10 nomi da seguire alla Vuelta a España

Il percorso strizza l’occhio alle fughe e alle volate a ranghi ristretti.

 

 

John Degenkolb

©Emanuela Sartorio – Caffè & Biciclette

John Degenkolb non sarà più lo splendido corridore ammirato tra il 2012 e il 2015, ma ha ancora qualche colpo da sparare. Nonostante il 2019 non sia stata un’annata particolarmente felice – l’ennesima, peraltro, e spesso non è dipeso nemmeno da lui -, Degenkolb ha dimostrato di poter lottare coi migliori quand’è in giornata e quando il percorso gli si addice: è arrivato due volte tra i primi dieci alla Parigi-Nizza, secondo alla Gand-Wevelgem e a Francoforte, terzo nella terza tappa del Giro di Svizzera; le tre volate del Giro di Polonia le ha affrontate dopo oltre un mese di pausa dalle corse, eppure ha strappato due piazzamenti tra i primi dieci. Alla Vuelta a España 2019 non ci sono molti velocisti, dunque Degenkolb non dovrebbe avere particolari problemi a centrare diversi piazzamenti; vincere sarà un’altra cosa – non è mai facile, si sa -, ma con dieci successi in carriera la grande corsa a tappe spagnola è, delle tre, quella che lo ha visto esultare più volte: cinque nel 2012, quattro nel 2014 e una nel 2015. Sembra passata una vita, e invece sono quattro anni. Da allora, tra infortuni e lutti, Degenkolb ha dovuto adattarsi ad un ruolo che sembrava aver abbandonato: quello di outsider, di seconda linea da tenere in assoluta considerazione. Avrebbe dovuto fare il Tour de France, ma la Trek-Segafredo ha scelto altrimenti – non che i suoi compagni abbiano fatto chissà cosa sulle strade francesi, Degenkolb nel dubbio ha firmato per la Lotto Soudal; lo scorso anno alla Grande Boucle vinse una tappa e ne concluse altre otto tra i primi nove, terminando al quarto posto nella classifica per la maglia verde. La Vuelta è più dura, ci sono troppe salite perché Degenkolb possa racimolare almeno qualche punto tutti i giorni; una tappa, tuttavia, sembra alla sua portata: per rinfrescare la memoria, propria e degli altri, e per scacciare i trent’anni compiuti a gennaio e i trionfi che una carriera diversa avrebbe potuto regalargli.

Luka Mezgec

©Tour de Pologne, Twitter

Dopo un 2018 avaro di soddisfazioni personali, Luka Mezgec è tornato a fare quello che gli riesce meglio: infastidire velocisti e puncheur di primo piano col suo spunto veloce e con la sua resistenza. In primavera è stato terzo alla Clasica de Almería e ottavo alla Driedaagse Brugge-De Panne, senza tuttavia disdegnare le volate nelle brevi corse a tappe, conquistando piazzamenti alla Volta a la Comunitat Valenciana e all’UAE Tour; dalla fine di maggio in poi, invece, ha sostituito i piazzamenti con le vittorie: una è arrivata al Tour of Slovenia e due al Giro di Polonia, davanti a velocisti del calibro di Gaviria, Ackermann, Degenkolb e Swift. Era uno dei favoriti nella prova in linea dei campionati europei e infatti ha concluso ottavo, dietro a Kristoff, Bennett e Trentin ma davanti a Démare, Philipsen e Groenewegen. Mezgec è stato intelligente: avvicinandosi ai trent’anni – ne ha compiuti trentuno a giugno – ha capito che non aveva né il talento né il carisma necessari per essere uno dei capitani di una grande squadra; per poter continuare a far parte di una delle realtà più forti del World Tour poteva soltanto abbassare le sue pretese, reiventandosi come gregario e apripista. La Mitchelton-Scott sa già che nelle tappe più dure dovrà fare a meno di Mezgec, che al contrario sarà l’uomo più importante in pianura per Chaves e Nieve. Tra gli otto corridori che la formazione australiana ha scelto per la Vuelta, è il solo che può avere velleità di successo tanto in volata quanto al termine di una giornata passata in fuga: dovrebbe poter godere di una marcatura tutto sommato blanda, il fattore che più di ogni altro potrebbe rivelarsi decisivo nella Vuelta di Luka Mezgec, un atleta che nel 2015 seppe vincere tre tappe alla Volta a Catalunya e una – l’ultima – al Giro d’Italia.

Óscar Rodríguez

©Óscar Rodríguez, Twitter

Quando Óscar Rodríguez vinse la tredicesima tappa della Vuelta 2018, in molti rimasero stupiti: trionfare a La Camperona rimontando e staccando Majka e Teuns non è così semplice, a maggior ragione se si considera che un anno fa Rodríguez era ventitreenne. Da allora, lo scalatore della Euskadi-Murias ha continuato a fare quello che sostanzialmente fa da tre anni a questa parte: crescere. Non si tratta di una crescita impressionante, beninteso: Óscar Rodríguez non sembra un predestinato, e infatti ci sono diversi suoi coetanei che hanno raccolto molto più di lui; è vero anche che frutti diversi non maturano lo stesso giorno. Essere un buon scalatore di una Professional vuol dire cercare di fare risultato nelle corse in linea di secondo piano e gettarsi all’attacco nelle frazioni d’alta montagna di una grande corsa a tappe: ovvero quello che ha fatto Rodríguez nelle ultime due stagioni. Nel 2018, oltre al successo alla Vuelta, fece sua anche la classifica di miglior scalatore del Tour of the Alps. Quest’anno, dimostrando un miglioramento invidiabile nella sua costanza e linearità, si è spinto un po’ più avanti: nono alla Vuelta a Murcia, settimo al Tour du Finistère, undicesimo alla Vuelta a Asturias; e ancora, ottavo nella neonata ascesa al Mont Ventoux, decimo a La Route d’Occitanie, settimo nella prova a cronometro dei campionati spagnoli. L’ultimo risultato in ordine cronologico, dunque il più indicativo, è il secondo posto nella Vuelta a Burgos, durante la quale Rodríguez è stato l’unico – insieme a Carapaz e Pedrero – a contenere il distacco da un Sosa in stato di grazia. Di tappe tentatrici, fortunatamente per lui, alla Vuelta ce ne saranno tante. Dovrà provare che la vittoria a La Camperona della passata edizione non fu un caso: se dovesse riuscirci, una squadra del World Tour – la Movistar su tutte – potrebbe finalmente muoversi per portarlo dove un corridore come lui dovrebbe già stare.

Mark Padun

©Mark Padun, Facebook 

Mark Padun è uno dei giovani talenti più sottovalutati del panorama ciclistico internazionale e non è facile spiegare perché: forse perché viene dall’Ucraina, di certo non la prima nazione che viene in mente quando si parla di ciclismo; probabilmente perché la sua squadra è la Bahrain-Merida, un oggetto misterioso che in diverse occasioni ha dato l’impressione di ruotare esclusivamente attorno a Vincenzo Nibali, come se non potesse vivere di vita propria. Nel 2017, all’ultima stagione tra gli Under 23, Padun ha vinto tanto e bene: Trofeo Piva, Flèche du Sud, Gran Premio Capodarco e una tappa al Giro d’Italia di categoria, corsa conclusa al quinto posto della classifica generale. L’anno successivo, il primo tra i professionisti, lo ha impiegato come meglio non avrebbe potuto: ha centrato l’ultima tappa del Tour of the Alps, è arrivato sesto nella prova in linea dei campionati ucraini e quinto in quella mondiale riservata agli Under 23. Proprio quando sembrava pronto per spiccare un ulteriore salto, Padun è rimasto ancorato a terra: diversi problemi fisici gli hanno impedito di disputare la prima parte della stagione, nella quale ha partecipato soltanto ai Paesi Baschi non riuscendo nemmeno a ripartire per la seconda tappa in seguito ad una caduta. Una brutta battuta d’arresto, va detto: eppure, Padun è tornato con la grinta del vincente e la serenità del veterano. Dopo un Delfinato corso per ritrovare la forma, ha inanellato una serie di ottimi risultati: primo nella prova a cronometro e ottavo in quella in linea dei campionati ucraini, vincitore di una tappa e della classifica generale alla Adriatica Ionica Race e diciottesimo a San Sebastián, il migliore – e l’unico – corridore della Bahrain-Merida a tagliare il traguardo. Alla Vuelta avrà piena libertà di manovra: non c’è nessun capitano da tutelare in salita e il velocista di riferimento è Bauhaus, il quale non potendo garantire vittorie a ripetizione dovrà cavarsela da solo. La vittoria di tappa che sfiorò nel 2018 – fu terzo nella dodicesima frazione – Mark Padun potrebbe conquistarla quest’anno.

Daniel Martínez

©etapareina.cat

La caduta che lo vide coinvolto nei primi giorni di giugno ci ha privati della possibilità di vedere Daniel Martínez sulle strade del Tour de France, che sarebbe dovuto essere l’appuntamento più importante della sua stagione. Superate la frattura allo scafoide della mano destra e quella al pollice della mano sinistra, il colombiano è stato scelto dalla Education First per tentare l’assalto alla Vuelta. La sua squadra è una delle più attrezzate: Urán è un capitano affidabile mentre Craddock, Van Garderen, Higuita e Carthy formano una pattuglia di assoluto rispetto. Il ruolo di Martínez, almeno sulla carta, sembra lo stesso dei quattro compagni citati sopra: sfruttare le buone capacità in salita e contro il tempo per tutelare al massimo le velleità d’alta classifica di Urán, che non può lasciarsi sfuggire un’occasione così ghiotta quantomeno per salire sul podio finale, soprattutto in virtù dell’assenza di diversi rivali – Dumoulin, Pinot, Bernal, Thomas, Buchmann, Daniel Martin, Froome, Nibali, Landa, Porte, Sivakov, Mollema, Zakarin, i fratelli Yates. Tuttavia, la crescita esponenziale di Martínez non è certamente passata inosservata alla Education First, che dunque non vorrà privarsi del suo talento e della sua duttilità. Nonostante i ventitré anni, è professionista dal 2015 e ha vissuto una prima parte di stagione esaltante: ha vinto la prova a cronometro dei campionati colombiani rifilando un minuto e mezzo a Bernal – quel giorno fu terzo -, si è classificato terzo nella classifica generale del Colombia 2.1, ventesimo ai Paesi Baschi e alla Liegi-Bastogne-Liegi, mentre alla Parigi-Nizza ha chiuso al diciottesimo posto vincendo però la settima tappa, con traguardo sul Col de Turini. Tornato alle corse ad agosto, ha conquistato la cronometro dei Giochi Panamericani ma ha declinato all’ultimo minuto la partecipazione al Tour of Utah a causa di una infezione respiratoria. Le poche gare disputate potrebbero metterlo in croce, ma se nella seconda parte della Vuelta Martínez dovesse entrare in condizione Rigoberto Urán avrebbe trovato un gregario coi fiocchi – e magari la Education First un atleta capace di vincere almeno una tappa.

Tadej Pogačar

©Tour de l’Avenir, Twitter

Nel campionario dei giovani emergenti che si stanno facendo strada in questi ultimi mesi, alla voce corse a tappe spunta il nome di Tadej Pogačar. Lo sloveno classe ’98 è una delle poche note liete dell’UAE Team Emirates ed è decisamente, insieme a Remco Evenepoel, il miglior neoprofessionista sulla scena. A pochi mesi dal suo esordio nel World Tour, il ventenne – compirà ventun’anni una settimana dopo la fine della Vuelta – si è già portato a casa Volta ao Algarve – sconfiggendo in montagna e a cronometro corridori di un certo spessore come Poels, Mas e Oomen – e il Tour of California, beffando nell’arrivo in salita un altro giovane interessante che seguiremo a questa Vuelta, ovvero Sergio Higuita. Nel frattempo ha dato mostra della sua classe anche ai Paesi Baschi – sesto nella generale vinta da Ion Izagirre e miglior giovane davanti a corridori come Schachmann, Mas e Carthy – e alla Liegi Bastogne Liegi chiusa al diciottesimo posto. In entrambe le corse, il talento nato vicino a Kranj ha sfruttato la sua grande capacità di andare forte nelle giornate di maltempo e su percorsi particolarmente esigenti. In stagione ha ottenuto anche il titolo sloveno a cronometro davanti a corridori di valore come Matej Mohorič e Jan Tratnik, dimostrando la sua polivalenza. La squadra ha deciso di portarlo alla Vuelta nonostante l’età – sarà il più giovane al via – e presumibilmente lo vedremo spesso a fianco di Fabio Aru in salita. Non mettiamo, però, limiti di nessun genere a un ragazzo di queste qualità; la sua curva di apprendimento è rapida ed è per questo che scommettiamo su una tappa vinta e magari qualche giorno ad assaporare l’alta classifica. E poi chissà: di sorprese, questo 2019, ce ne ha già riservate diverse.

Matteo Fabbro

©Ray Rogers – CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=71348581

Nel suo ultimo anno da Under 23, Matteo Fabbro si mise in luce come uno dei gioiellini più luccicanti del panorama italiano. Vinse il brevissimo prologo del Giro Ciclistico della Valle d’Aosta davanti a un corridore come Pavel Sivakov e a fine stagione chiuse in bellezza con la gara di casa, la Coppa Città di San Daniele conquistata su uno strappo che mise in risalto le sue doti. Scalatore, scattista dal fisico minuto e con la faccia da ragazzino, l’ex portacolori del Cycling Team Friuli quasi due stagioni dopo è ancora alla ricerca del primo successo tra i professionisti. Il passaggio con il Team Katusha gli ha permesso di inserirsi in modo graduale e senza troppe pressioni, ma forse lo stesso corridore friulano si aspettava qualcosa di meglio da questo suo approccio. Nell’aprile di quest’anno è stato operato d’urgenza d’appendicite e quel problema gli ha presumibilmente chiuso le porte del Giro d’Italia. Dopo quella frenata, ora è pronto a fare il suo esordio in una corsa di tre settimane. A ventiquattro anni e mezzo – il più giovane corridore italiano al via di questa Vuelta – Fabbro non potrebbe chiedere di meglio a una corsa che sembra disegnata appositamente per esaltare le sue caratteristiche: tra strappi e salite troverà terreno ideale per mettersi in mostra. Oltretutto, se la Katusha dovesse davvero chiudere i battenti a fine 2019 come si vocifera, per Matteo Fabbro ci sarà sicuramente una motivazione in più nel dare il massimo, ovvero la ricerca di un contratto per la prossima stagione. Ma a parte le sfumature, nel concreto Fabbro insegue il salto di qualità sulle strade di Spagna, dove il suo idolo, Purito Rodríguez, corridore a cui viene spesso accomunato per caratteristiche fisiche, ha vinto nove tappe. A lui, almeno per il momento, gliene basterebbe una.

Sam Bennett

@Sam Bennett, Twitter

Si vocifera che Sam Bennett a fine stagione possa cambiare squadra: la Deceuninck lo aspetta per sostituire Viviani. E allora il campione irlandese, portacolori della BORA-hansgrohe, vuole lasciare un buon ricordo e diventare il mattatore delle volate di questa Vuelta. Undici vittorie all’attivo in stagione – più di lui solo Julian Alaphilippe a quota dodici e come lui solo Dylan Groenewegen – Sam Bennett arriva in Spagna dopo aver conquistato tre tappe consecutive al BinckBank Tour. Quest’anno sono stati tanti i successi di qualità negli sprint – spettacolari in particolare quelli alla Parigi Nizza – ma anche tante le delusioni, come l’esclusione dal Giro d’Italia e del Tour de France per l’abbondanza di velocisti in squadra. Alla Vuelta troverà solo due sprinter di pari livello come Gaviria e Jakobsen e con loro si dividerà la posta nelle volate a ranghi compatti; tuttavia, essendo dotato di una buona resistenza, lo vedremo battagliare anche negli arrivi più complessi. Visto il momento particolare della stagione e il parterre non irresistibile di avversari, potrebbe sfruttare la grande condizione esibita recentemente in Belgio e prendere ispirazione da quello fatto su queste strade, un paio di anni fa, da Matteo Trentin, altra ruota veloce atipica che spesso ama lanciarsi in fuga: Sam Bennett ha le carte in regola per distruggere gli schemi disegnati attorno al classico velocista. La classifica a punti in questa maniera potrebbe essere un obiettivo solido da perseguire, ma che verrà di conseguenza: prima c’è voglia di vincere almeno due o tre tappe.

Alex Aranburu

©https://laguiadelciclismo.com/

Alex Aranburu, con il suo compagno di squadra Jon Aberasturi, rappresenta ciò che di meglio avrà la Caja Rural a questa Vuelta. Il team spagnolo punta in particolare sul giovane basco classe ’95 per piazzamenti di spessore negli arrivi che tirano all’insù e nelle tappe mosse, dove ha già dimostrato, in queste sue prime stagioni da professionista, di essere particolarmente svelto, grazie a una buona resistenza e punte di velocità importanti al termine di corse dure. Per Alexander “Alex” Aranburu, che stando a quello che si dice in Spagna nel 2020 dovrebbe vestire la maglia dell’Astana, la corsa di casa sarà una vetrina fondamentale dove mettere in mostra la sua crescita. Il corridore, in questo 2019, ha dato un assaggio delle sue qualità: di recente ha conquistato in cima a uno strappo una tappa alla Vuelta a Burgos, battendo corridori del World Tour come Riabushenko, Rui Costa, Narváez e Carapaz, mentre a inizio stagione si è piazzato secondo, alle spalle di Geoghegan Hart, nella prima tappa del Tour of the Alps. Migliorato di anno in anno, Alex Aranburu ha già dimenticato le difficoltà patite nel 2018 sulle strade della corsa spagnola ed è pronto a gettarsi nella mischia per essere uno dei volti nuovi del ciclismo iberico, magari con un pensiero, nei prossimi anni, alle corse di un giorno di media difficoltà: carte in regola e fibre rosse ci sono, ora è tempo del salto di qualità.

Tao Geoghegan Hart

©Tao Geoghegan Hart, Twitter

Corridore completo – bravo sul passo, forte in salita, dotato di spunto veloce – Geoghegan Hart ha tutto per essere definito un all-rounder dal futuro radioso e per emergere in questa Vuelta dal percorso pieno di insidie. La stagione per lui era iniziata nel migliore dei modi – poche corse, ma mirate in prospettiva Giro d’Italia. Al Tour of the Alps si sblocca: vince due tappe – primi successi da professionista – ed è secondo in classifica generale, perfetto nel coadiuvare il talentuoso Pavel Sivakov, vincitore della classifica finale. Al Giro parte altrettanto bene, settimo nella cronometro del San Luca davanti a diversi specialisti e uomini di classifica. Una caduta, con conseguente ritiro nella tredicesima tappa, mette un freno alle sue ambizioni e pone fine, tra le lacrime e una foto che lo raffigura insanguinato e che fa il giro del mondo, alla prima parte di 2019. La squadra britannica, però, crede fortemente in lui e gli prepara a tavolino una seconda parte di stagione da vivere da protagonista. Ancora una volta spalla di Sivakov, Geoghegan Hart chiude quinto al Tour de Pologne, guadagnandosi, grazie ai risultati, il ruolo di vice capitano alla Vuelta che sta per iniziare. Sarà preziosa spalla in salita di Poels, è vero, ma attenzione: Tao è corridore che sa adattarsi alle diverse situazioni e potrebbe togliersi sin dalla prima settimana qualche bella soddisfazione. D’altronde le qualità ci sono, e il terreno per sfoggiarle anche.

 

 

Foto in evidenza: ©Tour de Pologne, Twitter