Buona parte del giornalismo italiano ha inspiegabilmente trovato un nemico in Roglič.

 

Costruire un nemico oppure ingigantirne le misure se irrilevanti: ecco uno dei cardini della teoria del complotto. A volte serve un avversario contro il quale scagliarsi, schierarsi, sfogarsi. L’antagonista al quale contrapporre l’eroe, immacolato e sempre nel giusto. In due righe abbiamo riassunto quello che Primož Roglič – pittato a Goldstein de noantri – ha dovuto constatare fin dalle prime tappe del Giro d’Italia 2019: l’ennesima caduta di stile di un ambiente agonizzante.

È ovvio che nessun giornale – elettronico o cartaceo in questo caso non fa davvero differenza – volesse orchestrare un complotto ai danni di Roglič; com’è altrettanto ovvio, tuttavia, che molti professionisti non aspettassero che un’occasione del genere per togliersi qualche sassolino dalla scarpa e ingraziarsi Vincenzo Nibali, un fuoriclasse che non ha certo bisogno né del sostegno di queste persone né tantomeno di un nemico per rendere al meglio.

Di cos’è stato vittima, dunque, Primož Roglič? Chi ha letto e ascoltato le principali fonti ciclistiche italiane già saprà ciò a cui ci riferiamo. Una conferenza stampa saltata, ad esempio, secondo alcuni esperti un errore imperdonabile; e che dire della scelta di perdere volontariamente la maglia rosa? Come se Roglič fosse il primo a farlo, come se fosse il primo a rendersi conto che l’importante è comandare la classifica generale al termine dell’ultima tappa. Non ci sembra di ricordare niente del genere quando, al Tour de France 2014, Nibali lasciò che Gallopin gli sfilasse via la maglia gialla per almeno un giorno.

E non è certo finita qui: Roglič parla poco, rimane alla ruota di Nibali per innervosirlo, e poi che fine ha fatto la bicicletta sostituita nei chilometri finali della tappa che arrivava a Como? Probabilmente Roglič dice quello che vuole, d’altronde non è mica obbligato a pronunciare un tot di parole a intervista; non era nemmeno difficile capire che aveva i suoi buoni motivi per rimanere sulla ruota di Nibali, considerando il vantaggio che aveva in classifica generale e una squadra pressoché inesistente al suo fianco.

L’episodio della bicicletta è il più esilarante e grottesco. C’è chi ha ipotizzato che fosse stata fatta sparire per eludere i controlli che avrebbero sicuramente smascherato un motorino al suo interno. Niente del genere, ovviamente: Roglič ha preso la bicicletta di Tolhoek, che a sua volta è stato soccorso da una delle ammiraglie della Movistar, che non ha esitato nel farlo salire su una delle loro Canyon; la bici di Primož Roglič, quindi, è arrivata al traguardo sull’ammiraglia della Movistar. E il mistero lo ha svelato El País, quotidiano spagnolo, mica i nostri.

Che idea vecchia e irrispettosa, quella di voler creare a tutti i costi una rivalità. Si sopravvive benissimo anche senza i dualismi storici, non c’è bisogno di Coppi e Bartali o Saronni e Moser per godere di una bellissima corsa come il Giro d’Italia. Non ci sono scuse per i professionisti che si sono divertiti – peggio ancora, che hanno provato piacere – raccontando un Primož Roglič che non esiste, descrivendolo per quello che non è, facendogli pesare una scarsa loquacità e un modo d’interpretare la corsa poco spettacolare ma altamente redditizio. Chi dovrebbe dare l’esempio ha perso l’ennesima occasione per farlo.

 

 

Foto in evidenza: ©Team Jumbo-Visma, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.