Alaphilippe sarebbe solo l’ultimo nome in una lista in continuo aggiornamento.

 

Invitato ad esprimere un parere su Julian Alaphilippe, Patrick Lefevere è stato chiaro: ha applaudito il francese per quanto fatto nel 2018, ha preannunciato un 2019 incentrato sulle classiche monumento che più gli si addicono (Sanremo, Liegi e Lombardia), per poi soffermarsi sulle sue possibilità nei grandi giri.

Lefevere ha spiegato che per il momento il suo corridore non ha né la mentalità adatta né l’interesse per cercare e trovare un buon piazzamento nella classifica generale di una grande corsa a tappe: meglio concentrarsi sulle singole frazioni, scelta che all’ultimo Tour de France ha pagato benissimo.

Tra due o tre anni, però, chissà: la definitiva maturazione fisica e psicologica sommata alla tranquillità che potrebbe venire da una bacheca già colma di trofei potrebbero spingerlo a dedicarsi quasi interamente ad un grande giro.

Lefevere non ha certo sconvolto gli appassionati pronosticando questo futuro per Julian Alaphilippe: qualsiasi corridore con le caratteristiche del francese finirebbe, prima o poi, per provare l’assalto quantomeno al podio di una grande corsa a tappe. È già successo e sta succedendo tuttora: Daniel Martin è l’esempio più calzante.

Quella dei grandi giri è una tentazione che si presenta da sempre in quei ciclisti dotati di classe fin dalla giovane età e che hanno nelle Ardenne il momento topico della loro stagione. Rimanendo in Italia, basti pensare a Bettini (settimo al Giro d’Italia 1998), Bartoli (nono alla Vuelta del 1995) e Rebellin (sesto al Giro d’Italia e settimo alla Vuelta entrambi nel 1996): fuoriclasse delle corse di un giorno che hanno voluto provarsi sulle tre settimane. Lo hanno fatto ad inizio carriera, quando ancora dovevano capire cosa volessero fare da grandi: Alaphilippe, invece, tenterebbe eventualmente durante i migliori anni della sua parabola.

La nostra speranza è che il francese non cada in tentazione (o non sia abbandonato ad essa, come vuole la nuova traduzione) e rimanga fedele alla sua natura. Per quanto ancora giovane e con margini di miglioramento, fare una buona classifica in un grande giro significa sacrificare molto altro. E non basta sicuramente sacrificare una sola campagna delle Ardenne: si diventa un uomo da corse a tappe col tempo, dedicandosi quasi esclusivamente ad esse, fallendo e riprovandoci, lavorando su resistenza, pazienza e cronometro.

Lasciando in secondo piano l’esplosività, tratto distintivo del transalpino.

Alaphilippe sulle salite vere, lunghe e costanti, non se la cava male ma non ha niente in più rispetto a chi corre il Tour de France per fare classifica e conclude fuori dai primi dieci. Valverde, prendendo sempre come modello un corridore tagliato per le classiche ma che non disdegna i grandi giri, era uno scalatore degno di menzione fin dal debutto nel professionismo: alla Vuelta del 2003, al secondo anno nella massima categoria, chiuse terzo mentre nel 2004 fu quarto. Ha conquistato un’edizione della corsa a tappe spagnola riuscendo a salire sul podio anche al Giro d’Italia 2016 e al Tour de France 2015: sul traguardo dell’Alpe d’Huez, a terza posizione ipotecata, scoppiò in lacrime definendo il risultato una liberazione.

Al netto di tutto questo, ha senso che Julian Alaphilippe metta a repentaglio i risultati che potrebbe facilmente raccogliere nelle corse di un giorno (e nelle brevi corse a tappe, queste sì un obiettivo ampiamente alla sua portata) per centrare un piazzamento nei grandi giri? Per Suiveur il no è perentorio. Un corridore così scriteriato, spettacolare e coraggioso non può recitare da impiegato, alla ruota degli avversari o dei gregari che adesso la Quick-Step nemmeno ha e difficilmente potrebbe garantirgli.

Soltanto un podio alla Grande Boucle giustificherebbe questo percorso, ma per salire sul podio della corsa di biciclette più difficile e prestigiosa al mondo bisogna essere dei fenomeni di resistenza, assi delle tre settimane. Un quinto posto al Giro d’Italia o un settimo al Tour de France non aggiungerebbero niente ad una carriera che sta soltando aspettando di decollare definitivamente dal traguardo di una classica monumento.

 

Foto in evidenza: ©Geof Sheppard, Wikimedia Commons

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.