10 corridori del World Tour da seguire nel 2020

Non solo campioni, gregari e predestinati: nel limbo del World Tour.

 

 

Non possiamo definirli “scommesse”, dato che questo termine presuppone un grado piuttosto alto di fallibilità e di misteriosità: nel gergo sportivo, infatti, la scommessa è l’atleta sconosciuto o quasi al grande pubblico; per essere reputato meritevole d’attenzione, si pensa che abbia i mezzi per distinguersi, ma se dovesse deludere nessuno si stupirebbe. E i nomi presenti in questa lista, invece, danno diverse garanzie.

Tuttavia, non possiamo nemmeno affermare che questi atleti siano “in cerca di riscatto”. Chi ha il dovere di riscattarsi è colui che ha deluso l’ambiente, le aspettative e se stesso, rendendo ben al di sotto di quanto fosse lecito aspettarsi. Dunque, nemmeno questa espressione può bastare a tratteggiare i confini di questo pezzo: la maggior parte degli atleti scelti, infatti, è reduce da un 2019 di alto livello – in alcuni casi, come vedremo, la miglior stagione della loro carriera.

Ma non sono neanche dei veri e propri capitani. Sono dei jolly, delle alternative, dei secondi violini e soltanto sporadicamente potranno contare su un’intera squadra a loro disposizione e sui favori del pronostico. Per questo abbiamo optato per “da seguire”: per riportare la questione su un piano più soggettivo e quindi meno criticabile. Secondo noi, e secondo il nostro gusto e le nostre sensazioni, questi sono i nomi di dieci corridori che nel corso della stagione potranno, di tanto in tanto, combattere alla pari coi capitani, coi favoriti di giornata, coi fuoriclasse del gruppo.

Jasper Stuyven

©CiclismoInternacional, Twitter

Nel 2018, la miglior annata della sua carriera, Jasper Stuyven sembrava aver buttato le basi per un 2019 memorabile. Aveva ulteriormente migliorato la qualità e la costanza dei suoi risultati e la conquista di una classica monumento pareva il naturale approdo di questo percorso di crescita: aveva chiuso al quarto posto la Omloop Het Nieuwsblad, al decimo la Milano-Sanremo, al sesto la E3 Harelbeke, al nono la Gand-Wevelgem, al settimo il Giro delle Fiandre e al quinto la Parigi-Roubaix; dopodiché era stato terzo nella prova in linea dei campionati belgi, aveva sfiorato la vittoria di tappa al Tour de France, l’aveva centrata invece al Binck Bank Tour, al Grand Prix de Wallonie e al Grote Prijs Jef Scherens, finendo secondo alla classica di Bruxelles e terzo al Grand Prix de Québec e al Kampioenschap van Vlaanderen. Nelle corse di un giorno, tanto sul pavé quanto in quelle più veloci, Stuyven si era dimostrato uno dei corridori più forti, presenti e pericolosi. La primavera del 2019, al contrario, gli ha riservato soltanto delle delusioni. Complice anche una caduta alla Volta ao Algarve, Stuyven non ha mai trovato il colpo di pedale della primavera precedente: il miglior risultato è stato il quattordicesimo posto alla Dwars door Vlaanderen, un piazzamento eloquente; al Giro delle Fiandre è stato diciannovesimo, alla Parigi-Roubaix ventisettesimo, alla Milano-Sanremo addirittura settantanovesimo. Per ritrovarlo ad alti livelli – quelli che gli competono -, c’è voluta l’estate: ha disputato un buon Giro di Svizzera, ha corso il miglior Tour de France della sua vita, entrando nei primi dieci in ben nove occasioni, e ha vinto il Giro di Germania, riuscendo a conservare l’ottimo stato di forma fino ad ottobre. Intervistato qualche settimana dopo da Ciclismo Internacional, Stuyven è stato categorico: “Devo allenarmi meno e cercare di essere più rilassato. Devo accettare che la perfezione non esiste, devo cercare di essere meno perfetto. Avevo grandi motivazioni in vista del 2019, soprattutto vedendo com’era andata l’anno prima. Pensavo di essere pronto per ottenere un successo importante”. Stuyven compirà ventotto anni il 17 aprile, esattamente nella settimana che intercorre tra la Parigi-Roubaix e l’Amstel Gold Race: festeggia il compleanno nella sua stagione ciclistica preferita, insomma, e nella caccia al dettaglio non si può trascurare niente. La Trek-Segafredo ha perso Degenkolb, ma la sua fisionomia nelle classiche del Nord dovrebbe essere la stessa: compensare l’assenza del tedesco toccherà a Pedersen, il corridore più riconoscibile del gruppo, e Theuns, attestatosi ormai su buoni livelli. Il resto della stagione, almeno in un primo momento, passerà in secondo piano: verosimilmente andrà alla caccia della prima vittoria al Tour de France, accarezzata e mai conquistata, anche se nelle volate a ranghi compatti ha già dimostrato di non valere Ewan, Bennett, Groenewegen, Viviani, Gaviria e Ackermann. Nelle classiche, al contrario, Stuyven è veloce tanto quanto i suoi avversari più accreditati e potrebbe concedersi persino il lusso della volata. Per giocarsi una classica monumento in volata, tuttavia, bisogna essere sempre presenti nelle fasi più concitate: è senza dubbio questa la difficoltà principale. Pedersen, che al contrario di Stuyven non è particolarmente veloce, sarà costretto a muoversi da lontano e questa complementarietà non può che lasciare tranquillo Stuyven, il quale rimarrebbe passivo giovando della mossa del compagno. Qualsiasi contesto s’immagini, Stuyven ha tutte le carte in regola per farne parte: se c’è un corridore vicino alla definitiva consacrazione, è lui.

Benoît Cosnefroy

©L’ÉQUIPE, Twitter

Che Benoît Cosnefroy non fosse un frillo lo si capì fin dall’esordio nella massima categoria. Passò professionista con l’AG2R La Mondiale nell’agosto del 2017, aveva ancora ventuno anni, e cinquanta giorni più tardi centrò due vittorie mica da ridere: il Grand Prix d’Isbergues – tra i velocisti messi nel sacco figuravano anche Cavendish e Bouhanni – e la prova in linea dei campionati del mondo riservata agli Under 23, battendo Kämna allo sprint e resistendo al rientro del primo gruppo degli inseguitori, tra i quali figuravano Albanese, Carboni, Sivakov, Hirschi, Riabushenko, Madouas, Pogačar e García Cortina. Nel 2018, pur non vincendo, ha fatto un altro passo avanti: è stato selezionato dalla squadra per correre le tre classiche ardennesi e ha disputato un ottimo finale di stagione, arrivando nono a Plouay e alla Coppa Sabatini e terzo alla Parigi-Tours. Il processo di crescita di Cosnefroy è costante e inarrestabile. Nel 2019 ha chiuso al dodicesimo posto la Freccia Vallone, al settimo la classica di Plouay, al decimo il Grand Prix de Québec e al quarto il Tour de Vendée, senza dimenticare la prima partecipazione al Tour de France – è arrivato a Parigi, risultato tutt’altro che scontato per un debuttante. Ma soprattutto ha centrato cinque vittorie. Due di queste riguardano il Tour du Limousin, la terza tappa e la classifica generale, mentre le altre sono arrivate in tre semiclassiche del calendario francese: la Paris-Camembert, il Grand Prix de Plumelec-Morbihan e la Poly Normande. Le prove di un giorno sono l’habitat di Benoît Cosnefroy: il corridore francese, infatti, è abbastanza veloce e resistente, in grado di superare salite di media difficoltà; in più, ha una lucidità tattica invidiabile e la stoccata dei finisseur. Ora, qualcuno si è fatto sfuggire di mano la situazione definendolo il nuovo Julian Alaphilippe; niente di più sbagliato, ovviamente: Alaphilippe è molto più forte, in generale è più completo e più che altro ha ventisette anni, dunque non è così vecchio come l’aggettivo “nuovo” vorrebbe far credere. Se fosse vecchio uno di ventisette anni, stiamo freschi. Cosnefroy ne ha tre in meno, dunque ventiquattro. Ne compirà venticinque alla fine della stagione, il 17 ottobre. Insomma, a venticinque o ventisette anni non si è vecchi, ci mancherebbe, ma se si è dotati è cosa buona e giusta mettersi in mostra e darne prova. Il 17 ottobre sapremo se il venticinquenne Benoît Cosnefroy sarà cresciuto un altro po’: una tappa in un grande giro e una classica – non una di quelle monumento, per quelle ci sarà tempo – sembrano alla sua portata. Fin qui ha dimostrato di preferire la seconda parte della stagione, ma se vuole diventare un riferimento del gruppo dovrà imparare ad eccellere nella prima, storicamente la più importante e prestigiosa. L’AG2R, peraltro, non ha molti uomini adatti ai percorsi misti. Fatta eccezione per Naesen, che comunque punterà quasi tutto quel che ha sulle classiche del pavé, gli altri corridori non sono poi tanto più affidabili di Cosnefroy: Bardet è uno scalatore che deve ritrovarsi; Gallopin, Geniez e Vuillermoz sono dei corridori esperti, ma la freschezza di qualche anno fa è passata anche per loro; Latour è interessato perlopiù alle corse a tappe, brevi o grandi che siano; Vendram e Dillier, invece, assomigliano molto a Cosnefroy, ma il talento di cui dispongono non pare superiore a quello di cui dispone il francese. A Benoît Cosnefroy non manca nulla: né il terreno a disposizione, né i mezzi per sfruttarlo al meglio, né tantomeno una certa dose di libertà che l’AG2R dovrebbe concedergli senza problemi. E poi il ciclismo mondiale ritroverebbe un finisseur, il punto più alto della classe, della potenza e del tempismo: merce rara, al giorno d’oggi.

Marc Soler

©CyclingTime, Twitter

Finalmente Marc Soler può provare a fare quello che, quasi sempre, gli è stato impedito: mettersi in proprio, correre per sé, cercare di vincere. Per la Movistar si sta chiudendo un ciclo e la formazione spagnola sta attraversando un periodo di transizione: in un paio di stagioni ha perso i Quintana, gli Izagirre, gli Herrada, e ancora Landa, Amador, Carapaz, Castroviejo, Anacona, Lobato e Ventoso; della vecchia guardia sono rimasti soltanto Valverde, Rojas ed Erviti, anche se per il loro addio è solo questione di tempo. E allora, chi meglio di Marc Soler per guidare la squadra tra il presente e il futuro? Anzi, ribaltiamo il punto focale della domanda: Marc Soler poteva forse sperare in qualcosa di meglio? No, i presupposti sono perfetti: ha già messo in cascina un bel po’ d’esperienza nonostante i ventisei anni, la Movistar non gli chiederà, almeno non fin da subito, di vincere chissà quali corse e l’unico corridore per il quale potrebbe tornare a fare il gregario è Valverde. Un miglioramento notevole: lavorare soltanto per Valverde è un bell’andare – farlo per Landa e Quintana era un po’ più frustrante – e Mas, uno degli innesti della Movistar, dovrà dimostrare d’essere quello della Vuelta a España 2018, se vorrà usufruire dell’apporto di Soler. Chissà quante vittorie di tappa avrebbe Soler se la Movistar non l’avesse utilizzato come punto d’appoggio per gli attacchi dei capitani o come bestia da soma per limitare i danni e ricucire sulle fughe. Quelle che possiamo contare facilmente, intanto, sono quelle che ha riportato in queste stagioni: appena due, considerando il Tour de l’Avenir 2015; altrimenti, limitandosi al professionismo, una e basta: la Parigi-Nizza 2018. Per essere completo, Soler lo è: in salita era uno degli ultimi gregari a perdere contatto, spesso resistendo più di tanti capitani; e poi si è distinto anche nelle cronometro, classificandosi tra i primi dieci tanto nella prova contro il tempo dei campionati spagnoli (nono nel 2016, quarto nel 2017, sesto nel 2019) quanto in quelle della Vuelta a España e del Tour de France (ottavo a Pau alla Vuelta a España 2019, nono a Espelette al Tour de France 2018). Le incognite principali sono due: la gestione delle pressioni e delle responsabilità, alla quale Soler è abituato fino ad un certo punto, e la capacità di resistere o meno in una corsa di tre settimane vissuta e affrontata da capitano. Francamente, da Soler non ci aspettiamo che vinca una grande corsa a tappe, né quest’anno né prossimamente: dovrebbe avere la meglio di campioni troppo più talentuosi e titolati di lui. Un piazzamento tra i primi cinque, invece – o perfino un podio, se il parterre non fosse particolarmente ricco -, potrebbe essere alla sua portata. Anche se, secondo noi, Soler troverebbe il suo tesoro nelle brevi corse a tappe: la Parigi-Nizza l’ha già vinta nel 2018, la Volta a Catalunya l’ha conclusa al terzo posto nel 2017 e al quinto nel 2018, al Giro di Svizzera è stato ottavo nel 2017 e dodicesimo nel 2019. Sicuramente nel 2020 la Movistar gli farà disputare uno dei tre grandi giri con molte più responsabilità del solito e in quel momento ne sapremo di più. Probabilmente avrà bisogno di tempo e allora soltanto nel 2021 Soler potrà capire di che pasta è fatto. Ma al 2021 manca una stagione intera e Marc Soler non può permettersi di gettarne via un’altra: un corridore in grado di arrivare nono ad una Vuelta a España corsa da gregario – è successo nel 2019, quattro mesi fa – ha il dovere di misurarsi fin da subito in prove più complicate.

Alex Aranburu

©COPEdaleando, Twitter

Nella dodicesima tappa della Vuelta a España 2019, quella che si concludeva a Bilbao, è stato possibile misurare il valore di Alex Aranburu. Gilbert si stava involando verso il primo dei due successi di tappa conquistati, ma ad un certo punto la sua pedalata è diventata più legnosa e Aranburu, al suo inseguimento insieme a Barceló, sognava un clamoroso ricongiungimento a poche centinaia di metri dal traguardo. Se Barceló, consapevole d’essere battuto in un’eventuale volata, non avesse tirato i remi in barca sul rettilineo d’arrivo, quella tappa l’avrebbe vinta Aranburu. Invece lo spagnolo dovette accontentarsi del secondo posto – Barceló terzo e battuto, dunque c’aveva visto lungo – a pochi metri da un raggiante Gilbert. In quei chilometri finali, tutti gli appassionati con un minimo di cognizione ed esperienza hanno realizzato che Aranburu non sarebbe rimasto a lungo né alla Caja Rural né tra le Professional. Era destinato al World Tour e infatti lo ha ingaggiato l’Astana, una squadra che ha sempre puntato molto sui corridori spagnoli. Alla Vuelta a España 2019, tuttavia, Aranburu si è messo in luce almeno in altre due occasioni: nella seconda tappa, ad esempio, chiusa al nono posto, riuscendo a rimanere in un drappello estremamente selezionato e composto da atleti come Pogačar, Higuita, Valverde, Miguel Ángel López e Formolo; e nell’ottava tappa, entrando nella fuga di giornata e concludendo secondo, battuto soltanto da un redivivo Arndt. Aranburu è il corridore che risulta dalla somma di quanto fatto vedere in queste tre tappe: è veloce, in salita è bravo quanto basta per superare lo strappo a ridosso dell’arrivo o per giocarsi la vittoria su un traguardo nervoso ed è scaltro nell’intuire le possibilità della fuga. Per i corridori come lui, il ciclismo odierno fornisce una chance al giorno. Aranburu ne ha già colta qualcuna: nel 2018 ha vinto il Circuito de Getxo, nel 2019 la seconda tappa della Vuelta Ciclista Comunidad de Madrid e la quarta frazione della Vuelta a Burgos, battendo Riabushenko, Rui Costa, Gautier, Narváez e Carapaz sullo strappo che porta alla bellissima città romana di Clunia. Entrare in una formazione come l’Astana a soli venticinque anni, e dopo averne già pedalati tre a buoni livelli, è un’occasione d’oro. A onor del vero, l’Astana non s’è mai interessata particolarmente alle ruote veloci, ma per Aranburu ha fatto un’eccezione. Di semiclassiche e tappe in giro per l’Europa può vincerne molte, a patto di non attendere la volata di gruppo: Aranburu è svelto, ma non è un velocista puro. Se tutto va come deve andare, Aranburu diventerà un ottimo cacciatore di tappe e un outsider molto pericoloso in alcune classiche di secondo piano. Le cinque monumento, a meno di improbabili evoluzioni, sembrano inaccessibili per lui: sul pavé non ha quasi mai corso, la Liegi-Bastogne-Liegi e il Giro di Lombardia sono troppo dure e alla Milano-Sanremo rischia di scontare una velocità massima non sufficientemente elevata per battagliare con gli uomini più veloci del gruppo. Quantomeno è il corridore più veloce dell’Astana: non sarà una vittoria, ma è un buon punto di partenza.

Diego Ulissi

©Emanuela Sartorio

Nel 2018, Diego Ulissi aveva dato dei segnali tutt’altro che rassicuranti: la stagione in cui compì ventinove anni, infatti, fu anche una delle peggiori della sua carriera. Arrivò qualche buon piazzamento, inutile negarlo, ma della continuità nemmeno l’ombra: dal quarto posto al Tour Down Under e dal settimo all’Abu Dhabi Tour, per rivederlo davanti ci volle l’estate e il Gran Premio di Lugano, dove concluse quarto; poi centrò una vittoria di tappa al Giro di Svizzera e sparì un altro paio di mesi, almeno fino alle classiche di fine stagione, appuntamenti che in un modo o in un altro riesce sempre ad onorare. Sembrava ripetersi una storia già vista decine di volte, quella del predestinato che non riesce a trovare la definitiva consacrazione e imbocca il viale del tramonto a trent’anni. Il 2019, fortunatamente, è stato un anno più che positivo per Ulissi: non come il 2016, al termine del quale risultò essere uno dei corridori più costanti e completi, ma comunque ottimo. Nelle prime prove invernali ha pensato a non strafare: è stato nono al Down Under, quindicesimo all’UAE Tour e dodicesimo ai Paesi Baschi, sfiorando il successo nella terza tappa quand’è stato battuto da Schachmann. La primavera lo ha trovato pronto: alla Freccia Vallone è stato terzo, così come nella tappa di Frascati del Giro d’Italia, mentre al Gran Premio di Lugano ha vinto. Ma è l’estate che ci ha riconsegnato l’Ulissi che conoscevamo: ha conquistato una tappa e la classifica generale del Giro di Slovenia, e la Preolimpica sul percorso che i corridori affronteranno quest’anno alle Olimpiadi di Tokyo; in più, è stato quarto nella prova in linea dei campionati italiani, terzo al Giro di Polonia, quinto al Giro di Germania, quarto nel Grand Prix de Québec, secondo nel Grand Prix de Montréal e sesto al Giro dell’Emilia. L’Ulissi che conoscevamo, tuttavia, vale tanto nel bene quanto nel male: le classiche monumento, le corse nelle quali il suo talento sembrava poter sbocciare e trovare la giusta collocazione, continuano a respingerlo. Alla Milano-Sanremo è arrivato settantaduesimo, alla Liegi-Bastogne-Liegi trentanovesimo, al Giro di Lombardia sessantesimo. Nemmeno l’età e una decina di grandi corse a tappe lo hanno provvisto della resistenza necessaria per ambire alla vittoria in certe gare. Il 15 luglio di anni ne compirà trentuno e di stagioni a disposizione per il colpo grosso ce ne sono sempre meno. La squadra per cui corre, la UAE-Emirates, non dà nemmeno tutte queste garanzie: lo scorso anno si è salvata in calcio d’angolo grazie a qualche giornata di grazia di Kristoff e soprattutto all’esplosione di Pogačar, che alla Vuelta ha vinto tre tappe ed è salito sul terzo gradino del podio. Ulissi andrà alla ricerca di qualche vittoria di tappa nei grandi giri soltanto se la classifica dei suoi capitani (più che altro Pogačar, Aru e Formolo vanno valutati giorno dopo giorno) glielo permetterà: se la corsa lo costringerà a correre per loro, un po’ com’è successo al Giro d’Italia dello scorso anno finché Conti ha indossato la maglia rosa, Ulissi dovrà riporre le ambizioni personali e sarebbe davvero un gran peccato. Nelle classiche dovrà convivere con Formolo, la sua antitesi: scattante e veloce Ulissi, potente e resistente Formolo. Sulla carta formano una coppia temibile, sulla strada staremo a vedere: nella migliore delle ipotesi, soltanto uno di loro esulterà. Il passato sconsiglia di puntare su Ulissi, ma “quello che la ragione giudica impossibile è la sola cosa che può colmare il nostro cuore”, diceva Nicolás Gómez Dávila. E Ulissi è pur sempre il corridore che da ragazzo ha conquistato due edizioni consecutive dei campionati del mondo juniores, che da professionista ha vinto sei tappe al Giro d’Italia, un Grand Prix de Montréal anticipando corridori come Van Avermaet e Sagan e un’edizione della Milano-Torino davanti a Majka, Dani Moreno, Pozzovivo, Contador e Valverde.

Laurens De Plus

©Twitter, De Plus

Se Laurens De Plus potesse scegliere per conto proprio, probabilmente si metterebbe in testa di provare a fare classifica in un grande giro. E basterebbe guardare il suo storico tra gli Under 23 per capire come il Belgio dopo tanti anni – e in attesa della consacrazione di Evenepoel – avrebbe tra le mani un ragazzo di spessore per le corse a tappe. Una nazione che, pur essendo faro del movimento a due ruote, non vince una corsa tra Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta a España da tanto, troppo tempo. De Plus nel 2015, l’anno prima di fare il salto tra i professionisti in maglia Quick Step, è stato uno dei corridori in assoluto più presente nelle corse a tappe di categoria. Secondo alla Ronde de l’Isard – alle spalle di Petilli, ma davanti fra gli altri a Guillaume Martin e Gaudu – con tanto di classifica vinta come miglior giovane. È quarto alla Course de la Paix vinta da Mühlberger, ma davanti a Moscon e Kämna, secondo al Valle d’Aosta – vince Power, lui conquista la tappa di Mourillon -, sesto al Tour Alsace in mezzo a diversi professionisti, in una corsa che vede al quarto posto persino Mathieu van der Poel. Per finire si piazza ottavo al Tour de l’Avenir – vittoria finale di Marc Soler – chiudendo al terzo posto come miglior risultato la tappa di Saint-Michel-de-Maurienne. Passato professionista la stagione successiva, Laurent De Plus solo a tratti ha dimostrato di cos’è capace. È il più classico dei passisti-scalatori da corse a tappe: va forte in salita e si difende bene a cronometro. Con la Quick Step raccoglie poco. Vuole vedersi un giorno realizzato in una corsa come il Tour de France e dunque sente stretta la maglia blu degli uomini di Lefevere, decisamente più portati per tradizione alle corse di un giorno. Nel 2017, al suo esordio in una corsa a tappe di tre settimane, chiude ventiquattresimo. La Quick Step in quel Giro era tutta per Jungels e il suo piazzamento a oltre un’ora da Dumoulin va preso con le pinze. Colleziona un ritiro l’anno successivo alla Vuelta e nel 2019 cambia maglia e passa alla Jumbo-Visma. La squadra di Roglič appare come una vera corazzata nelle corse a tappe – lo sarà ancora di più nella stagione in arrivo – e Laurens De Plus, nonostante la sua giovane età e la poca esperienza maturata nei grandi giri, viene scelto come luogotenente dello sloveno sulle strade della corsa rosa. Soprattutto perché il suo inizio di stagione è eccellente. Sempre al fianco di Roglič nella doppia vittoria tra UAE Tour e Tirreno-Adriatico, De Plus mostra un eccellente stato di forma anche sulle Ardenne: il quindicesimo posto alla Freccia Vallone e il diciassettesimo alla Liegi sono i suoi migliori risultati in carriera in due classiche così importanti. Per capire quanto venga tenuto in considerazione il ragazzo nato nelle Fiandre ma innamorato delle colline ardennesi, basti dire che secondo lo staff olandese il rendimento al Giro di Roglič – e in generale della Jumbo-Visma in salita – sia stato condizionato dai problemi fisici che hanno costretto De Plus al ritiro, dopo aver passato le prime tappe al freddo e sotto la pioggia, sempre in coda al gruppo e con il mal di pancia. Un calvario dal quale il giovane belga – che un anno e mezzo prima fu coinvolto nel terribile incidente che quasi costò la vita all’ex compagno di squadra Vakoč – uscì alla grande. Al Tour contribuisce al podio di Kruijswijk e si distingue come tra i più brillanti coéquipier in salita e qualche settimana più tardi si sblocca vincendo la classifica finale del Binck Bank Tour, grazie alla sua proverbiale regolarità tra percorsi accidentati e cronometro. In un’intervista racconta che i chetoni utilizzati come integratori da alcuni corridori della Jumbo-Visma e che stanno suscitando diverse polemiche hanno il sapore del gin tonic, mentre per la stagione in arrivo si vede ancora come gregario di lusso nei grandi giri. Lo abbiamo detto: non è una questione di volontà, ma di ruoli. Oltretutto con l’arrivo di Dumoulin gli spazi che si potrà ritagliare potrebbero essere ancora più ridotti. Attenzione, però: ha dimostrato di essere corridore da seguire anche nelle classiche più impegnative. Oltre che nelle brevi corse a tappe: Tirreno-Adriatico, Romandia, Svizzera o le tante corse che si disputano in terra di Spagna.

Marc Hirschi

©https://www.rsi.ch/

Marc Hirschi è giovane, ma ha paura che il tempo possa scorrergli via sotto la ruota troppo in fretta. Vede Remco Evenepoel – due anni di meno – prendersi la scena; Egan Bernal – un anno di più – vincere il Tour; Tadej Pogačar – suo coetaneo – conquistare tre tappe e il terzo posto finale alla Vuelta. Esamina i risultati di questi tre avversari e si chiede: e tutto quello che ho fatto io? Il doppio titolo tra gli Under 23  – Mondiale ed Europeo – non vale nulla? Marc Hirschi non deve avere fretta: il tempo è dalla sua parte e, banalità tra le banalità, è tutto relativo. Oggi si consacra il belga della Deceuninck-Quick Step, domani sarà il turno di Thomas Pidcock e poi magari arriverà quello di Marc Hirschi. Ci sarà una fase della stagione in cui anche quel nome, dove le consonanti battono nettamente le vocali, potrà essere sulla bocca di tutti gli appassionati. Ad analizzare il 2019 del classe ’98 svizzero ci sarebbe da lustrarsi gli occhi, in realtà. Il problema è che ‘sti ragazzacci – concedeteci il termine – stanno cambiando il ciclismo. Stanno mettendo fretta e quindi a essere stritolati dalla morsa delle aspettative è un attimo. Se non ci fossero quei tre sopracitati, come avremmo giudicato la stagione di un ragazzo che a vent’anni – mentre tanti suoi coetanei battagliano ancora tra i dilettanti – chiude al decimo posto la classica di Harelbeke? Lui che pareva più tagliato per le Ardenne, invece che per le corse sul pavè. Oppure il successo di tappa sfiorato ai Paesi Baschi, dimostrando di andare forte su ogni terreno e con ogni condizione climatica anche poche settimane dopo il suo passaggio tra i professionisti? Marc Hirschi, poi, è tenuto in seria considerazione dalla sua squadra, una Sunweb che per la verità non ha mai brillato particolarmente nella stagione appena trascorsa e che per il 2020 potrebbe puntare moltissimo sul giovane svizzero. Nella prima parte di stagione ha disputato Milano-Sanremo, Amstel Gold Race e Liegi Bastogne Liegi, chiudendo sempre a ridosso della cinquantesima posizione e risultando due volte su tre il migliore tra i neoprofessionisti, battuto solo alla Liegi da Pogačar. Oppure il terzo posto a San Sebastián, come andrebbe considerato? Quanto cambierebbe la percezione sulla stagione di Hirschi, se al primo posto non fosse arrivato un talento come Remco Evenepoel? La ricorrenza di quei nomi negli ordini d’arrivo vizia il giudizio e allora Hirschi ora ha fretta di tornare a essere il primo della classe, come gli accadeva con buona regolarità tra gli junior prima e gli Under 23 poi, e nella stagione che arriva vorrebbe provare ad arraffare un po’ di tutto. Le classiche di inizio stagione si adattano perfettamente alle sue caratteristiche, forse solo la Sanremo ha poco senso per lui – a meno che le condizioni atmosferiche non induriscano la corsa. Ma le semiclassiche del Belgio – sia pavé che Ardenne – oppure la Strade Bianche sono gare che potrebbero vederlo in prima fila per provare a vincere. A mostrare che tra i giovani rampanti c’è pure lui. Hirschi, poi, va forte anche a cronometro e dunque potrebbe continuare a testarsi nelle brevi corse a tappe, magari quelle di casa sua. E a proposito di Svizzera: a fine stagione ci sarà un Mondiale che sulla carta pare durissimo e fa paura a tutti. Lui, che di titoli se ne intende, potrebbe essere un nome da seguire, ma ci sarà tempo per parlarne: abbiate pazienza. Anche se su questo Marc Hirschi non pare proprio essere d’accordo.

Andrea Vendrame

©Twitter, bicitv

Andrea Vendrame nel 2017 decise di prendere lezioni di francese. Lo fece con l’aiuto della sua squadra, l’Androni Giocattoli, grazie alla quale iniziò a prendere confidenza con il mondo del professionismo correndo un calendario dal respiro internazionale, ma classico. Ve lo immaginate un corridore così relegato alle corse cinesi o di Taiwan? Uno spreco assoluto. E così Andrea Vendrame, dalla provincia di Treviso, si fa le ossa, avvicinandosi a suon di corse e risultati a quella che è la cultura dei nostri amati e a volte odiati cugini francesi. Da quelle parti Vendrame aveva già conquistato uno splendido bronzo all’Europeo di Plumelec e nella sua prima stagione tra i professionisti è settimo alla Classic Loire Atlantique; poi sfiora il successo di tappa alla Circuit Cycliste Sarthe, prima di ottenerlo al Tour de Bretagne, anche se quella vittoria non gli varrà come primo vero e proprio successo tra i professionisti, in quanto corsa .2. Alla Quattro Giorni di Dunkerque – che in realtà quell’anno si disputa su sei giorni  – si mette in evidenza andando spesso all’attacco e conquistando la maglia dei Gran Premi della Montagna; non che avessero affrontato chissà quali salite, ma serve a dare l’idea dell’indole battagliera del corridore e di una certa tenuta sui percorsi mossi. Nel 2018 sale ulteriormente di colpi e lo fa sempre nella nazione dove, parlando, grattano la erre: quarto al Trophée Harmonie Mutuelle in uno sprint ristretto in cima a uno strappetto, sesto nella classifica finale del Circuit Cycliste Sarthe e infine terzo alla Paris-Camembert, semiclassica del calendario francese, su un tracciato che gli si addice notevolmente tra mangia e bevi, vialoni, vento in faccia e continui cambi di ritmo. La seconda parte di stagione non lo vede ottenere i risultati sperati e raccoglie ancora una volta in terra francese il suo miglior piazzamento con un quarto posto di tappa al Tour Poitou-Charentes en Nouvelle Aquitaine – di nuovo su un percorso mosso e al termine di uno sprint ristretto, stavolta vinto da Démare. È pero il 2019 l’anno del suo definitivo salto di qualità. Vendrame oramai è uno studente modello che dimostra affinità con la lingua francese soprattutto nelle corse tra marzo e aprile. Il suo storico è un crescendo continuo, ne fa uno dei migliori corridori in assoluto del calendario transalpino e fiore all’occhiello della spedizione Androni Giocattoli in terra d’oltralpe: quindicesimo alla Classic Loire Atlantique, dodicesimo alla Cholet-Pays de la Loire, undicesimo al Trophée Harmonie Mutuelle, dove stavolta manca l’aggancio con il gruppetto che si giocherà il successo finale, decimo alla Paris-Camembert, secondo al Tour du Finistère, battuto solo da Julien Simon e infine è il primo italiano della storia a vincere il Tro-Bro Léon, una delle corse più affascinanti in assoluto del calendario mondiale. Tra ribinou, vento, allevamenti di moules de bouchot, Vendrame quel giorno mette in campo tutto il meglio del suo repertorio, sostenuto da una condizione che poi non riuscirà a replicare per tutto l’arco della stagione. Scaltro, abile nella guida e poi vincente nel finale quando riesce a mettersi alle spalle un gruppetto di ruote veloci se non altro quanto lui – vedi Baptiste Planckaert – e approfittando di una Groupama dalle idee poco chiare con Sarreau, il più rapido di quel gruppetto, arrivato nel finale con le pile scariche e senza il giusto accordo con il compagno di squadra presente davanti. È il secondo e al momento ultimo successo in carriera che arriva a dieci giorni dalla sua prima vittoria tra i professionisti – tappa al Circuit Cycliste Sarthe, davanti anche a van der Poel  e che gli varrà il contatto con l’AG2R che in questo 2020 gli darà la possibilità di misurarsi nel World Tour. Se i progressi ottenuti anno dopo anno dovessero continuare, Andrea Vendrame potrebbe sfruttare un francese che oramai maneggia come un fabbro fa con il martello. Potrebbe dire la sua in quella che oramai sembra la sua seconda patria, ma sposterà anche l’attenzione sulle corse più importanti: Milano-Sanremo, semiclassiche del Belgio e poi Ardenne. Viste le sue caratteristiche e sfruttando una squadra che sposa perfettamente il suo carattere battagliero, potrebbe essere arrivato il momento di togliersi grosse soddisfazioni. D’altronde, dopo il diploma in terra francese non avrà bisogno nemmeno di troppo tempo per ambientarsi. Vendrame, il francese che arriva dal Veneto, ha già pronta la tesi di laurea.

Iván García Cortina

©Twitter, Maillot Distinctif

Nel 2019, Iván García Cortina ha vissuto la migliore stagione della sua sin qui breve carriera. L’alba dello scorso anno sembrava aver dato al ciclismo spagnolo quel corridore capace in un colpo solo di prendersi la pesantissima eredità di Freire e Flecha, ai quali, seppur con le dovute differenze, García Cortina tende non solo ad assomigliare, ma appare quasi come una sintesi. Nato a Gijón ventiquattro anni fa, García Cortina è un corridore con caratteristiche inusuali per il ciclismo iberico, ma che, come nel caso dei sopra menzionati Flecha e Freire, sa dare diverse soddisfazioni a tutto il movimento spagnolo. Nella due giorni che apre il calendario belga 2019, tra Omloop Het Nieuwsblad e Kuurne-Bruxelles-Kurne, García Cortina si piazza sempre davanti a Sonny Colbrelli, l’uomo veloce e designato per andare a caccia di successi da quelle parti con la maglia della Bahrain-Merida. Ma le prestazioni migliori in assoluto le mette in mostra alla Parigi-Nizza; in particolare il secondo giorno a Bellegarde, dove in una tappa dai connotati della corsa belga, tra vento e pioggia, il corridore asturiano dimostra di essere un vero duro: contribuisce nei ventagli alla selezione che sgancia un settetto di estrema qualità – Groenewegen, Gilbert, Trentin, Kwiatkowski, Luis León Sánchez e Bernal – ma è proprio la presenza del corridore olandese della Jumbo-Visma a rovinargli i piani. Arriva secondo sul traguardo e rimanda a qualche mese dopo l’appuntamento con il primo successo tra i professionisti. Ma un Iván García Cortina così diventa automaticamente corridore da tenere d’occhio nel momento in cui la campagna del Nord entra nel vivo. Salta la Milano-Sanremo, ma si mette in luce spesso davanti al gruppo, senza però ottenere risultati di grande rilievo nelle altre corse: ventitreesimo ad Harelbeke, sedicesimo alla Dwars door Vlaanderen, ventiquattresimo al Giro delle Fiandre e quarantunesimo alla Parigi Roubaix. Risultati comunque di spessore e comunque migliori di quelli ottenuti lo scorso anno. Quando riprende l’attività, siamo all’Amgen Tour of California, arriva anche il primo successo in carriera al termine di un convulso sprint ristretto dove precede Maxi Richeze e Sergio Higuita. Al Tour de France fatica a mettersi in mostra, cosa che invece gli riesce molto bene al Binck Bank Tour, dove non ottiene il successo ma mette in evidenza ancora la sua affinità con l’aria del Belgio. Il finale di stagione lo vede sul podio a Montréal, in un’ordine d’arrivo di tutto rispetto al termine di una corsa combattuta, preceduto sul traguardo solo da Van Avermaet e Ulissi. Nel finale di stagione raccoglie poco – un settimo posto al Beghelli -, mentre il suo mondiale finisce con un ritiro, nonostante fosse una carta importante in seno alla nazionale spagnola. Nel 2020 Garcia Cortina è chiamato al salto di qualità. Il Team Bahrain McLaren gli darà la possibilità di fare le sue mosse in Belgio, dove potrà giostrarsi con compagni di qualità come Colbrelli, Mohorič e Teuns. Viste le spiccate doti veloci, la capacità di stare al vento, la tenacia e le qualità sul pavé, non ci stupiremmo se a fine stagione il ciclismo spagnolo potrebbe dire di aver trovato l’erede di Flecha o di Freire. Fardello pesante per il classe ’95 di Gijon, il quale però sembra intenzionato ad accettare la sfida.

Krits Neilands

©cicloweb.it

Tra i nomi presenti in questa lista, quello di Krists Neilands appare il più sorprendente e forse il meno conosciuto. È uno degli esponenti del movimento lettone, che piano piano sta crescendo sempre di più – vedi i risultati di Skujiņš e i miglioramenti di Liepiņš. Krists Neilands, peraltro, è stato autore di una delle azioni più entusiasmanti in assoluto del 2019. Vedere per credere. La sua vittoria al Gp Wallonie resta per tempismo, sagacia e capacità di resistere al ritorno del gruppo, uno dei gesti tecnici del 2019. Mentre tutti si aspettavano il più classico degli sprint sullo strappo di Namur, dove i favoriti erano corridori in forma come Laporte, De Buyst e Stuyven, ecco che a sette chilometri dall’arrivo Neilands lascia la compagnia di un gruppo sempre meno folto e con le gambe intossicate da una corsa battagliera. Il suo vantaggio si dilata e non appena la strada inizia a salire nel sempre suggestivo passaggio all’interno della cittadella, Neilands andava a gestire le sue risorse come un freddo calcolatore conquistando così la sua più importante vittoria in carriera. Due volte campione lettone in linea e una volta a cronometro, Krists Neilands era conosciuto dal grande pubblico soprattutto per essere stato l’uomo dietro al quale partì Vincenzo Nibali sul Poggio verso la vittoria nella Classicissima del 2018. Tifoni e cronisti, da quella volta, non appena vedevano muoversi questo ragazzo longilineo con la maglia di campione lettone rammentavano quell’azione usando toni a volte quasi canzonatori. Neilands, invece, con la maglia della Israel Cycling Academy si sta costruendo una carriera di tutto rispetto e di sicuro non è finita qui. Nell’anno di quella famosa Milano-Sanremo, sfruttando il suo marchio di fabbrica, anticipa il gruppo verso il traguardo e va a conquistare la Dwars door het Hageland – corsa affascinante che si snoda tra asfalto, sterrati e pavé – anticipando così la volata vinta da Elia Viviani. Quel giorno Neilands, sfruttando la condizione raggiunta al Giro d’Italia da poco concluso, andò in fuga e fu vittima di diversi incidenti meccanici, ma riuscì a resistere al rientro del gruppo fino a tagliare il traguardo in solitaria e a braccia alzate. Prima del successo ottenuto a Namur pochi mesi fa, si trattava sicuramente della vittoria più prestigiosa della sua carruera. D’altronde, l’affinità tra il lettone e le corse complicate si era già vista tra gli Under 23, quando in maglia Axeon chiuse nei dieci sia il Fiandre che la Liegi.  In questo 2020 viene confermato dalla Israel Start-Up Nation e sale anche lui nel World Tour, vedendo aperte le porte verso un calendario più prestigioso. Nella stagione in arrivo, se non in prima fila, Krists Neilands sarà tra i profili da tenere maggiormente d’occhio nelle corse di un giorno, dove la sua spigliatezza potrà essere spesso sinonimo di spettacolarità e di gare all’attacco e la sua capacità di cogliere l’attimo potrebbe fargli togliere diverse soddisfazioni. La Strade Bianche, vista anche la sua passione per il ciclocross, potrebbe anche essere una delle corse in cui lasciare il segno.

 

 

Foto in evidenza: ©VeloNews, Twitter