10 nomi per la classifica generale del Giro d’Italia

Chi vincerà il Giro d’Italia? Abbiamo parlato dei pretendenti più accreditati.

 

Le defezioni di Valverde e Bernal hanno raffreddato gli animi che, a ragione, negli ultimi mesi si erano scaldati parlando di Giro d’Italia, ma l’emozione ne risulta smorzata soltanto in parte. Da anni il grande giro italiano non poteva esporre in vetrina così tanti campioni disposti a tutto pur di vestire la maglia rosa a Verona. Dumoulin e Nibali sono due corridori dalla classe cristallina, a Simon Yates e Roglič manca solo la vittoria finale per entrare definitivamente in una nuova dimensione, quella che più gli appartiene e di cui per certi versi fanno già parte. Alle loro spalle si muovono scalatori temibili come Miguel Ángel López e Landa, regolaristi come Mollema e Jungels, mine vaganti che rispondono al nome di Carapaz, Formolo, Majka, Zakarin, Chaves. Con diverse suggestioni ad aumentare il fascino: chi approfitterà delle fughe per guadagnarsi un posto d’alta classifica, quali saranno i giovani che usciranno dalla corsa con un piazzamento inaspettato, come si muoveranno l’Androni Giocattoli-Sidermec, la Professional più in forma del momento e la più solida tra quelle presenti al Giro d’Italia 2019, e la neonata Ineos, con Geoghegan Hart e Sivakov che scalpitano seppur giovanissimi (o forse scalpitano proprio per questo, perché hanno rispettivamente ventiquattro e ventuno anni e non sanno cosa li aspetta). La corsa è sempre il Giro d’Italia e in palio c’è di nuovo la maglia rosa, ma chiunque la indossi a Verona sappia che avrà conquistato l’edizione più prestigiosa almeno degli ultimi vent’anni.

Tom Dumoulin

Tom Dumoulin è il favorito numero uno del Giro d’Italia. (©Aivlis Photography)

Tom Dumoulin è il favorito principale del Giro d’Italia 2019. Pur non avendo mai brillato, la sua primavera è stata tranquilla e positiva. Ha corso poco e bene, confrontandosi sempre con avversari della sua stessa caratura uscendone malconcio soltanto alla Liegi-Bastogne-Liegi, chiusa al cinquantesimo posto con l’attenuante di non aver dichiarato nulla di esplosivo alla vigilia. Tra febbraio e marzo è stato sesto all’UAE Tour, quarto alla Tirreno-Adriatico e undicesimo alla Milano-Sanremo. Disquisire del percorso ha senso fino ad un certo punto, considerando la potenza e la sicurezza che Dumoulin ha ormai raggiunto tanto in salita quanto a cronometro. Certo è che le tre cronometro gli servono su un piatto d’argento la possibilità di mettere quantomeno un paio di minuti tra sé e corridori come Nibali, Landa, Simon Yates e Miguel Ángel López. E ha già dimostrato di non tirarsi indietro quando può vestire la maglia rosa fin da subito, basta mandare a memoria i successi ad Apeldoorn e Gerusalemme, città che ospitarono la grande partenza del Giro d’Italia 2016 e 2018. L’estate ormai alle porte decreterà il peso di Dumoulin: un vincente oppure uno splendido piazzato? Sicuramente un eccellente corridore: Haga e Bakelants lo guideranno con la loro esperienza, i giovani Hamilton, Hindley, Power, Vervaeke e Oomen sono pronti a buttarsi nel fuoco per il loro capitano. Sono tutti e cinque del 1995, ma il loro valore è indiscutibile. Il pensiero del Tour de France non infastidirà Tom Dumoulin: la sua corsa preferita, e quella che non vuole assolutamente lasciarsi sfuggire dopo il secondo posto dello scorso anno, è il Giro d’Italia.

Simon Yates

Maglia rosa lo scorso anno e vincitore finale della Vuelta a España 2018, quest’anno Simon Yates vorrebbe portare quella maglia fino a Verona. (©bicifoto.it)

L’evoluzione di Simon Yates è stata graduale e repentina. Nel 2016 concludeva la Vuelta a España al sesto posto, nel 2017 si classificava settimo al Tour de France, nel 2018 ha prima monopolizzato l’attenzione vincendo tre tappe al Giro d’Italia e indossando la maglia rosa per tredici giorni e poi conquistato la Vuelta, arricchendo il trionfo con un successo di tappa e undici giorni in maglia rossa. Memore del picco di forma dell’anno passato raggiunto troppo presto e sfruttato con eccessiva ingordigia, Yates è partito con calma. Si è chiamato fuori dalla lotta per la generale tanto alla Vuelta a Andalucía quanto alla Parigi-Nizza, provandosi soltanto in alcune tappe e vincendone due: quella più difficile in Spagna e la cronometro individuale in Francia. È questo il dato che più di ogni altro deve interessare e spaventare i suoi rivali più accreditati al successo finale: nei venticinque chilometri e mezzo della Barbentane-Barbentane, Yates ha viaggiato ad oltre cinquanta chilometri orari avendo la meglio di passisti e specialisti come Politt, Kwiatkowski, Bernal, Jungels. Un leggero vento a favore e una gamba risparmiata nei giorni precedenti avranno influito, ma il segnale è chiaro: Simon Yates sembra essere nettamente migliorato nell’unico esercizio che lo vedeva penalizzato. Il suo 2018 vale cinque stagioni: ha sperimentato la gloria e il disastro, l’onnipotenza e l’impossibilità di reagire. Come per Dumoulin, anche per Yates il Giro d’Italia è l’appuntamento dell’anno. La squadra è quella delle grandi occasioni: Chaves e Nieve sono qualcosa in più che semplici gregari, Hamilton un giovane in rampa di lancio. In salita fu il più forte della passata edizione: uno Yates altrettanto brillante e più consapevole dei suoi limiti potrebbe risultare imprendibile perfino per Dumoulin e Nibali.

Mikel Landa

Mikel Landa
Mikel Landa potrebbe far saltare il banco nelle tappe di montagna. (©Claudio Bergamaschi)

Giusto per non farsi mancare niente, Mikel Landa ha regalato un altro brivido a pochi giorni dalla partenza del Giro d’Italia: un problema ad un’unghia del piede lo ha convinto ad abbandonare la Vuelta Asturias per non compromettere in nessun modo la corsa a tappe italiana. La vittoria è andata al favorito numero due della vigilia, ovvero Richard Carapaz, che di Landa al Giro d’Italia potrà essere l’aiutante perfetto o il giustiziere impietoso. Nonostante fosse soltanto il secondo grande giro a cui prendeva parte, l’edizione 2018 del Giro d’Italia ha rivelato un Carapaz compatto, scattante e costante: chiuse quarto a soli quarantasette secondi dal terzo posto di Miguel Ángel López. Il miglior risultato di Landa, invece, è il terzo posto centrato ormai quattro anni fa. Chiunque, nel maggio del 2015, gli avrebbe pronosticato rose e fiori, almeno un grande giro se non addirittura due: e invece, tra dilemmi irrisolvibili e sfortune talvolta travestite da errori, Mikel Landa non è mai più salito sul podio di una grande corsa a tappe. Le sue doti in salita sono evidenti: nei periodi di abbondanza, leggasi l’estate di due anni fa, è stato lo scalatore puro più straripante del lotto. I ventinove anni compiuti a dicembre potrebbero avergli dato la sveglia necessaria: le occasioni diminuiscono e giovani più completi di lui stanno rapidamente emergendo. La sua primavera è stata priva di acuti (fatta eccezione per il successo a Sogliano al Rubicone alla Coppi & Bartali, tuttavia i palcoscenici di Landa sono altri) ma piena di ottime prestazioni: settimo ai Paesi Baschi, settimo alla Liegi-Bastogne-Liegi, in totale controllo alla Vuelta Asturias prima del ponderato ritiro. I chilometri a cronometro gli remano contro, quelli in salita lo invitano alla follia: il grado di spettacolarità del Giro d’Italia 2019 passa in gran parte dalle intenzioni e dalle ossessioni di Mikel Landa.

Miguel Ángel López

Miguel Ángel López cerca il podio al Giro d’Italia numero 102. (©bicifoto.it)

Se il ciclismo seguisse una qualche linearità, il 2019 dovrebbe essere l’anno buono per vedere Miguel Ángel López sul gradino più alto del podio di un grande giro. Alla Vuelta a España è passato, in appena tre anni, dal ritiro nell’edizione del 2016, all’ottavo posto con due vittorie di tappa nel 2017, al terzo dello scorso anno ad appena diciotto secondi dal secondo posto di Mas. I suoi trascorsi al Giro d’Italia, invece, si riassumono in un battito di ciglia: terzo e vincitore della classifica riservata ai giovani alla prima e unica partecipazione. Questo succedeva appena un anno fa, e il corridore che si ripresenta ai nastri di partenza della corsa a tappe italiana non è certo più debole, anzi. Nella prima parte della stagione ha conquistato due prestigiose corse a tappe come il Colombia 2.1 e la Volta a Catalunya, terminando secondo nella prova contro il tempo dei campionati colombiani e ancora secondo nella tappa regina della Parigi-Nizza, quella con arrivo sul Col de Turini. Insieme a Landa e Nibali, Miguel Ángel López dovrà sfruttare al meglio i tanti chilometri di salita che le tre settimane propongono: per quanto possa difendersi da Roglič e Dumoulin, le cronometro lo metteranno in difficoltà, dunque dovrà inventarsi qualcosa nei secondi dieci giorni di gara. Izagirre, Hirt e Bilbao sono i tre uomini più forti che ha a disposizione, mentre Cataldo e Zeits sopperiranno alla minor brillantezza con un carico d’esperienza notevole. Dei favoriti alla maglia rosa, Miguel Ángel López è l’unico che non ha nulla da temere: ha poco più di venticinque anni, un ruolino di marcia notevole e tante altre occasioni per tentare l’assalto. Una leggerezza che paradossalmente potrebbe appesantirlo; oppure, chissà: magari liberarlo.

Bauke Mollema

Bauke Mollema è un regolarista a cui manca sempre l’acuto. (©Claudio Bergamaschi)

Qualche mese fa scrivemmo un pezzo che riguardava da vicino tutti quei corridori che, almeno fino ad oggi, non sono stati in grado di scegliere tra le classiche e i grandi giri, in generale raccogliendo meno di quanto il loro talento presagisse: non nominammo Bauke Mollema, e soltanto adesso ci rendiamo conto che anche il suo caso non differisce molto dagli altri analizzati a loro tempo. È entrato nei primi dieci della classifica generale dei grandi giri in ben quattro occasioni diverse: alla Vuelta a España 2011 fu quarto, al Tour de France chiuse sesto nel 2013 e settimo nel 2015, mentre al Giro d’Italia 2017 terminò settimo. Due, invece, sono i successi di tappa raccolti: il primo alla Vuelta a España 2013 e il secondo al Tour de France 2017. Tre, infine, sono i piazzamenti tra i primi dieci nelle classiche monumento: sesto alla Liegi-Bastogne-Liegi 2012, settimo al Giro di Lombardia 2012 e nono alla Liegi-Bastogne-Liegi 2016. Senza considerare le volte in cui ha concluso un grande giro, una classica o un mondiale tra il decimo e il ventesimo posto. Cosa significa tutto questo? Che Bauke Mollema ha una costanza invidiabile ma paga la mancanza del guizzo necessario per salire sul podio di una gara prestigiosa. Che corridore è Mollema? Un cacciatore di tappe, un uomo d’alta classifica o un predatore da classiche? Per sua sfortuna, è tutto questo. La Trek-Segafredo scelta per il Giro d’Italia non sembra in grado di restargli accanto nei momenti più difficili, essendo una squadra che ha nelle vittorie parziali la sua attività prediletta. A trentadue anni e mezzo sarà difficile che Mollema riesca finalmente a trovare quel che gli è sfuggito fino ad ora: in compenso, però, la sua duttilità potrebbe risultare utile e la sua compagnia graditissima a coloro che avessero bisogno di una spalla per rivoltare la corsa come un calzino.

Primož Roglič

Primož Roglič è il favorito assoluto per la prima maglia rosa. (©Caffè & Biciclette – Emanuela Sartorio)

Primož Roglič ha scalato le gerarchie passando in tre stagioni da folcloristico outsider per le cronometro a essere uno dei favoriti del Giro: investitura che ha del clamoroso per chi solo da poco si cimenta con la bicicletta. Non più giovanissimo (compirà trent’anni a fine ottobre), ma nel pieno della maturità, Roglič è il corridore nei piani alti dei grandi giri con più margini da esplorare, con limiti ancora sconosciuti: come un giovane che si affaccia le prime volte su questo mondo. E in un certo senso così è: la classifica l’ha curata solo una volta in maniera seria, lo scorso anno arrivò ai piedi del podio al Tour e questo Giro d’Italia sarà solo la sua quarta grande corsa a tappe. Roglič si avvicina alla Corsa Rosa con una forma all’apparenza devastante e calibrata alle prime tappe. Ha vinto con superiorità il Tour de Romandie, ha ribaltato la Tirreno-Adriatico e dominato dal primo all’ultimo giorno l’ UAE Tour, ovvero le uniche tre corse a cui ha preso parte. Su venti giorni di gara ha conquistato cinque tappe – tra cui una cronometro a squadre e una individuale – quattro secondi posti e tre terzi, vestendo la maglia di leader per dieci giorni totali. Ed è proprio dalla maglia di leader che vuole partire subito dal Giro. La tappa di Bologna con arrivo sul San Luca sembra un abito perfetto per lo sloveno, la sua intenzione è quella di mettere sin dai primi chilometri margine fra sé e gli avversari: difficile domani immaginare un epilogo diverso da uno sloveno in maglia rosa. Roglič è corridore che sa anche esaltarsi, tramite una pedalata agile dalla cadenza asfissiante, sulle grandi montagne, ama il freddo e la pioggia (e attenzione: il brutto tempo in avvicinamento al Giro e quello che potrebbero trovare in corsa, sarà ago della bilancia per la vittoria finale), è a suo agio sugli arrivi che selezionano alcune ruote veloci, ma sorridono a quelle più resistenti, potrebbe trovare ispirazione anche in discesa: corridore completo e pronto per la vittoria finale. La squadra proverà a dargli il giusto supporto: perso Gesink e dirottato Kruijswijk al Tour, potrà contare in montagna sul ritrovato De Plus e su Tolhoek. Punti deboli? La tenuta tappa dopo tappa e forse una gestione garibaldina della corsa, atteggiamento che piace, ma che potrebbe risultare controproducente alla lunga con una seconda parte di Giro davvero dura. Il rischio di finire gambe all’aria, come Yates nel 2018, esiste.

Vincenzo Nibali

Vincenzo Nibali sarà la carta principale per il ciclismo italiano a questo Giro d’Italia. (©Caffè & Biciclette – Emanuela Sartorio)

Il palmarès di Vincenzo Nibali nei grandi giri parla da solo, ma se qualcuno se lo fosse dimenticato noi gli rinfreschiamo la memoria: due volta il Giro d’Italia, una volta il Tour de France, una volta la Vuelta a España. Se la carta d’identità nel suo caso non sorride (più vecchio di lui un Giro d’Italia l’ha vinto solo Magni), il trentaquattrenne siciliano ha dimostrato nelle poche corse disputate sinora di avere una condizione che da tempo non raggiungeva. Prima del Tour of the Alps, corso con il  piglio del grande leader , ha detto di aver gareggiato troppo poco, ma il Nibali visto tra le Alpi e poi alla Liegi fa ben sperare. Poi se si lamenta e brontola, i suoi tifosi, memori delle imprese passate, non possono che essere contenti nel riconoscere in quel sangue che ribolle il cacciatore che fiuta la sua preda. Capace di vincere il Giro d’Italia di nuovo? Non lo sappiamo, non ci giureremmo, però la concorrenza ha colori di guerra dipinti sul volto e ha già estratto armi affilate. Provare a ribaltarlo come già in passato? Questo è sicuro, il giorno in cui Nibali si darà per vinto in una grande corsa a tappe vorrà dire che sarà arrivato il suo declino. La regolarità, l’indole battagliera e le doti di fondo saranno i suoi colpi migliori, li metterà assieme grazie ad una squadra tutta per lui, esperta e di qualità in salita e che sa usare il carico pesante in una corsa a tappe: Damiano Caruso e Pozzovivo sono corridori che potrebbero mettersi in proprio e ambire a un piazzamento tra i primi dieci. Il terreno per colpi di fantasia c’è, ma anche quello per accumulare ritardo; le cronometro certamente sorridono più a Dumoulin e Roglič e il cambio di passo in salita ce lo hanno altri. Nibali, però, ogni volta che è al via di una corsa di un certo spessore, di rado ha deluso. Podio possibile, ma difficile; top five alla sua portata.

Bob Jungels

Jungels: tappe o classifica generale? (©Antonino Caldarella)

Lo abbiamo lasciato forte, fortissimo sulle pietre, capace di vincere una Kuurne-Bruxelles-Kuurne, di essere protagonista ad Harelbeke e alla Dwaars door Vlaanderen, di ritagliarsi un ruolo da luogotenente al Fiandre, dove lavora un po’ per sé e un po’ per la sua squadra, e ora lo ritroviamo, con testa e gambe, leader della Deceuninck-Quick Step al Giro d’Italia. Il sodalizio belga che nelle corse di un giorno riesce a essere dominante, in quelle a tappe si deve accontentare (passateci il termine) di qualche risultato parziale. Al Giro d’Italia saranno tutti per Viviani per le volate nei primi dieci giorni di gara, Jungels compreso, per poi vederli ostinati alla ricerca di fughe importanti e possibilmente vincenti. Jungels si sta ritagliando una carriera da regolarista forte su tutti i terreni: andate a vedere quanti corridori protagonisti quest’anno al nord ritroveremo al Giro, anzi ve lo diciamo noi: nessuno. Difficile immaginarcelo tra i primi cinque al termine delle tre settimane: troppo pesante per le grandi salite e al momento ha mostrato anche qualche limite di tenuta, però potrebbe essere uomo pericoloso sin da subito, capace di mischiare il mazzo con le sue progressioni e frantumare il gruppo anche nei momenti più impensabili. Il suo passato al Giro d’Italia è di primissimo ordine: un sesto e un ottavo posto con due maglie bianche, ed è lecito aspettarcelo tenace e duraturo con un piazzamento finale che potrebbe andare dal sesto al decimo. Le sue caratteristiche poi, potrebbero portarlo anche a vincere una o più tappe e a inseguire la maglia rosa nelle prime due settimane.

Davide Formolo

Formolo al Giro d’Italia cerca la sua consacrazione dopo l’ottima primavera. (©Caffè & Biciclette – Emanuela Sartorio)

Dopo due decimi posti al Giro d’Italia e un nono alla Vuelta España, il 2019 di Davide Formolo sembra quello perfetto per la consacrazione. Il simpatico scalatore veronese rappresenta, alle spalle di Vincenzo Nibali e salvo exploit al momento difficilmente ipotizzabili, l’unica carta italiana da top ten. In stagione è tornato alla vittoria dopo quattro anni – primo e unico successo fino alla tappa conquistata alla Volta a Catalunya fu proprio al Giro d’Italia nel 2015, quando si rivelò alle grandi platee – e ha conquistato il suo primo podio in una grande classica, correndo con il piglio del corridore maturo mentalmente e fisicamente, una corsa dura e con un tempo inclemente come la Liegi-Bastogne-Liegi 2019. In salita va forte, sul passo si difende, a cronometro paga ancora, suo tallone d’achille nelle grandi corse a tappe insieme alla continuità: ha spesso sofferto tappe di montagna ravvicinate e quest’anno il Giro d’Italia, tra lista di partenza di qualità e percorso, potrebbe non perdonare. La sua idea è quella di fare classifica a fianco di un ritrovato Majka, ma se potessimo suggerirgli a bassa voce qualcosa nell’orecchio, gli consiglieremmo di lasciare perdere la classifica e di provare a vincere una o più tappe. Certo che se il salto di qualità palesato dovesse confermarsi anche lungo queste tre settimane, sognare il suo miglior piazzamento in una corsa a tappe, come lancio per il futuro, appare lecito.

Il’nur Zakarin

Un corridore forse in calando, ma sulle grandi salite potrà trovare la sua ispirazione. (©Twitter, Katusha)

Sgraziato in bicicletta e spesso inconcludente: se Zakarin fosse un calciatore, sarebbe uno numero sette dal dribbling fine a se stesso, che magari ti salta una volta, due volte, e poi perde il pallone. Ha un podio alla Vuelta a España, un quinto posto al Giro d’Italia e un nono al Tour de France: uno storico che lo rende una seconda linea importante del ciclismo mondiale. L’impressione è che ci si ritrovi davanti a un corridore che ha messo alle spalle il meglio della sua carriera e le chance per un podio al Giro d’Italia. Difficile immaginarlo tra i primi cinque al termine di un corsa rosa con un parterre così vasto per la classifica generale. Attaccare gli piace, le grandi salite anche, potrebbe essere un corridore pericoloso e da seguire se dovesse inventarsi qualche attacco da lontano: la ruota giusta per provare qualche pazzia, lui guidato spesso dall’ispirazione e da uno spirito naïf. La stagione sin qui disputata lascia intravedere una continuità ai piani medi: decimo alla Parigi-Nizza, ottavo al Giro di Romandia e ventiduesimo alla Liegi-Bastogne-Liegi, lui che sa andare forte anche col brutto tempo, ma che spesso è bersagliato dalla sfortuna e dalla distrazione. La sua Katusha arriva al Giro d’Italia con due soli successi stagionali e una prima parte di annata salvata solo dalle belle cose mostrate da Nils Politt. Riuscirà il corridore tartaro a invertire la rotta?

Altri

Corridori al via di una tappa del Giro d’Italia 2017. (©Aivlis Photography)

Scaviamo a fondo, ma nemmeno troppo, per trovare corridori che già in passato hanno avuto diversi importanti exploit sulle strade del Giro d’Italia, oppure volti nuovi da incrociare, ed ecco l’elenco di corridori che potrebbero fare capolino a fine corsa nei piani medio/alti della classifica. Carapaz, spumeggiante quarto lo scorso anno, in coppia con Landa proverà a ripetersi; Chaves, corridore spettacolare quando è al meglio, ha un podio finale e vittorie di tappa: se non ci fosse un grosso punto interrogativo sulla sua forma, avremmo uno, se non il miglior scalatore del lotto. Majka è genio e discontinuità; Oomen, Sivakov e Geoghegan Hart saranno i giovani più interessanti per l’alta classifica, e senza López lotterebbero per la maglia bianca finale. O’Connor è da ritrovare, come la sua squadra; De Plus, forte in salita, sarà l’uomo ombra di Roglič; stesso destino per Caruso e Pozzovivo. Carboni e Cattaneo, per citare due rappresentanti delle Professional con vista sulla classifica; Sosa per far saltare il banco in montagna, e Polanc per timbrare il cartellino in qualche arrivo in salita. IzagirreHirt e Bilbao se il capitano dell’Astana dovesse fallire; infine Kangert se tutto gira, per sognare una top ten.

Foto in evidenza: Trofeo senza fine del Giro d’Italia © Aivlis Photography