Non giriamoci intorno, Suiveur era nato per durare. Ma non è bastato, non poteva bastare: non è forse vero che tutto nasce per durare, anche la relazione più improbabile, persino il progetto più sconclusionato? E allora va da sé che non smettere mai di credere che quello che si fa possa servire – lo diceva Calvino – è fondamentale, ma spesso e volentieri insufficiente. Suiveur, o quantomeno il Suiveur conosciuto fin qui, non esisterà più: gli impegni degli agitatori che lo animavano sono drasticamente cambiati (non necessariamente aumentati), secondo la regola per cui raramente accade quello che immaginiamo e ancora più raramente quello che immaginiamo si verifica mediante le modalità che avevamo preventivato. Qualcosa succederà, insomma, ma non sappiamo cosa né quando né come. Ed effettivamente qualcosa è successo: le energie che fino a poche settimane fa sospingevano Suiveur si concentrano adesso in altre importanti realtà ciclistiche (Bicisport e Alvento, per citarne un paio), dunque chi vorrà continuare a leggere quello che avremo da dire potrà continuare a farlo. È proprio questo il nostro augurio, forse arrogante nella sua ingenuità: che l’esperienza di Suiveur non si esaurisca nello spazio di un capoverso, nelle righe di un pezzo o in uno scambio di battute; vogliamo illuderci – stolti coloro che pensano di poter vivere soltanto di realtà – che Suiveur sia qualcosa di più di quello che soltanto apparentemente è stato: un punto di vista diverso sul ciclismo e su tutto ciò che lo circonda, una panchina semplice e spaziosa intorno alla quale raccogliersi e chiacchierare di giornalismo, ciclismo e sport, uno spazio (perdonateci l’autoreferenzialità) in grado di accogliere tutto quello che ci passava per la mente e ciò di cui ci sembrava giusto parlare. <Mangiare è una cosa piccola ma buona>, fa dire Raymond Carver ad un pasticcere in uno dei suoi racconti più belli. Ecco quello che crediamo – e speriamo – d’aver realizzato con Suiveur: una cosa piccola ma buona.
La redazione