10 corridori delle Professional da seguire nel 2020

Il mondo delle Professional è troppo interessante e bizzarro per essere tralasciato.

 

 

Quello delle Professional continua ad essere un ecosistema troppo intrigante ed importante per essere trascurato. Come abbiamo ormai imparato, da questo crocevia transitano personaggi di ogni tipo: giovani che ambiscono ad un posto nel World Tour, professionisti attempati che si accontentano di sparare le ultime cartucce della loro carriera, ma anche corridori di mezza età in cerca della loro dimensione, capitani e promesse non mantenute che sperano di rilanciarsi, stradisti che d’inverno diventano ciclocrossisti e sudamericani alla prima vera esperienza europea.

Le formazioni che compongono la categoria Professional nel 2020 sono diciannove, in linea di massima quelle che già conosciamo e che ne fanno parte da ormai qualche stagione. Possono cambiare i nomi e le regole, possono passare le riforme, ma il succo del discorso rimane lo stesso: saranno gli atleti di queste squadre a comporre, in buona parte, le fughe dei grandi giri, a giocarsi la vittoria in quelle corse troppo spesso sottovalutate dal grande pubblico, a dispensare qualche gradita emozione in quelle rare occasioni in cui riusciranno a mettere nel sacco le formazioni da svariate decine di milioni di euro.

Kevin Rivera

Kevin Rivera con la maglia gialla del Sibiu Cycling Tour. ©Sibiu Cycling Tour, Twitter

L’Androni Giocattoli-Sidermec sta attraversando un periodo di transizione, o almeno questa è la sensazione analizzandone l’organico e i risultati raccolti nella passata stagione. Nel giro di qualche anno se ne sono andati i corridori più rappresentativi: Rodolfo Torres, Ballerini, Bernal, Sosa, Vendrame, Cattaneo, Masnada. E la vittoria nella Ciclismo Cup (la Coppa Italia, per intenderci) è arrivata con molto più affanno rispetto alle precedenti stagioni, se si considera che l’ufficialità è giunta soltanto alla fine del Gran Piemonte, corsa disputata il dieci ottobre – e ultima prova del calendario della Ciclismo Cup, peraltro. L’Androni Giocattoli, tuttavia, non si è fatta trovare impreparata e inaugura un nuovo percorso – un biennio, tuttalpiù un triennio – con una formazione che suggerisce tante riflessioni. Fatta eccezione per Belletti, Marco Frapporti, Bisolti e Gavazzi, che veleggiano sui trentacinque, gli altri sono compresi tra i venti e i ventisette anni. Di questi, cinque vengono dal dilettantismo italiano e promettono bene: sono Bais, Venchiarutti, Colleoni, Conca e Ravanelli. Comunque ce ne sono anche altri, di corridori relativamente giovani che sperano di fare un ulteriore passo avanti: Gabburo e Pacioni vengono dalla Vini Zabù-KTM di Scinto e hanno ventisei anni, Pellaud ne ha ventisette ma ha già partecipato a due edizioni della Vuelta con la IAM, Bagioli ne ha ventiquattro e gli ultimi tre li ha passati alla Nippo Vini Fantini. E poi c’è l’usuale manipolo di sudamericani in cerca di un posto al sole, taluni si accontenterebbero di un pizzico di continuità. I tre colombiani sono Florez, Muñoz e Restrepo, ventitré anni i primi due e venticinque il terzo, ottimi scalatori che hanno già dimostrato di poter lottare per la vittoria di tappa in assenza dei fuoriclasse del World Tour; Jefferson Cepeda di anni ne ha ventuno, viene dall’Ecuador e lo scorso anno ha vinto l’ultima tappa del Tour de l’Avenir, chiudendo al nono posto della classifica generale; e poi c’è Kevin Rivera, il nome sul quale tutti – Savio compreso, anzi, Savio per primo – scommettono di più. Anche Rivera ha ventuno anni, ma a differenza di Cepeda viene dalla Costa Rica ed è professionista all’Androni Giocattoli dal 2017. Un giovane che ha già una certa esperienza, insomma, e che ha saputo approfittare delle poche occasioni in cui la squadra lo ha fatto capitano: nel 2017 ha vinto il Tour of China II, nel 2018 ha vinto una tappa alla Vuelta al Táchira e nel 2019 ha conquistato il Sibiu Cycling Tour, breve corsa a tappe rumena, e il nono posto alla Milano-Torino, arrivando sul traguardo di Superga insieme a Fuglsang. Pochi giorni fa, alla Vuelta al Tachira, ha centrato due vittorie di tappa e il terzo posto della classifica generale. Fino ad ora ha brillato in prove di secondo piano, è indubbio, ma del ragazzo se ne parla un gran bene, vuoi per l’età vuoi perché l’intuito di Savio in materia è infallibile. Quest’anno affronterà un calendario più esigente. Potremmo vederlo anche al Giro d’Italia, soltanto così capiremo la sua reale consistenza; potrebbe subire il contraccolpo e rimanere così alla Androni Giocattoli-Sidermec per un altro anno, ma se invece dovesse fare bene qualche squadra vorrà portarlo nel World Tour già nel 2021.

Bryan Coquard

©L’ÉQUIPE, Twitter

Bryan Coquard, che compirà ventotto anni ad aprile, è arrivato al bivio della sua carriera: velocista di secondo piano, ultimo uomo di uno sprinter affermato o mina vagante? Non sarà facile trovare una risposta, d’altronde rispondere ad una domanda non è mai facile. Andiamo per gradi. Coquard non ha smesso di vincere: nel 2017 e nel 2018, un biennio dal quale si sarebbe aspettato molto di più, ha pur sempre racimolato otto successi. Tuttavia, gli mancavano la continuità e l’efficacia nelle corse di un giorno che sembra aver ritrovato a partire dallo scorso anno, uno dei migliori della sua carriera. Ha vinto al debutto, era il sette febbraio, la prima tappa dell’Etoile de Bessèges, ripetendosi poi nella seconda frazione del Circuit Cycliste Sarthe, nella quarta della 4 Jours de Dunkerque, nell’ultima della Boucles de la Mayenne e del Baloise Belgium Tour e nella seconda dell’Arctic Race of Norway; ma non solo, perché ha centrato il successo anche nel Grote Prijs Marcel Kint e nel Gran Prix Cerami, chiudendo sesto a La Roue Tourangelle, quinto al Grand Prix de Plumelec-Morbihan e al Grand Prix d’Isbergues, ottavo alla Paris-Chauny e terzo al Tour de Vendée – tutte prove di un giorno. Una stagione lunga, prolifica e costante, insomma, che ha riportato alla mente il bel corridore che Coquard è stato soprattutto nel 2016, quando fu una delle rivelazioni stagionali: le vittorie parziali furono undici, ma riuscì a conquistare anche la classifica generale di due brevi corse a tappe, senza dimenticare il secondo posto alla Dwars door Vlaanderen, il quarto alla Freccia del Brabante e all’Amstel Gold Race, il quinto alla Parigi-Tours e la volata persa per qualche millimetro con Kittel al termine della quarta tappa del Tour de France. Coquard ha scelto di rimanere alla B&B Hotels-Vital Concept nonostante una sostanziosa offerta della Cofidis: ha detto di credere nel progetto della squadra e di trovarsi bene, e poi un’altra stagione tra le Professional non può far male ad un corridore apparentemente vicino a ritrovare il colpo di pedale dei giorni migliori. La sua stagione ruoterà intorno a due obiettivi: il Tour de France e i Giochi Olimpici, perché Coquard è anche un ottimo pistard, se è vero che otto anni fa a Londra vinse la medaglia d’argento nell’Omnium, che nel 2015 è stato campione del mondo nella Madison e che lo scorso anno è diventato campione europeo nella corsa a punti – prova che ha visto salire sul terzo gradino del podio Michele Scartezzini. Il livello medio della squadra è piuttosto buono; Coquard non è l’unico riferimento: c’è Rolland, che deve riscattare la peggior stagione della sua carriera; c’è Jelte Slagter, che ha deciso di uscire dal World Tour per raccogliere qualcosa in più; c’è Mozzato, talento italiano di belle speranze proveniente dalla formazione Continental della Dimension Data – la stessa di Konychev, Battistella e Sobrero – e al primo anno tra i professionisti; e c’è Debusschere, che decide di ripartire da una Professional dopo un decennio nel World Tour che gli ha fruttato la vittoria nella prova in linea del campionato belga, una tappa alla Tirreno-Adriatico e due piazzamenti tra i primi dieci alla Parigi-Roubaix. La B&B Hotels (o Vital Concept, per comodità) ha avuto organici assai peggiori.

Giovanni Carboni

©Claudio Bergamaschi

La Bardiani-CSF-Faizanè può partire da un paio di consolazioni: l’ingresso di Faizanè, uno sponsor importante che ha deciso di rimanere nel ciclismo dopo l’esperienza con la Nippo Vini Fantini, e la certezza che peggio del 2019 la squadra dei Reverberi non può fare. La formazione, che continua ad essere composta soltanto da atleti italiani, non si è rinforzata poi molto rispetto allo scorso anno: Pelucchi e Benfatto sono gli unici trentenni e arrivano dall’Androni Giocattoli-Sidermec, Filosi torna in Italia dopo l’esperienza alla Delko Marseille, Lonardi e Zaccanti vengono dalla Nippo Vini Fantini; dei neoprofessionisti, Zana e Mazzucco sono i più promettenti, Fiorelli il più pronto, Monaco e Dalla Valle due innesti comunque da seguire. In attesa di qualche segnale da parte di Albanese, Orsini, Romano, Savini e Covili, il corridore più interessante della Bardiani-CSF-Faizanè rimane Giovanni Carboni. Carboni compirà venticinque anni ad agosto: è ancora relativamente giovane, insomma, ma se il suo obiettivo è il World Tour – come crediamo e ci auguriamo – allora deve alzare ulteriormente il livello delle sue prestazioni. Prestazioni che comunque, nell’ultimo biennio, sono arrivate e sono cresciute: nel 2018, ad esempio, al primo anno nella categoria ha chiuso al settimo posto la Adriatica Ionica Race e all’ottavo il Giro d’Austria, corse alle quali erano presenti corridori come Sosa, Ciccone, Brambilla, Conti, Hermans, Cataldo, Visconti, Lutsenko e Mohorič; nel 2019 si è ulteriormente migliorato, ritrovando un ottimo stato di forma tra maggio e giugno: ha chiuso al sesto posto La Route d’Occitanie – Valverde, Sosa, Urán, Gallopin e Dunbar i cinque che gli sono arrivati davanti nella classifica generale – e il Gran Premio di Lugano – davanti a Pogačar, Velasco, Sbaragli, Chaves, Visconti. Ma soprattutto è arrivato il suo debutto in un grande giro: la Bardiani-CSF lo ha selezionato per il Giro d’Italia e lui non ha sfigurato. Carboni, infatti, è andato spesso all’attacco, cogliendo due piazzamenti tra i primi dieci che denotano anche resistenza e recupero: ha chiuso al quinto posto a San Giovanni Rotondo, tappa numero sei, e al quarto a San Martino di Castrozza, tappa numero diciotto. In più, ha indossato la maglia bianca di miglior giovane per un paio di giorni al termine della prima settimana. Tuttavia, dopo aver sfruttato nel Gran Premio di Lugano e a La Route d’Occitanie la condizione trovata al Giro d’Italia, Carboni è scomparso. Dalla fine di giugno al Giro di Lombardia, ultima gara alla quale ha preso parte, ha accumulato oltre venti giorni di corsa senza mai riuscire ad entrare nei primi dieci. Carboni, che sogna di partecipare al Tour de France e di vincere una tappa, è sulla strada giusta ma non deve perdere tempo. È un uomo da corse a tappe: la salita è il suo terreno preferito e, come abbiamo visto, regolarità e fondo non gli mancano. Da qui ad affermare che nel giro di qualche anno può lottare per la vittoria di un Giro d’Italia c’è un abisso e siamo sicuri che Carboni è il primo ad esserne consapevole. Ma una carriera si costruisce piano piano e una squadra come la Bardiani-CSF-Faizanè, per quanto piccola e meno strutturata rispetto a qualche anno fa, è un ambiente sereno e positivo nel quale crescere.

Amaury Capiot

©WielerFlitsBE, Twitter

Amaury Capiot, oltre ad avere un nome la cui pronuncia risulta particolarmente gradevole all’udito, è anche un bel corridore, uno di quelli che ad una Professional fa dannatamente comodo: è abbastanza veloce, sa stringere i denti quand’è il momento e si difende sul pavé; tradotto: torna comodo in più occasioni e porta diversi punti per le graduatorie. Certo, talvolta nemmeno questo può bastare per far parte del World Tour, perché alla fine è lì che ogni buon corridore, Capiot compreso, vuole arrivare. Per il momento – dal 2015, a dire la verità – deve accontentarsi della Sport Vlaanderen-Baloise, una formazione che abita la categoria da ormai parecchi anni. Assomiglia molto alla Bardiani: tessera soltanto atleti belgi compresi perlopiù tra i venti e i ventisei anni, infatti l’unica eccezione quest’anno è rappresentata da Kenny De Ketele, trentaquattro anni, un maestro della pista che in strada si fa vedere poco; e, proprio come la Bardiani, punta a valorizzare il maggior numero possibile di corridori per poi vederli approdare nel World Tour: negli ultimi anni ci sono riusciti Armée, Serry, Declercq, Wallays, Lampaert, De Buyst, De Vreese, Campenaerts, Theuns. È quello che spera anche Capiot, guardando più che altro alla Lotto Soudal e alla Quick Step, le due formazioni che hanno attinto più spesso dal serbatoio della Sport Vlaanderen. Capiot, ventisette anni a giugno, sta attraversando quel periodo in cui l’esperienza comincia a fondersi sempre più spesso col vigore; ma i treni che passano andrebbero presi, perché potrebbero non ripassare. Nella seconda parte del 2019 s’è visto il miglior Capiot di sempre. Non ha mai vinto, ma ha sfoggiato una regolarità invidiabile: ottavo al Grand Prix Cerami, quattro volte tra i primi dieci al Tour de Wallonie e al Giro di Danimarca, tre volte tra i primi dieci al Binck Bank Tour, ottavo alla classica di Bruxelles e al GP de Fourmies, terzo alla Paris-Bourges, quinto alla Parigi-Tours. Questi risultati non devono stupire: stiamo parlando di un corridore che nel 2016, a soli ventitré anni, chiudeva il Tour de l’Eurométropole al quarto posto battuto soltanto da Groenewegen, Naesen e Boonen, mentre due giorni dopo si classificava quinto alla Binche-Chimay–Binche appena dietro a Démare, Štybar, Roelandts e Van Avermaet. E se tutto questo non dovesse bastargli per trovare un posto nel World Tour, Capiot può giocare la più viscida delle carte: la discendenza. Suo padre, infatti, era Johan Capiot, professionista dal 1986 al 2000 e capace di salire sul podio della Parigi-Roubaix del 1992, di vincere tre edizioni della Freccia del Brabante, due della Omloop Het Nieuwsblad e una della Parigi-Tours, alle quali vanno aggiunti altri ottimi piazzamenti tra Parigi-Roubaix, Giro delle Fiandre e Gent-Wevelgem. Tutto sommato, Capiot sembra avere ottime possibilità di farcela.

Diego Rosa

©WSFR Cyclisme, Twitter

Seppur con qualche anno di ritardo, Diego Rosa ha preso finalmente la decisione giusta per provare a rilanciare la sua carriera: lasciare il Team INEOS. A marzo compirà trentuno anni e l’Arkéa Samsic corrisponde con l’ultima occasione a sua disposizione per invertire la rotta imboccata nel 2017. La dote delle tre stagioni passate al Team INEOS – fino al 30 aprile 2019, ovviamente, si chiamava Team Sky – è misera: soltanto la vittoria nella classifica generale della Coppi e Bartali 2018, arrivata grazie ai piazzamenti. Rosa non ha mai vinto una frazione o una corsa in linea durante la sua permanenza nella squadra britannica. Senz’altro la convivenza con i campioni del Team INEOS gli avrà insegnato qualcosa, ma se potesse tornare indietro siamo sicuri che si muoverebbe diversamente. Nell’autunno del 2016, forte di un biennio importante e attratto da un’offerta economica evidentemente impareggiabile, Rosa non ha valutato la proposta nella sua interezza: per un ragazzo di ventotto anni ai primi risultati importanti, il Team Sky era veramente troppo. Gli unici due grandi giri disputati risalgono al 2017 – Giro d’Italia e Vuelta a España -, mentre dalle strade del Tour de France manca dal 2016, l’unica partecipazione della sua carriera. Il Tour de France è l’obiettivo più importante della sua nuova squadra, l’Arkéa Samsic, che in un primo momento sembrava destinata ad entrare nel World Tour salvo poi rimanerne fuori. I dirigenti e i corridori hanno detto che se lo aspettavano, ma l’esclusione ha destato scalpore: erano anni che tra le Professional non c’era una formazione così forte come l’Arkéa Samsic. Basta elencare i nomi più rappresentativi: Anacona, Bouhanni, i fratelli Quintana, Barguil, McLay; senza dimenticare il prezioso apporto che potranno dare Vachon, Pichon, Owsian, Ledanois, Gesbert, Delaplace, Bouet, Boudat. E poi c’è Diego Rosa, che adesso non ha più scuse: può sbizzarrirsi. Nonostante un triennio complicato, il piemontese ha lasciato intravedere qualche spiraglio incoraggiante: nel 2019, ad esempio, ha passato gran parte della Strade Bianche all’attacco, ha chiuso al secondo posto il Memorial Pantani e al terzo il Tour of Guangxi. Dovrebbe avere molta libertà, tanto nelle prove d’un giorno quanto nelle corse a tappe. Abbandonata qualsiasi velleità di classifica generale, Rosa potrà sfoderare nuovamente quel piglio che gli fece ottenere tanti risultati e tanta popolarità tra il 2015 e il 2016, quando vinse la Milano-Torino, quando si giocava il Giro di Lombardia e concludeva tra i primi dieci la Strade Bianche, la Liegi-Bastogne-Liegi, la prova in linea del campionato italiano e il Delfinato. La speranza è che non venga costretto al gregariato dalla squadra o dalla situazione: se Barguil o Quintana fossero in lotta per una corsa importante, allora potremmo capire; ma se le prestazioni del francese e del colombiano dovessero essere altalenanti come quelle fornite nelle ultime stagioni, allora Diego Rosa farebbe bene a pensare per sé. Per badare agli altri c’ha rimesso una carriera.

Lilian Calmejane

©WSFR Cyclisme, Twitter

In un’intervista concessa a L’Équipe lo scorso novembre, Jean-René Bernaudeau non le ha mandate a dire: il general manager della Total Direct Energie ha svelato d’aver provato a contattare Alaphilippe, ha ricordato quanto non gli piaccia il sistema di classifiche e punteggi che sta ingessando il ciclismo e ha ampiamente criticato la riforma che entra in vigore quest’anno. «Siamo la Professional col punteggio più alto del 2019: questo significa che, secondo i nuovi regolamenti, il prossimo anno riceveremo per primi gli inviti ad ogni corsa del World Tour; starà a noi accettare o declinare. Abbiamo avuto la certezza d’aver fatto meglio della Wanty soltanto il 22 ottobre, al termine del Tour of Guangxi; questo significa dover tornare sul mercato per rafforzarsi in vista delle sfide con le squadre del World Tour: qualcuno può spiegarmi come si può pensare di ingaggiare ottimi corridori alla fine di ottobre? I giochi sono già fatti». Bernaudeau, ovviamente, ha ragione, così come hanno ragione tutti quei direttori sportivi e general manager dell’ambiente Professional che si sono schierati contro questa riforma. Bernaudeau, tuttavia, omette un particolare: la sua squadra è la più ricca della categoria, dunque è il più fortunato dei delusi. È una soddisfazione relativa, come vedere le stelle dal fondo d’un pozzo, ma c’è chi – e sono tanti – è in fondo al pozzo e non vede nemmeno le stelle. E infatti, non a caso, la Total Direct Energie ha un discreto organico. Ha corridori veloci come Petit, Simon e Niccolò Bonifazio – raggiunto da Leonardo, più grande di due anni -, un passista di tutto rispetto come Gaudin, un capitano come Terpstra e qualche attaccante di lungo corso come Hivert, Taaramäe e Sicard. In tutto questo, Lilian Calmejane recita il ruolo dell’incognita. Da quand’è professionista, Calmejane ha dimostrato di difendersi in salita e di poter dire la sua nelle brevi corse a tappe di secondo piano; tuttavia, le vittorie più prestigiose della sua carriera le ha colte centrando la fuga di giornata e giocandosi le proprie carte. Ha vinto così alla Vuelta a España 2016 e al Tour de France 2017, quando il gruppo sembrava aver trovato la naturale prosecuzione di Voeckler e De Gendt. Tra l’autunno del 2016 e quello successivo, Calmejane era proprio un bel vedere: oltre alle due vittorie di tappa tra Vuelta e Tour de France, nella primavera del 2017 vinse una tappa e la classifica generale all’Étoile de Bessèges, alla Coppi e Bartali e al Circuit de la Sarthe. Il suo obiettivo, già dichiarato, è quello di tornare a quei livelli; se possibile migliorarsi ancora un po’, dato che ha compiuto ventisette anni a dicembre. Il 2019 non è stata una brutta annata per lui, ha pur sempre vinto la Classic de l’Ardèche e la prima tappa del Tour du Limousin piazzandosi spesso e volentieri tra i primi dieci, ma ha fallito l’appuntamento più importante della sua stagione: il Tour de France. Calmejane ha detto che vincere una tappa al Giro d’Italia sarebbe un sogno, dato che gli piacciono i grandi giri e che al Tour de France e alla Vuelta ha già vinto. Quest’anno la Total Direct Energie avrebbe avuto l’invito garantito, ma ha declinato per puntare ad altri appuntamenti più remunerativi e in linea con la nazionalità degli sponsor. Dopo due stagioni modeste, da Calmejane è lecito aspettarsi un cambio di passo: ad esigerlo sono il suo passato e il futuro delle fughe.

Xandro Meurisse

©Prix Antargaz, Twitter

La Circus-Wanty Gobert non sveste i panni ch’è solita portare: anche nel 2020 punterà sulle ruote veloci e sui suoi attaccanti. Guillaume Martin è salito nel World Tour con la Cofidis, ma per il resto la formazione belga non ha subito perdite pesanti: ci sono ancora Dupont, Eiking, Offredo e Pasqualon, ai quali si sono aggiunti i fratelli van Poppel – Danny dalla Jumbo-Visma, Boy dalla Roompot -, Petilli dalla UAE-Emirates, Hermans e van Kessel dalla Telenet e il giovane Evans dalla SEG Racing Academy, la squadra Continental dalla quale proviene anche Alberto Dainese. Non se n’è andato nemmeno Xandro Meurisse, così desideroso di arrivare nel World Tour e potersi giocare le sue carte. Del belga avevamo già parlato dopo il Tour de France, del quale fu una delle rivelazioni più piacevoli. Concluse ventunesimo, ma nella prima settimana di corsa entrò tra i primi dieci in ben tre occasioni: ottavo nella terza tappa, terzo nella sesta – quella che terminava a La Planche des Belles Filles -, settimo nella ottava. Secondo Van Avermaet, dei corridori belgi in circolazione Meurisse è il più sottovalutato. La sua natura non aiuta di certo: è un atleta così completo e così duttile da apparire inclassificabile e l’uomo, spesso, non sa come reagire davanti alla mutevolezza. Nel 2018, ad esempio, si difese sul pavé del Binck Bank Tour, concluse al sesto posto la prova a cronometro dei campionati belgi e la prova in linea dei campionati europei – quella vinta da Trentin nel maltempo di Glasgow – e chiuse tra i primi dieci le prime due frazioni mosse del Romandia. In italiano non esiste un termine che spieghi Meurisse. Tendiamo a girarci intorno, sperando – o illudendoci, per meglio dire – che attaccante, coraggioso e versatile possano rendere un’idea più prossima possibile alla realtà. Il giornalismo anglosassone, invece, usa un termine piuttosto efficace: all-rounder, ovvero che si difende egregiamente ovunque; di più, che talvolta può lottare per la vittoria indipendentemente dal fondo stradale, dal chilometraggio e dall’altimetria. Nel 2019, Meurisse non è riuscito a esprimersi al meglio delle sue capacità, ma è comprensibile: ha partecipato al Tour de France, il primo grande giro della sua carriera, dunque la sua stagione non può non averne risentito; in più, ha totalizzato ottantotto giorni di corsa, contro i settantotto del 2018. Meurisse non è più un ragazzino: ha ventotto anni, l’età in cui un atleta che sogna il World Tour deve dimostrare di meritarselo. Secondo Kevin Hulsmans, ex professionista nonché suo allenatore, Meurisse ha una motivazione feroce: «Può attraversare un muro, se necessario», ha dichiarato la passata stagione. Considerando che è approdato alla Wanty Gobert nel 2017, e considerando che la Wanty Gobert è stata la prima formazione Professional della sua carriera, fidarsi delle parole di Hulsmans non sembra un sacrilegio: magari un muro non lo attraversa, ma nel World Tour del 2021 Xandro Meurisse potrebbe esserci davvero.

Eduard-Michael Grosu

©ChronoVélo, Twitter

L’ultima parte della passata stagione ha visto un Grosu inedito, per certi versi inaspettato: il velocista rumeno che brillava nelle prove del calendario asiatico per poi piazzarsi in quelle europee ha iniziato a vincere anche in Europa. Meglio essere più precisi: Grosu aveva già vinto sul suolo europeo prima del 2019, ma erano successi di secondo piano: il Tour of Estonia nel 2014, due edizioni della prova contro il tempo e una di quella in linea dei campionati rumeni, qualche frazione di brevi corse a tappe dell’Europa dell’est. Di piazzamenti, al contrario, Grosu ne aveva a bizzeffe: al Giro d’Italia, alla Tirreno-Adriatico, al Giro del Piemonte, alla Coppa Bernocchi, alla Tre Giorni di La Panne. Del calendario asiatico, invece, è un mattatore vero e proprio: in carriera ha vinto sei tappe al Tour of Qinghai Lake e una al Tour of Taihu Lake, e non entriamo nel resoconto dei piazzamenti altrimenti non ne rileviamo le gambe – ce ne sono diversi anche al Tour of China I e II. Nel 2019, in particolar modo dall’estate in poi, Grosu è entrato in una nuova dimensione: più europea, per così dire, lui che da quand’è professionista si è diviso tra Italia – Nippo Vini Fantini – e Francia – Delko Marseille, dall’anno scorso. In primavera si è limitato a qualche sporadico piazzamento: quinto alla Route Adélie de Vitré, quarto nella prima tappa del Giro di Turchia, secondo e sesto nelle prime due del Giro di Norvegia. Poi, con l’inizio di giugno, la sua stagione ha preso il volo: terzo e secondo nelle prime due frazioni del Giro di Lussemburgo, terzo nella prova a cronometro dei campionati rumeni, quattro volte tra i primi dieci alla Turul Romaniei. Le vittorie sono state cinque, e che vittorie: fatta eccezione per le due conquistate al Tour of Qinghai Lake – primo anche nella classifica a punti, tra parentesi -, le altre tre valgono tantissimo. Alla Ronde van Limburg, uno degli appuntamenti del calendario belga al quale le Professional tengono di più, ha battuto Consonni; nella seconda tappa della Okolo Slovenska ha anticipato Lampaert e Démare; nella seconda tappa della CRO Race, conquistata con una bellissima azione da finisseur partita all’ultimo chilometro, si è lasciato alle spalle il primo gruppo che comprendeva atleti come Mohorič e Adam Yates. Compirà ventotto anni a settembre, praticamente alla fine della stagione. Il tempo per levarsi qualche soddisfazione non gli manca, quello che dovrebbe capire al più presto è il modus operandi da adottare. Le sue buone doti da velocista gli permettono di fare la voce grossa in Asia e di lottare coi migliori nel calendario europeo riservato perlopiù alle Professional – tant’è che, come abbiamo visto, riesce a vincere da finisseur pur non essendolo. Nelle prove più importanti – Parigi-Nizza, Giro di Svizzera, Tirreno-Adriatico, Giro d’Italia – Grosu ha sempre fatto molta più fatica: ed è normale, dato che la qualità è maggiore; ma stando così le cose, il World Tour sarebbe un obiettivo per lui raggiungibile a patto di reinventarsi ultimo uomo o attaccante. Il livello delle volate s’è alzato talmente tanto che pare impossibile che una squadra del World Tour possa ambire ad una vittoria importante puntando tutto su Grosu. Comunque di passi avanti ne ha fatti, Grosu, e siamo convinti che ne farà ancora, a partire da quest’anno. Tuttavia, i suoi compagni di squadra non potranno dargli una grossa mano: Rajović è interessante, ma fino a qualche mese fa correva nell’Adria Mobil e ha pur sempre ventidue anni, mentre Finetto, Navardauskas ed El Fares, i capitani, hanno rispettivamente trentaquattro, trentuno e trentaquattro anni. Mica possono avere tutti il budget di Bernaudeau.

Alejandro Osorio

©Gabriele Sala, Twitter

Non ce ne voglia la Caja Rural, ma Alejandro Osorio avrebbe meritato qualcosa di più. Aberasturi, Lastra e Malucelli si guadagnano la giornata sgomitando in volata o in fuga, ma il resto, duole dirlo, è paesaggio. Nel 2019 c’erano quantomeno Chernetski, Pardilla e Aranburu, ma il primo è andato alla Gazprom, il secondo s’è ritirato e il terzo – davvero un bel corridore – se l’è preso l’Astana. A seconda di come la si vuole guardare, la situazione può avere anche dei risvolti positivi: ad Osorio non dovrebbero mancare le occasioni per mettersi in mostra. In Spagna non mancano nemmeno le salite e la Caja Rural, essendo spagnola, farà ruotare tutta la sua stagione sul calendario spagnolo, con la Vuelta come appuntamento più importante – anche se, come abbiamo visto, il sistema degli inviti cambia notevolmente con l’entrata in vigore della nuova riforma. Osorio non ha mai partecipato ad un grande giro e non potrebbe essere altrimenti: è nato nel 1998 e compirà ventidue anni a maggio, nei giorni del Giro d’Italia. Per il momento conviene non sbilanciarsi: più che un uomo da corse a tappe, Osorio pare un ottimo scalatore. Le differenze sono molte: la resistenza, la capacità di recupero, la continuità, la potenza nelle prove contro il tempo. Nelle due corse a tappe disputate tra gli Under 23 nel 2018 ha fatto bene, ma non benissimo: al Giro d’Italia ha vinto una tappa ed è arrivato sesto, al Tour de l’Avenir ha conquistato la maglia di miglior scalatore ma ha concluso ventottesimo nella classifica generale, ad oltre un quarto d’ora da Pogačar. Il 2019 è stata la sua prima annata tra i professionisti e l’ha corsa con la Nippo Vini Fantini Faizanè. A riprova di quanto detto poco sopra, le classifiche generali non gli hanno arriso, ma nelle singole tappe ha dimostrato un talento notevole in salita. Sull’Alto Colorado, alla Vuelta a San Juan, ha chiuso settimo, venti secondi più tardi di Carapaz ma comunque davanti a Benoot, Quintana e Alaphilippe: era il primo febbraio, è vero, ma il ragazzo si è ripetuto durante l’anno. Pochi giorni dopo, è stato ottavo nella quinta tappa del Colombia 2.1, dietro a Urán e davanti a Quintana, Bernal, Henao e Craddock; nell’ultima tappa del Giro di Sicilia, quella che arrivava sull’Etna, è stato tredicesimo; sesto, invece, nell’ultima tappa del Tour du Limousin. Si è difeso anche in una corsa d’un giorno esigente come il Giro di Toscana, una prova che ha visto prevalere Visconti su Bernal, non due frilli: Osorio è stato quattordicesimo, nel primo gruppo degli inseguitori che si giocava il settimo posto. I giovani che ultimamente sono arrivati nel World Tour ci hanno abituati talmente male da farci reputare poco interessante un ventenne ancora acerbo e alla ricerca della prima vittoria. Perché Osorio, fondamentalmente, è questo. Ma ritorniamo sulla terra, almeno per un attimo: ha ventuno anni, accidenti, e una carriera davanti. E va bene così.

Tim Merlier

©WSFR Cyclisme, Twitter

Quando si analizza il 2019 di Tim Merlier, bisogna tenere conto di un fattore fondamentale: ha debuttato su strada il dodici giugno, praticamente a metà stagione. Eppure, nonostante i pochi giorni di corsa accumulati – appena trentuno -, Merlier ha ottenuto dei grandi risultati. Ha esordito al Giro del Belgio con due piazzamenti nelle prime due tappe, secondo dietro a van Schip e terzo dietro a Evenepoel e Jakobsen. Gli è bastata una breve corsa a tappe per riprendere il filo con la strada interrotto al termine del 2018. Alla Dwars door het Hageland è arrivato sesto, alla Elfstedenronde ha vinto davanti a Jakobsen e Philipsen, ha trionfato persino nella prova in linea dei campionati belgi battendo alcuni dei migliori atleti del paese: van Aert è arrivato terzo, Gilbert quarto, Theuns sesto, Philipsen nono, Lampaert decimo. Dopo un mese di pausa, Merlier ha ripreso da dove aveva lasciato. Prima ha vinto tre tappe e la classifica a punti del Tour Alsace e l’ultima frazione del Giro di Danimarca, poi si è piazzato regolarmente tra i primi dieci in diverse semiclassiche di fine stagione: sesto alla Omloop Mandel-Leie-Schelde Meulebeke, secondo nella Antwerp Port Epic, settimo nella Paris-Chauny, quinto nel Memorial Rik Van Steenbergen, terzo allo Sparkassen Münsterland Giro dietro a Hodeg e Ackermann ma davanti a Gaviria, Walscheid e Teunissen. Merlier non è un novellino: ha compiuto ventisette anni ad ottobre e già nel 2018 aveva ottenuto due vittorie di tappa al Giro di Danimarca, sfiorandone altre tra la Ronde van Limburg, il Grote Prijs Marcel Kint e le volate del Giro del Belgio. Non è particolarmente resistente, ma in volata è davvero veloce e in pianura si muove con la naturalezza di un pesce nell’acqua. E se ha iniziato la sua stagione su strada soltanto a giugno, c’è un motivo: il ciclocross, specialità in cui Merlier sa il fatto suo. È uno dei migliori crossisti del Belgio: vince raramente, ma conclude spesso e volentieri tra i primi dieci. Nelle ultime due prove disputate nella stagione 2018/2019, Merlier ha concluso rispettivamente al settimo e al sesto posto. Al cross è tornato negli ultimi mesi, esattamente quattro giorni dopo il quinto posto ottenuto al Memorial Rik Van Steenbergen, ed ha subito combattuto ad armi pari coi migliori: terzo al debutto nel Kermiscross, settimo nel Telenet Superprestige De Schorre Boom, settimo nella terza tappa di Coppa del Mondo a Berna, ottavo nel DVV Verzekeringen trofee Koppenbergcross, quarto nel Telenet Superprestige Ruddervoorde, decimo ai campionati europei di Silvelle, dove ha vinto Mathieu van der Poel, che di Merlier è compagno di squadra. Ecco, la formazione nella quale Merlier milita sarà molto importante ai fini della sua stagione. La Alpecin-Fenix ha uno degli organici più intriganti: non c’è nessun atleta particolarmente abile in salita, ma in compenso ci sono diversi scattisti e ruote veloci. Van der Poel è il faro, ma alle sue spalle ci sono degli ottimi guardiani: Vermeersch, Benoist, Hansen, ma anche Sbaragli e Modolo, che in una squadra del genere possono ritagliarsi un ruolo di primo piano. E poi, ovviamente, c’è Tim Merlier, il campione belga, pronto a debuttare alla Vuelta se la Alpecin-Fenix dovesse prendervi parte come sembra, pronto ad affermarsi come il velocista più temibile della categoria.

 

 

Foto in evidenza: ©Marco D’Onorio, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.