Italia, le vittorie del gruppo di Lefévere e i dubbi dei ragazzi della UAE: capitoli indelebili di una stagione che prova a fare da spartiacque tra il vecchio e il nuovo.

Chi meglio di Alejandro Valverde, allora, può indossare il simbolo per eccellenza del mondo delle due ruote? A 23 anni saliva per la prima volta su un podio mondiale, a 36 si fregia dell’iride e sarà compito suo trascinarlo lungo le strade di mezzo (ma facciamo intero) mondo. Il vecchio che avanza.

All’alba del 2019, però, ci affacciamo sulla nuova stagione osservando il nuovo: Bernal proverà da subito a dare la caccia a un Grande Giro, Sivakov sarebbe bello vederlo in proprio perché forse così inferiore al colombiano non è. Dove sta il problema? Entrambi in Sky avranno carta bianca? Poi ci sarà Lambrecht da scoprire per le classiche più dure, il salto di Ciccone nel World Tour: il ciclismo italiano ha bisogno come ossigeno di trovare un po’ di eccellenza nel ricambio. Conci, Ravasi, Ganna, Formolo, Ballerini? Una volta qualcuno avrebbe intitolato: “Ora tocca a voi”.

E poi c’è Evenepoel, che strada facendo vorrà meritarsi qualche capitolo a parte. Magari non in quello dedicato alle meteore cadute in uno sperduto villaggio della steppa russa, ma in quello dei dominatori.

Non possiamo sapere dove andremo, chi saremo e quando terminerà questa avventura. La speranza, giunti alla fine, è quella di poter meritare l’epitafio dei giornalisti di Rudyard Kipling: we have served our day. Abbiamo servito il nostro tempo.

(immagine copertina © Sean Rowe https://www.flickr.com/photos/sjr-images)