Gli orribili palmarès del ciclismo contemporaneo

La specializzazione che regola il ciclismo contemporaneo continua a generare dei mostri.

 

Partendo dall’assunto che nel ciclismo contemporaneo è praticamente impossibile raccogliere risultati se non si sceglie una strada ben precisa a discapito di tutte le altre, è innegabile che la specializzazione ha generato e continua a generare fuoriclasse che si distinguono per un mese all’anno. Nessuno mette in dubbio la qualità della prestazione: d’altronde, dedicare un’intera stagione a un solo obiettivo obbliga a non deludere le aspettative.

Le controindicazioni, però, emergono lampanti: alcuni tra gli appuntamenti più importanti vengono puntualmente snobbati perché reputati troppo dispendiosi, poco interessanti oppure incompatibili (non andiamo oltre, altrimenti sul significato di questa parola si aprirerebbe un mondo) con le caratteristiche del corridore in questione; gli atleti di riferimento si affrontano soltanto poche volte all’anno, considerando poi tutte quelle volte in cui uno di questi partecipa, ma per rifinire la gamba in vista della corsa successiva; ultimo aspetto, ma umanamente parlando il più importante, scommettere tutto quello che si ha su un solo obiettivo può rivelarsi tanto azzeccato quanto devastante: non rispettare gli impegni presi può significare perdere una stagione.

L’abitudine porta inevitabilmente a prendere per buono tutto quello che passa: il ciclismo che soltanto trent’anni fa sembrava impossibile, oggi non è soltanto diventato normale, ma l’unico ipotizzabile. Com’è possibile pensare di convincere sponsor, squadre, staff e corridori a battagliare durante tutta la stagione, senza curarsi di un evento in particolare, e lasciando da parte, almeno qualche volta, il risultato a tutti i costi?

Servirebbe un radicale cambiamento culturale che dovrebbe includere tutti ma che, all’orizzonte, non si vede. È sufficiente, infatti, che un solo corridore di punta scelga di specializzarsi per far crollare il castello: ogni rivale si sentirà autorizzato a fare altrettanto per non farsi beffare.

I palmarès che questa idea sta plasmando sono visibili già da qualche tempo: sono storpi, monchi, inspiegabili. Sagan, un fuoriclasse del quale non ha senso discutere il valore, concluderà verosimilmente la carriera senza essere mai entrato nei primi quaranta della classifica generale di un grande giro.

Per Quintana, Landa, Froome, Dumoulin e Aru sembrano esistere soltanto le grandi corse a tappe: nelle classiche monumento, alle quali partecipano a targhe alterne, fanno figure magrissime. Porte, che al netto di cadute, errori e sfortune avrebbe il podio del Giro d’Italia o della Vuelta a España a portata di mano, continua a immolare gli ultimi anni di carriera al Tour de France.

Discorso analogo per Bardet, che col piglio e col talento che si ritrova dovrebbe ambire a ben altro. Che dire di Kwiatkowski e Thomas, atleti duttili e intelligenti che potrebbero mettersi in proprio da febbraio a ottobre e che, invece, sacrificano una delle loro parti migliori: il primo la possibilità di misurarsi nelle grandi corse a tappe, il secondo di fare lo stesso nelle classiche.

Oppure, buoni corridori come Fuglsang, Formolo e Pozzovivo, i quali si ostinano a cercare fortuna sulle strade del Giro d’Italia o del Tour de France senza mai andare all’attacco, reinventarsi, provare l’analogo nelle tante altre prove prestigiose che il calendario propone. Senza dimenticare Vanmarcke e Terpstra, assi del pavé che muoiono con l’arrivo della bella stagione. Ci sono capitani che, in gran parte, hanno il ruolino di marcia di un gregario.

I toni di questo foglio sono volutamente aspri e forse esagerati. Di corridori monotematici ce ne sono sempre stati: persino Gaul, Anquetil e Indurain non si dimostrarono particolarmente interessati alle classiche, persino un campione come Van Steenbergen non era un amante dei grandi giri.

Questa tendenza, purtroppo, oggi si è diffusa a macchia d’olio. Abbiamo corridori parziali, riferimenti stagionali, fuoriclasse occasionali. Questa vuol essere una provocazione: una lettura che faccia arrabbiare e che indigni, ma che allo stesso tempo stimoli una riflessione. Sul ciclismo che è stato, che è e che sarà. E sul ciclismo che potrebbe essere e invece non è.

 

Foto in evidenza: ©Lloyd, Flickr

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.