Elia Viviani non ha mai ricevuto un regalo, nemmeno dal suo talento.

 

La carriera di Elia Viviani, almeno fino allo scorso anno, procedeva per sbalzi, sobbalzi e singhiozzi. Ad una bella prestazione ne seguiva una (a volte anche due o tre) incolore, anonima, negativa. Le vittorie che gli erano state pronosticate in gioventù non erano ancora arrivate, ad essere sinceri non erano nemmeno all’orizzonte.

Elia Viviani assomigliava ad un classico già visto: il velocista di seconda fascia capace di guizzi notevoli ma che spesso e volentieri deve accontentarsi di un piazzamento. Il suo è stato un percorso duro e tortuoso, stressante e silenzioso, fatto di lavoro oscuro e bocconi amari ingoiati a più riprese.

Ad onor di cronaca, il veronese qualche successo l’ha centrato ogni anno: il suo problema, infatti, non è mai stata la quantità ma la qualità delle vittorie conquistate. Il suo passaggio tra i professionisti è datato 2010. A scommettere su di lui è la Liquigas. Quanto sia stato fortunato Viviani lo capirà soltanto qualche anno più tardi, quando vedrà dilettanti rimanere senza squadra, o magari costretti ad emigrare all’estero. Quello che fino a quindici anni fa rappresentava la normalità, diventa invece l’eccezione: Elia Viviani è un privilegiato, uno degli ultimi corridori italiani ad entrare in una realtà così intima, familiare, mediterranea e allo stesso tempo di assoluto livello.

Con Liquigas e Cannondale, il veronese conquista le prime vittorie da professionista.

Parlare la stessa lingua dei compagni di squadra facilita tutto, in più la Liquigas ha un pacchetto di velocisti davvero interessanti. Il faro è Daniele Bennati, in seconda battuta Francesco Chicchi, alle loro spalle un gruppetto di apprendisti interessati alla materia: Peter Sagan, Davide Cimolai, Jacopo Guarnieri, Fabio Sabatini, Daniel Oss, Mauro Finetto. Anche Elia Viviani, ovviamente, che viene confermato anche quando la Liquigas diventa Cannondale rimanendovi fino al 2014.

In cinque stagioni totalizza una trentina di vittorie. Un buon bottino, senza dubbio, ma basta scorrere la lista dei successi per rendersi conto che manca ancora qualcosa. I trionfi di Viviani nelle corse di secondo piano sparse tra Italia, Turchia, Slovenia e America sono molti, mentre scarseggiano quelli in prove rilevanti: una tappa al Giro del Delfinato e una Coppa Bernocchi, niente di più.

Nel 2014, nell’ultima stagione con la Cannondale, arriva anche il debutto al Tour de France. Elia Viviani ha venticinque anni ma non può ancora pensare di competere con i migliori sprinter del mondo. Arriva a Parigi in centosessantaduesima posizione, non entra mai nei primi quindici e non va oltre un diciassettesimo posto nella quarta tappa, vinta da Kittel su Kristoff, Démare e Sagan.

Terminata la stagione 2014, la Cannondale chiude i battenti. Elia Viviani sceglie quindi di affrontare una delle sfide più stimolanti e rischiose per un velocista in ascesa: ritagliarsi uno spazio importante nel Team Sky. Il team britannico non è particolarmente interessato alle volate di gruppo. A Mark Cavendish bastò soltanto un anno per inquadrare la situazione: le quindici vittorie che centrò nel 2012 furono frutto perlopiù della sua classe e della sua esplosività.

Se Sky non volle organizzare un treno per un corridore come Cavendish, non c’è da stupirsi se rispose picche anche alle richieste di Ben Swift: che non sarà Cavendish ma in una manciata di stagioni riportò tappe dal Down Under, dal Romandia, dai Paesi Baschi, dal Polonia. E salì per ben due volte sul podio della Sanremo, terzo nel 2014 e secondo nel 2016. Elia Viviani non poteva certo aspettarsi un trattamento diverso.

Al Giro d’Italia 2015 Elia Viviani centra il primo successo alla corsa rosa: sul traguardo di Genova, seconda tappa, Viviani anticipa Hofland e Greipel. L’assalto del Team Sky alla classifica generale, invece, terminerà nel peggiore dei modi: Richie Porte, ammaccato e avvilito, si ritirerà durante il secondo e ultimo giorno di riposo a corsa ormai compromessa. ©Claudio Martino, Wikimedia Commons

Il primo anno porta con sé affermazioni di un certo livello. Una su tutte, la prima della sua carriera al Giro d’Italia. Il timbro di Viviani arriva subito, nella seconda tappa. Le restanti tre settimane di corsa, però, lasciano l’amaro in bocca. Il veronese non si vede praticamente più, da segnalare soltanto un terzo posto al termine della tredicesima frazione vinta da Modolo su Nizzolo. La seconda parte di stagione gli regala qualche altra bella vittoria ma ancora una volta la stagione di Elia Viviani è buona a metà.

Quando la concorrenza è alta, quando la corsa è combattuta e prestigiosa, raramente sa farsi valere. Passa un altro inverno e con esso un bel carico di speranze, sogni, progetti, paure. Che sia il 2016 l’anno buono? No. Due successi, uno a febbraio e uno a marzo: è la peggior stagione di Elia Viviani su strada.

L’aria intorno al velocista veronese comincia a farsi pesante. Chi aveva scommesso su di lui inizia a ricredersi, Elia Viviani ha ormai ventisette anni e poche vittorie di spicco nel suo palmarès. Sembrava dovesse essere lui il velocista italiano di riferimento della sua generazione e invece Sacha Modolo e Giacomo Nizzolo hanno finalizzato più e prima di lui. Il primo ha vinto due tappe al Giro d’Italia 2015, il secondo esplode nell’estate 2016 conquistando campionato italiano, Bernocchi, Piemonte e il quinto posto ai mondiali di Doha: in più, si è già assicurato la classifica a punti del Giro d’Italia 2015 e 2016.

Viviani, però, per quanto poco possa contare in momenti del genere, ha dalla sua parte una personalità competente e importante. Davide Cassani non ha mai nascosto le sue idee su Elia Viviani. Dategli modo e tempo, ha sostenuto il cittì azzurro più volte, e arriveranno i giorni migliori.

Un dato che può sfuggire a chi segue saltuariamente il ciclismo su strada e praticamente mai il gemello su pista è il seguente: Elia Viviani, nel frattempo, è riuscito a mettere insieme un medagliere da pistard di tutto rispetto. Il veronese alterna strada e pista fin dal dilettantismo, in base al calendario stilato coi tecnici sa quando concentrarsi sull’una e quando concentrarsi sull’altra. A dimostrazione di quanta confusione regni nell’ambiente, è giusto sottolineare che il lavoro su pista viene applaudito ed elogiato soltanto quando l’atleta in questione vince qualcosa anche su strada: se le vittorie su strada non arrivano, invece, la pista è un pensiero di troppo, uno sforzo inutile, e forse la multidisciplinarietà viene sopravvalutata.

Comunque la si guardi, il 15 agosto 2016 è un giorno che ciclisticamente parlando mette d’accordo tutti: Elia Viviani è campione olimpico nell’Omnium. È ancora Davide Cassani a vedere più lungo di tutti. Intervistato qualche settimana più tardi dal “Corriere dello Sport”, affermerà: “La vittoria di Rio avrà dato a Elia una fiducia che prima non poteva avere”.

Almeno sulla pista, le idee di Viviani e del team britannico convergono. Sky lascia tranquillo il veronese e lui ripaga se stesso e la loro fiducia con la medaglia d’oro nell’omnium alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. ©Getty Images

La prima parte del 2017 è un piazzamento dietro l’altro. La prima vittoria arriva al Romandia, solitamente chi sta bene a questo punto della stagione può ambire ad un buon Giro d’Italia: peccato che Sky sacrifichi ancora una volta le ambizioni dei velocisti e dei cacciatori di tappe per dedicarsi anima e corpo alla classifica generale. Sarà una Caporetto per entrambe le parti in causa: Viviani guarderà la corsa rosa da casa, il Team Sky con Landa e Thomas fallirà l’assalto (anche la sfortuna ci metterà lo zampino) e dovrà accontentarsi di una frazione e della maglia di miglior scalatore conquistate entrambe dal basco.

Durante l’estate succedono molte cose: Sky che ufficializza la squadra per Tour de France e Vuelta a España e Viviani non c’è; la Quick-Step e Marcel Kittel che si dividono; Elia Viviani che trova il colpo di pedale giusto e illumina il finale di stagione. È medaglia d’argento ai campionati europei, vince ad Amburgo e Plouay, conquistando anche tre frazioni tra Tour du Poitou-Charentes e Tour of Britain. Questi risultati non passano inosservati. La Quick-Step ha bisogno di un velocista di razza per sostituire Kittel: per Elia Viviani è l’occasione della vita.

Un anno fa sarebbe stato difficile pronosticare una stagione così esaltante per Viviani. Ha vinto ovunque: Down Under, Dubai, Giro d’Italia, Adriatica Ionica, i campionati italiani, ancora Amburgo, Vuelta. L’intesa con i compagni di squadra è stata perfetta e immediata. La loro esperienza e la definitiva maturazione del veronese hanno creato tutti i presupposti necessari per una stagione del genere.

Dopo l’oro olimpico di Rio, Viviani ha preferito concentrarsi almeno per un paio d’anni sulla strada e i risultati gli danno ragione. Sabatini, pur di rimanere in Quick-Step sposando il progetto Viviani, ha detto no alla avance di Marcel Kittel che lo voleva con sé alla Katusha. Della bravura di Capecchi, Senechal e Mørkøv nell’impostare le volate di gruppo c’è poco da dire: specialmente gli ultimi due, da quanto vanno forte nelle ultime centinaia di metri, finiscono spesso tra i primi dieci o quindici di tappa nonostante si rialzino.

Un velocista italiano che indossa la maglia ciclamino: un momento che aspettavamo da molto tempo. ©filip bossuyt, Wikimedia Commons

Elia Viviani, dunque, è il velocista di riferimento che l’Italia attendeva da diverso tempo, da quando Bennati si perse dopo un paio di stagioni di assoluto livello e Petacchi vide ingiallire lo smalto degli anni d’oro. È arrivato al momento giusto, proprio quando lo scettro di miglior sprinter al mondo sembra vacante. Kittel è ancora vivo ma ha avuto una stagione da incubo, Sagan e Matthews non amano gli sprint a ranghi compatti, la vecchia guardia composta da Greipel e Cavendish sembra arrivata al capolinea; Degenkolb, Kristoff e Démare sono ampiamente alla portata di Viviani, Bennett dovrà dimostrare di non essere un fuoco di paglia mentre Ewan, Hodeg e Ackermann fanno paura solo in prospettiva.

Quindi i due avversari principali per Viviani sono Gaviria e Groenewegen, più giovani di lui e già vincitori sulle strade del Tour de France. Viviani è comunque maturo: fisicamente e mentalmente. Si conosce alla perfezione, si fida delle proprie capacità e dei compagni di squadra, ha trovato una squadra che crede in lui e che gli mette a disposizione almeno tre uomini. Non resta che progettare il futuro, dunque.

Elia Viviani deve necessariamente puntare al massimo: Milano-Sanremo, Tour de France e campionato del mondo (lui ci mette anche il Giro delle Fiandre, ipotesi suggestiva ma ad oggi impraticabile). Il passaggio di Gaviria alla UAE Emirates significa un altro avversario col quale misurarsi ma soprattutto una libertà di scelte e movimenti pressoché totale. È già tornato in pista, d’altronde alle Olimpiadi di Tokyo mancano meno di due anni e una medaglia d’oro come Viviani non può certo permettersi di improvvisare. Vedremo se e come questo ritorno in pista influenzerà le sue prestazioni su strada.

Il campionato del mondo, per concludere, è il traguardo massimo e Viviani, almeno per le prossime due o tre stagioni, avrà una Nazionale interamente devota alla sua causa (ovviamente quando il percorso sarà adatto alle sue caratteristiche). C’è ancora tempo, dunque. Ed Elia Viviani ha una pazienza millenaria: una stagione del genere la aspettava da quasi un decennio, quindi aspettare un campionato del mondo su misura non dovrebbe rappresentare un problema.

 

Foto in evidenza: ©Gian Mattia D’Alberto/LaPresse, StateofIsrael, Flickr

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.