Si potrebbe dare l’esempio anche rimanendo zitti e fermi al proprio posto.

 

Andrea Tafi è stato un grande uomo da classiche, sicuramente uno dei più importanti del ciclismo nostrano. È stato campione italiano, si è aggiudicato classiche come il Giro del Lazio, la Parigi-Tours, la Coppa Agostoni, il Giro del Piemonte, senza ovviamente dimenticare i tre successi più luminosi della sua carriera: Giro di Lombardia, Giro delle Fiandre e Parigi-Roubaix. Unico corridore italiano in grado di centrare l’accoppiata Fiandre-Roubaix, seppur in due anni diversi (2002 e 1999). La notizia delle ultime settimane che lo riguarda è ormai nota: a vent’anni dal successo sul pavé francese, Tafi sta facendo di tutto per avere la possibilità di correre la Parigi-Roubaix nel 2019. Il toscano non ha mai smesso di pedalare: nel circuito amatoriale è conosciuto e temuto, in più nel mese di luglio si è riaffacciato al professionismo concludendo al trentasettesimo posto (ma nel gruppo che in volata si giocava il decimo) una prova ungherese di categoria 1.2. L’opinione pubblica lo appoggia, Suiveur invece non è dello stesso avviso.

A scanso di equivoci, è bene specificare subito una cosa: chi scrive non è minimamente invidioso del personaggio Andrea Tafi né interessato a saper pedalare con l’efficacia che il toscano ha dimostrato in passato e che sicuramente, almeno in parte, avrà ancora. Bisogna essere chiari e diretti, in questo tempo dove chi non è d’accordo con la maggioranza viene accusato di invidia e rancore. Noi facciamo un mestiere, Andrea Tafi un altro. Ciò che ci attanaglia è l’incomprensione. Perché Andrea Tafi, cinquantatré anni a maggio, dovrebbe tornare alla Parigi-Roubaix? Che senso ha? Pubblicitario, certo. Dunque, la pubblicità e il marketing valgono più del buon senso? Voler disputare una Parigi-Roubaix a questa età è semplicemente ridicolo.

Del risultato non ci interessa, che Tafi vinca o duri settanta chilometri è ininfluente: né la vittoria né la sconfitta possono mutare la nostra visione d’insieme. Andrea Tafi è l’emblema del relativismo, uno degli inganni più grossolani di questo mondo che da una parte va alla velocità della luce e dall’altra non si accorge di andare forte, sì, ma in senso contrario e quindi sbagliato. Manca quel buon senso di fondo che dovrebbe caratterizzare le scelte ponderate a discapito di quelle impulsive, stupide, egoistiche, infantili, ingiustificate.

Non sappiamo se Andrea Tafi vuole ritornare per manìa di grandezza, per monetizzare la comparsata o perché non riesce a smettere col suo passato: i primi due casi si commentano da soli, se fosse per il terzo invece ci dispiacerebbe sinceramente. Ma Andrea Tafi non ha bisogno della nostra compassione. È stato un campione, si è tolto grandi soddisfazioni ed è una persona anagraficamente matura. Ci permettiamo di ricordargli che l’esempio, spesso, si può dare anche rimanendo in silenzio e al proprio posto: non è vigliaccheria, bensì intelligenza. Sarebbe bello se desse retta a Bartoli e Bettini, i quali hanno detto di rispettarlo ma di non condividere la sua decisione.

La Dimension Data gli ha chiuso la porta in faccia, per motivi geografici non è da escludere un binomio con Scinto, che potrebbe sfruttare l’immagine di Tafi à la Pozzato per ottenere gli inviti alle classiche del Nord. I corridori rimasti, purtroppo, senza un contratto si consolino: anche se Tafi dovesse partecipare alla Parigi-Roubaix, non ruberebbe il posto a nessuno di loro. Si tratta di una corsa di sei ore, non di un contratto che dura anni. E, guardando il bicchiere mezzo pieno, potrebbero decidere dal divano di casa di rispettare la persona, ma di non tifare l’atleta.

 

Foto in evidenza: ©Pascal Pavani/Ritzau Scanpix

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.