Con la sua decisione Vincenzo Nibali ha definitivamente confermato quanto aveva detto.

 

Vincenzo Nibali ha definitivamente abbandonato qualsiasi velleità di classifica generale al Tour de France 2019. Nell’ottava tappa, la Mâcon-Saint-Étienne, si è improvvisamente rialzato sull’ultima salita di giornata per poi giungere al traguardo insieme a Kwiatkowski e Bettiol con un ritardo di quattro minuti e venticinque secondi da De Gendt. Essendo un campione – e più che altro essendo italiano, una maledizione da un punto di vista mediatico -, le polemiche mai cessate sul suo conto si sono riaccese con impeto.

Andiamo per ordine, partendo da quello che Vincenzo Nibali ha detto e dimostrato nelle ultime stagioni. È abbastanza chiaro che non è più il corridore di qualche anno fa: lo dice la carta d’identità – trentacinque anni a novembre – e lo dicono i risultati, pur sempre ottimi ma centellinati durante la stagione. Vuoi perché prima correva troppo, vuoi perché il piglio col quale partecipava era esageratamente battagliero, Nibali ha dovuto scegliere degli obiettivi ben precisi per non passare alla storia come uno dei tanti splendidi piazzati del ciclismo; questo ha significato tirare i remi in barca in più d’una situazione per trionfare in un secondo momento nelle classiche monumento e nei grandi giri.

Non c’è da stupirsi, dunque, riguardo a quanto è successo ieri: disputare un Giro d’Italia e un Tour de France d’alto livello nella stessa stagione è possibile, certo, ma non è così facile per un corridore come Nibali che, oltre al fattore tempo, deve scontrarsi anche con avversari molto agguerriti e preparati, e che in carriera aveva provato la sfida soltanto altre due volte – nel 2008 e nel 2016, senza particolari ambizioni. Quanto detto finora è stato ripetutamente spiegato dallo stesso Nibali, che affermava già all’inizio della stagione di non essere così interessato alla classifica generale del Tour de France 2019: il suo obiettivo era il Giro d’Italia, concluso al secondo posto a poco più d’un minuto da Carapaz. Lo stupore che ha afflitto molti, dunque, è piuttosto ingiustificato, propiziato perlopiù da una stampa che ha spesso distorto le parole di Nibali senza averle mai lette e ascoltate per quello che erano: non pretattica e nemmeno indecisione, ma la verità nuda e cruda.

L’annosa diatriba si è aperta di nuovo, come una ferita mal cicatrizzata: come dobbiamo considerare Vincenzo Nibali? La risposta ci sembra talmente ovvia che ripeterla ci mette in difficoltà: un campione, un fuoriclasse, una leggenda – del ciclismo internazionale e ancora di più del ciclismo italiano. Uno dei sette corridori della storia capace di conquistare i tre grandi giri – il solo italiano insieme a Gimondi -, l’unico dai tempi di Hinault in grado di aggiungere a questi almeno una classica monumento; l’atleta che ha riportato in Italia il Tour de France sedici anni dopo Pantani, la Vuelta a España vent’anni dopo Giovannetti, la Milano-Sanremo dodici anni dopo Pozzato e il Giro di Lombardia sette anni dopo Cunego; un ciclista che è salito sei volte sul podio del Giro d’Italia, due su quello del Tour de France, tre su quello della Vuelta; che a tutto questo ha annesso anche due edizioni della Tirreno-Adriatico, due titoli di campione italiano, classiche, semiclassiche, vittorie di tappa e piazzamenti. Com’è possibile che ci si dimentichi con tale frequenza chi sia Vincenzo Nibali?

Nibali sconta la sua personalità – abbondante e carismatica ma anche silenziosa ed essenziale, talvolta scontrosa, per niente mediatica, il che diventa un male soltanto nel mondo odierno – e la superiorità del dominatore che raramente ha sfoggiato: il pubblico vuole vedere una maglia rosa, gialla o rossa che sbaraglia la concorrenza, mentre storce il naso quando la corsa è appannaggio di un atleta che magari per le prime due settimane ha sofferto. Come se tutto questo non bastasse, Nibali è vittima da sempre di una morsa mediatica faziosa e imparziale: da una parte i suoi tifosi e una fetta di addetti ai lavori, secondo i quali Nibali è immune dagli errori e dunque dovrebbe esserlo anche per quanto riguarda le critiche; dall’altra c’è chi non lo sopporta, condannando quindi ogni sua mossa e sminuendo ogni sua vittoria. E poi, Nibali l’avrà capito, ha la sfortuna d’essere italiano; l’italiano deve necessariamente lamentarsi e un pretesto, prima o poi, lo trova: si lamenterà della scarsa qualità nostrana quando saranno gli altri ad avere la meglio e si lamenterà dei nostri anche quando questi vinceranno, perché potevano vincere diversamente e magari meglio, e perché gli stranieri sembrano trionfare in maniera più bella rispetto agli italiani.

Sono altri, i corridori che devono dimostrare, confermare e piangere a fondo se all’ottava tappa del Tour de France tramontano i loro sogni di gloria: non Vincenzo Nibali, che invecchia dando l’impressione di poter graffiare ancora. La leggerezza di ieri se l’è guadagnata in un decennio abbondante di strada, di cadute, di fatica, di tonfi e di risalite, di sconfitte e di trionfi; l’età e il palmarès gli consentono di muoversi con libertà e di diffondere la sua arte come vuole, come il pittore o il musicista che non badano più né agli obblighi né alle commissioni ma soltanto alle emozioni. È raro che qualcuno osservi Vincenzo Nibali per quello che è: un corridore epocale, un fuoriclasse che ha riportato indietro le lancette del tempo e che ha salvato il ciclismo italiano dal decennio più scarno della sua storia; un campione di coraggio, un esempio di duttilità, un fenomeno di resistenza che ha saputo approfittare al meglio della fortuna che in qualche occasione ha incrociato lungo la strada, la stessa che in altre circostanze lo ha irrimediabilmente inchiodato all’asfalto.

 

 

Foto in evidenza: ©Cycling Weekly, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.