Intorno alla figura di Marco Pantani c’è una gran confusione.

 

 

Di fronte all’incessante pubblicità del noto programma televisivo di Italia1, “Le Iene”, che presuppone di detenere una verità da rivelare sulla morte prematura di Marco Pantani, avvenuta il 14 febbraio 2004 al residence Le Rose di Rimini, abbiamo voluto fare una verifica. La nostra verifica è semplice, ripetibile da chiunque. È sufficiente provare a digitare sul motore di ricerca due parole associate: “Pantani” e “verità”. Ci si rende conto facilmente che questi due termini appaiono insieme da più di vent’anni con un’insistenza a tratti insopportabile.

In quel 5 giugno 1999, ad esempio, la verità era da ricercare sul sangue del Pirata, i cui valori gli costarono l’esclusione dal Giro d’Italia. Si parla sempre di verità: sull’effettiva densità del suo sangue, sulle parole dette e non dette, sulla sua fine – umana, ancor prima che sportiva. Verità che stando ai continui annunci di programmi televisivi, telegiornali, libri, carta stampata e siti internet viene riscoperta a ondate improvvise – e spesso ingiustificate; ma proprio perché viene continuamente riscoperta probabilmente scoperta non lo è mai.

È l’istinto umano a ricercare la verità, perché dalla ricerca della verità si presume possibile ottenere giustizia. La stessa giustizia che in Italia è affidata ad appositi e distinti organi, i quali dopo essersi occupati delle indagini vagliano gli elementi raccolti. Non a caso diciamo che la giustizia e non la verità è affidata ad appositi organi: perché la verità che consegue a un processo è la verità processuale, ovvero la verità emersa all’interno delle aule dei tribunali sulla base degli elementi raccolti. Qui evitiamo di arrovellarci sui dettami filosofici della verità assoluta che diversi sbandierano, ma teniamo presente che prima di parlare di verità in modo totalizzante forse bisognerebbe sapere di cosa si parla e di quanto sia complesso il concetto.

Ora, se mancano degli elementi la verità processuale sarà una verità monca. Se quegli elementi vengono ritrovati sarà bene portarli a conoscenza del sistema giudiziario; se non lo sono, è legittimo nutrire dubbi. I fatti emersi vanno comunque rispettati in quanto tali, in quanto raccolti e analizzati da un personale che fino a prova contraria va ritenuto competente. Lo diciamo perché nel caso riguardante Marco Pantani molti dubbi sono stati sollevati anche sulla competenza di questo personale. Al netto di queste doverose premesse, il fatto è che le uniche verità processuali di cui siamo in possesso – noi, “Le Iene” e qualunque altro mezzo di informazione – sono quelle dei tribunali che sui fatti hanno indagato. Le verità assolute sono in possesso invece solo di chi quei fatti li ha vissuti in prima persona. Da qui non si scappa.

Esistono luoghi dov’è possibile parlare più o meno di tutto e col tono che uno preferisce: i salotti di casa e i bar, ad esempio; oppure particolari momenti come le passeggiate con gli amici, finanche le telefonate di piacere. La redazione di un giornale o di un programma televisivo, invece, dovrebbe procedere diversamente. Chi lavora in un ambiente del genere ha due possibilità. La prima: sollevare dubbi legittimi etichettandoli come tali. Esprimere un pensiero in contrasto con una sentenza apportando del materiale valido è possibile, rientra nel concetto di libertà di stampa; d’altronde i giornalisti hanno la possibilità di conoscere dei dettagli che in alcuni casi hanno veramente aiutato la giustizia a compiere il suo corso. La seconda: non limitarsi a scriverlo nello spazio che si ha a disposizione, bensì sottoponendolo all’autoritá giudiziaria. Sarà questa a verificare gli elementi sottoposti. Fino ad allora, le parole scritte o registrate restano dubbi, tutt’al più supposizioni. Chi fa informazione può ritenere di divulgarle, ma lo faccia con chiarezza e rispetto, evitando di farle passare per quello che non sono – almeno fino ad ora.

Non giriamoci intorno: il richiamo pervasivo e incessante a termini come “giustizia” e “verità” non è casuale. C’è la volontà precisa di richiamare la curiosità spasmodica che tante persone provano nei confronti dell’oscuro, dell’irrisolto, tanti piccoli Sherlock Holmes, giustizieri della notte e uomini tutti d’un pezzo che sfidano l’autorità incompetente offrendo la dimostrazione di come le cose vadano fatte. Perché in questi casi l’interesse di chi si spaccia così insistentemente quale detentore della verità coincide con l’interesse per il proprio tornaconto, per il proprio egoismo, per la popolarità. Ogni realtà – cartacea, televisiva, digitale – aspira alla vendita del proprio prodotto, ma qual è il limite invalicabile? Fino a che punto è lecito addentrarsi nel dettaglio e mostrare senza riserve?

Questo dal punto di vista prettamente deontologico, poi c’è il punto di vista umano. Perché Marco Pantani era un uomo, un uomo al quale sono state sbattute in faccia illazioni, insulti, dubbi; anche prime pagine che ne mettevano in discussione la carriera quand’era ancora un atleta, la vita quand’era ancora vivo – quando si sarebbe potuto fare qualcosa perché vivo restasse. Non serviva poi molto: si sarebbe potuti partire dal rispetto, in primis dei ruoli. Su quei fatti avrebbero dovuto indagare la magistratura e i tribunali sportivi, non quelli mediatici e popolari. Forse se smettessimo di improvvisarci ciò che non siamo esisterebbe uno spazio per la verità, qualunque essa sia. Quanti sono i giustizieri che hanno giustiziato e giudicato Pantani? Gli esempi peggiori arrivano sempre da chi ha più potere e una maggiore visibilità, da chi potrebbe e dovrebbe dare il buon esempio: e intanto il dibattito continua a farsi sempre più ignorante, più grottesco, più superficiale.

 

 

Foto in evidenza: ©Brian Townsley, Wikipedia

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/