L’Italia sta bene, l’Italia sta male

Nella giungla di informazioni e risultati sembra difficile farsi un’idea coerente.

 

 

Il campionato del mondo si era chiuso con grida di giubilo: nonostante qualche cocente delusione, l’Italia aveva corso da protagonista, ottenendo diverse medaglie e facendo segnare quindi il definitivo ritorno nell’élite del ciclismo. Appena due settimane più tardi, al termine del Giro di Lombardia, le stesse grida di giubilo si sono trasformate in pietre: il primo azzurro, diciassettesimo a due minuti e otto secondi da Bauke Mollema, è stato Giovanni Visconti, il capitano della Neri Sottoli-Selle Italia-KTM che compirà trentasette anni a gennaio. E allora fuoco alle polveri: che ne sarà del ciclismo italiano una volta che Nibali si ritirerà?, si chiedono tutti disperati.

Nel corso di “Deejay Training Center”, la trasmissione radiofonica alla quale partecipa ogni domenica dalle dodici alle tredici insieme a Linus e Stefano Baldini, Davide Cassani ha detto la sua: “Non ne farei un dramma”, ha glissato, “alla fine il Belgio ha fatto peggio di noi, non ha messo nessuno tra i primi venti [il primo belga al traguardo è stato Benoot, ventiquattresimo a due minuti e quarantasei secondi da Mollema, ndr]. Insomma, succede“. Considerando che dalla corsa non erano passate nemmeno ventiquattr’ore, senza dimenticare che Cassani è la figura di riferimento del movimento ciclistico italiano, ci saremmo aspettati qualcosa di più che un “succede”; è anche vero che il mezzo – la radio – e le tempistiche che la regolano non permettono riflessioni particolarmente approfondite. Ma la domanda che più ci preme è un’altra: è mai possibile che un giudizio sullo stato del ciclismo italiano debba dipendere dall’esito di una sola corsa?

Sei mesi fa, al termine del Giro delle Fiandre, lamentavamo la stessa superficialità: i successi di Bettiol e di Bastianelli hanno poco a che vedere col movimento italiano. Eppure ogni volta ci risiamo: racconti e analisi vengono smentiti dalla sera alla mattina e non si riesce mai a mantenere il giusto distacco dagli eventi, tanto nel bene quanto nel male. Ad un successo ne deve seguire un altro, i periodi di transizione non sono contemplati e la vittoria cancella e sovrasta tutto il resto – chi se ne frega della corsa, delle indicazioni e dei suggerimenti che può aver dato quando si vince?

Nelle poche parole pronunciate in radio, Cassani però ha detto qualcosa di davvero giusto: è proprio l’anno sbagliato per lamentarsi del ciclismo italiano. I nostri atleti hanno vinto classiche, brevi corse a tappe, frazioni nei grandi giri e hanno brillato tanto nelle manifestazioni europee quanto in quelle mondiali, al maschile e al femminile, professionisti e non, su strada e su pista. Il nostro movimento sta bene, dunque? Tutt’altro, l’Italia ha parecchi problemi da risolvere: lo stato delle infrastrutture, il retaggio culturale che continua a pesare, l’assenza di squadre nel World Tour, la questione femminile.

Ma la domanda potrebbe essere un’altra: quali sono, allora, i movimenti che stanno bene? Quello francese si è rialzato soltanto nelle ultime stagioni e l’astinenza dal gradino più alto del podio di Parigi dura da trentaquattro anni; il Belgio deve ringraziare la buona sorte che ha fatto nascere negli stessi anni Gilbert e Boonen, due degli specialisti delle classiche più grandi di sempre; stesso discorso per la Spagna, che ha raccolto più negli ultimi trent’anni con Indurain, Freire, Contador, Rodríguez e Valverde che nei precedenti settanta. Non citiamo nemmeno Australia, Gran Bretagna e Colombia: sono in salute, è vero, ma talmente giovani da non permettere un confronto temporale degno di nota.

Forse, senza esaltarsi alle prime medaglie e senza sprofondare nel baratro nel momento della sconfitta, si potrebbe affermare che il ciclismo italiano non è guarito e probabilmente non lo sarà mai, ma che in compenso siamo stati peggio: ci siamo già dimenticati la penuria di risultati che ci contraddistingueva fino a qualche anno fa? Non è necessario avere una posizione in merito, peraltro; e come disse qualcuno, “La verità si troverebbe nel mezzo? Nient’affatto: solo nella profondità”.

 

 

Foto in evidenza: ©Team INEOS, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.