È impossibile non riconoscere i meriti e le capacità del Team INEOS.

 

 

Nelle ultime due stagioni, il Team Sky – INEOS a partire dal recente maggio – ha distrutto uno ad uno tutti quegli stucchevoli pregiudizi che gran parte del pubblico gli scagliava contro non appena si creava la possibilità per farlo. Si possono discutere alcuni modi e alcuni toni, ma i risultati no di certo: il Team INEOS sta lasciando un’impronta indelebile nella storia del ciclismo.

A chi la incolpava di narcotizzare la corsa – come se questo fosse una colpa, peraltro -, la squadra britannica ha dimostrato di saper adattarsi benissimo all’andamento della stessa: nel 2018 ha ribaltato in maniera sensazionale il Giro d’Italia, mentre un paio di settimane fa ha aspettato il momento giusto per defenestrare Alaphilippe e strappargli la maglia gialla di leader del Tour de France 2019 con Egan Bernal – settimo successo dal 2012 ad oggi con quattro corridori diversi. Come se tutto questo non fosse già di per sé sufficiente, INEOS ha rimarcato la sua abilità nello scovare e nel valorizzare i giovani talenti; non come sostengono molti detrattori, che vedono nel colosso britannico un tritacarne al servizio di Froome e Thomas. Bernal, Sivakov, Lawless, Sosa, Geoghegan Hart, Dunbar, Halvorsen, Ganna: INEOS non è soltanto una delle squadre più giovani del World Tour, ma anche una di quelle che si fa meno problemi a responsabilizzare i talenti di cui dispone – sarebbe stupido se non lo facesse, considerando che la vittoria di un corridore corrisponde ad una vittoria del team.

L’impressione è che del Team INEOS possa parlare male soltanto chi è in malafede, chi non sopporta il loro strapotere, chi non accetta la loro presenza: ma i risultati non vanno di pari passo con le emozioni, dunque conviene tenerli separati se si vogliono dare dei giudizi giusti e onesti. Moscon, ad esempio, è un caso emblematico: cosa c’è di così sbagliato se un corridore di venticinque anni che ha ancora moltissimo da dimostrare – e che, quando è stato messo nelle condizioni di farlo, ha spesso toppato – lavora per capitani di assoluto valore come Froome, Thomas, Bernal e Kwiatkowski? Niente, ovviamente, a meno che non si cada nello sciovinismo o nella cattiveria ingiustificata.

Il Team INEOS ci ha abituati talmente bene da farci considerare insufficiente il suo rendimento fino alla diciottesima tappa del Tour de France 2019, quando Bernal e Thomas occupavano rispettivamente la seconda e la terza posizione della classifica generale: quello che per una qualsiasi altra squadra sarebbe stato incredibile, per loro appariva poco più che sufficiente; e così ai nostri occhi, che si stupivano scorgendo Bernal e Thomas senza gregari a disposizione quando tanti altri rivali erano stati abbandonati dai loro già da diversi chilometri. Non lasciamo che il chiacchiericcio sovrasti la realtà dei fatti: del Team INEOS ci ricorderemo a lungo.

 

 

Foto in evidenza: ©Team INEOS, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.