Il ciclismo non vale più del calcio perché più povero e umile.

 

Ascoltando le telecronache, una domanda ci è sorta spontanea: perché il ciclismo viene costantemente paragonato al calcio? È una retorica stucchevole, diciamocela tutta. “Nel ciclismo non ci sono cambi” oppure “Si gioca a calcio, ma non si gioca a ciclismo” sono frasi a effetto, giochi pirotecnici che impressionano per un attimo; non apportano niente, hanno poco senso (e non è detto ne abbiano mai avuto uno). Al dubbio ci siamo risposti con un’altra domanda: e se il ciclismo soffrisse d’un complesso d’inferiorità?

La superiorità, l’appagamento, la buona riuscita non hanno bisogno d’essere esposte: anzi, mettendole in mostra non si fa che indebolirle. Chi potrebbe mai necessitare dell’applauso e del riconoscimento altrui, se ciò che ha fatto era mosso dal disinteresse e dalla passione? A forza di ribadire un concetto, si dà l’impressione che esso non possa esistere e camminare da solo senza venire sorretto. Questo è ciò che sta accadendo al ciclismo: uno sport che abbonda di metafore calcistiche e che, allo stesso tempo, vorrebbe ripudiarle; un’immediatezza che lo indispone, un fascino che il ciclismo desidererebbe non subire.

Scava e scava, alla fine sembra emergere la verità più triste: il ciclismo vorrebbe essere il calcio e invece deve accontentarsi di una copertura televisiva modesta, di stipendi imparagonabili e di un pubblico assai più ridotto. E tutti i paragoni che vengono fatti (la bilancia deve pendere sempre dalla parte del ciclismo, ricordarselo bene) sono palliativi, magre consolazioni. Questo è ciò che risulta dal racconto televisivo e cartaceo.

Al contrario, noi crediamo che il ciclismo sia uno sport fantastico in grado di procedere da solo, esercizio che gli riesce bene da ormai un secolo: non saranno certo i pregi e difetti degli altri sport a farcelo vedere sotto una luce diversa. Accettiamolo per quello che è, abbandonando atteggiamenti infantili, siano essi di superiorità o di inferiorità. E poi, siamo davvero sicuri che bastino una maggiore disponibilità dei corridori e una media degli stipendi più “umana” per celebrare la giustezza del ciclismo ai danni del pallone o di qualsiasi altro sport estremamente ricco? Secondo noi, no: non sarebbe sufficiente nemmeno l’esempio massimo, quello della simulazione, estranea al ciclismo soltanto perché non se ne trarrebbe nessun vantaggio. È un discorso più complesso, ma tutto sommato superfluo. Di una narrazione onesta, professionale, posata e creativa: ecco di cos’ha bisogno il ciclismo.

 

 

Foto in evidenza: ©Giro d’Italia, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.