Dopo un 2018 forse irripetibile, cosa ci dobbiamo aspettare dalla stagione 2019?

 

Abbiamo assistito a una delle stagioni ciclistiche più spettacolari di sempre, e non è sensazionalismo affermarlo: il Finestre di Froome, la Sanremo di Nibali sono solo due dei molti avvenimenti che hanno contribuito a rendere il 2018 indimenticabile. E per l’anno prossimo? Difficile ripetersi, ma in uno sport che è fatto di sorprese dubitiamo che mancheranno gli argomenti, per stupirsi o per discutere. Abbiamo allora riunito la Redazione e ci siamo fatti delle domande comuni, a cui abbiamo risposto ognuno secondo la propria visione.

Facciamo un bilancio della stagione 2018.

Alessandro Autieri: Partirei dandogli un voto: 9. Difficile sperare di meglio, forse il voto massimo non c’è perché come al solito la corsa che fa da traino a tutto il movimento si conferma come il gran premio di Monaco o come la classifica finale della Coppa del Mondo di sci: noiosa e scontata.In Francia hanno provato in qualche modo e loro malgrado ad accendere l’interesse – poi chiaro che l’appassionato si sarà anche visto le tappe di trasferimento – prima eliminando Nibali in quella maniera, cosa che ha fatto finire il Tour in prima pagina sui nostri giornali, come normalmente non accadrebbe e poi con la vittoria di Thomas invece che quella di Froome che almeno ha spezzato la monotonia dei nomi sull’albo d’oro.

Un peccato vedere poi i Lotto olandesi con quella forma non provare a far saltare il banco per difendere due posti tra i primi cinque o sei della generale. Dicevo, se togliamo il Tour, una stagione incredibile e non serve nemmeno elencare corsa e marcatore, tanto chi legge ha già capito a cosa ci si riferisce. E poi è stata una stagione divertentissima anche tra gli Under dove sono esplosi diversi nomi già pronti a mettersi in mostra nel 2019 ed è nata una stella tra gli Juniores , anche qui inutile fare il suo nome, che come solo i più grandi passerà direttamente professionista.

Davide Bernardini: Colorata, spettacolare, imprevedibile. È andata ben oltre le mie aspettative. Quattro classiche monumento su cinque sono state conquistate in solitaria: la Parigi-Roubaix, l’unica che si è decisa allo sprint, ha comunque celebrato la grandezza di Sagan e la resistenza di Dillier. La Vuelta ha sancito l’avvento di una nuova generazione di uomini per i grandi giri; il Tour de France, pur senza particolari scossoni, ha rivelato un Froome umano e vulnerabile e premiato corridori parzialmente nuovi a queste latitudini come Thomas, Dumoulin, Roglič, Gaviria, Groenewegen.

Il Giro d’Italia, infine, ha amalgamato alla perfezione la presenza di grandi campioni e una dose massiccia di sfrontatezza: per nostra fortuna, è venuta fuori una delle grandi corse a tappe più emozionanti del nuovo millennio. Perfino il campionato del mondo è stato in linea con le aspettative. Soltanto chi segue saltuariamente il ciclismo avrebbe potuto credere che un percorso tanto duro ed esigente stimolasse qualcuno ad attaccare da lontano. Com’era pronosticabile, si è risolto tutto nell’ultima mezz’ora di gara ed è giusto così. Bilancio positivo, dunque.

Paolo Stradaioli: La stagione 2018 è stata una delle più emozionanti degli ultimi anni. Scegliere dei fotogrammi è difficile vista la molteplicità di elementi narrativi e tecnici sul piatto, però non si può non partire da quello che ha fatto Froome sul Colle delle Finestre. È la prova che lo sceneggiatore del ciclismo è un pazzo ubriaco incapace di mandare in produzione uno script attinente alla realtà. Quello che ha fatto il fuoriclasse del Team Sky è già oggi nella storia del Giro, e sinceramente non credo ne uscirà mai, anche per la competitività dell’ultima corsa rosa che ha costretto un cyborg a vestire i panni dell’eroe omerico. Il Tour di Thomas e la Vuelta di Yates sono la prova che ormai la Gran Bretagna è una delle nazioni guida del ciclismo, al pari delle storiche Olanda, Belgio, Italia, Spagna, Francia.

La Sanremo di Nibali e la Parigi-Roubaix di Sagan sono due gioielli tattici che dimostrano l’unicità di questi due corridori, forse i più generazionali insieme a Froome e Quintana, non puoi mai scommetterci contro, sono al limite della perfezione quando salgono in bicicletta. Per fermare Vincenzo al Tour ci è voluto uno degli episodi meno apprezzabili di questo folgorante 2018.
La stagione della Quick-Step è stata qualcosa di sconquassante, illogico: 73 vittorie sono un record destinato a durare per parecchio, una superiorità su così tanti terreni diversi non si era mai vista, Lefevere è un genio. Non lo scopriamo oggi, ma è un genio. L’epilogo perfetto lo ha scritto Don Alejandro, aggiungendo al suo palmares un titolo mondiale che sembrava ormai impossibile da raggiungere. Dopo aver corso una Vuelta da protagonista si è presentato in Austria, ha corso con intelligenza sopraffina e si è regalato un successo insperato che solo un pazzo ubriaco con una macchina da scrivere avrebbe potuto vergare.

Stefano Zago: Stagione altamente entusiasmante caratterizzata da colpi di scena, rivincite e finali al cardiopalmo. Una nota comune: non accade mai, o quasi, ciò che ci si aspetta. Dal Giro d’Italia di Simon Yates vinto da Chris Froome, al Tour de France di Froome, Nibali e Dumoulin dominato da Geraint Thomas passando alla Vuelta Espana di Nairo Quintana conquistata da un Simon Yates, tornato per vincere dopo la batosta rosa. Non meno sorprendenti le classiche di inizio stagione: chi si aspettava Vincenzo Nibali alla Sanremo? Tutti immaginavano Sagan alla Roubaix ma nessuno pensava che nel velodromo a sfidarlo ci sarebbe stato Silvain Dillier, l’elvetico nella giornata della vita. Stagione di ritrovamenti, speranze e promesse per il futuro: Nibali rinasce a “Il Lombardia” dopo l’incidente del Tour, Fabio Aru piange alla Vuelta, bersagliato dalla sfortuna e da una stagione che non gli dà tregua; ma il C.T Cassani lo incita: “È un patrimonio del ciclismo da salvaguardare”.

Thibaut Pinot vince, e vince nel Paese che ammira sin da bambino per i paesaggi, l’arte e la lingua. Un discorso più da poeta che da atleta. Ma mi piace. In campo internazionale l’Italia c’è: Matteo Trentin si veste d’Europa ad Agosto in Inghilterra e al mondiale il team azzurro pur non andando a medaglia si comporta da squadra e sta al centro della scena. Gli azzurri ci sono anche in pista grazie al lavoro di Marco Villa e nonostante le vicende alterne del velodromo di Montichiari. Alejandro Valverde campione del mondo a Innsbruck è un omaggio al ciclismo. Inatteso? Non direi. Forse atteso sin troppo considerando la grandezza del nome. L’attesa però, si sa, aumenta il piacere e chiudere il sipario di una stagione con Valverde iridato è un bel dire.

 

Valverde iridato a Innsbruck: uno dei grandi protagonisti della stagione 2018 (foto © Emanuela Sartorio – Caffè e Biciclette)

Cosa dobbiamo aspettarci dal ciclismo italiano?

AA: Se parliamo di corse a tappe, per la rinascita di Aru il tempo è maturo: lui ha la testa giusta, inutile fare troppe polemiche, ha classe, ok sulla bicicletta non è bello da vedere, e quando le cose vanno male come nel 2018 si tende a sottolineare la bruttezza del suo stare in bici piuttosto che l’efficacia (quando vinceva non era meno bello). Spero vada al Giro e salga nuovamente sul podio: ne abbiamo bisogno. Mi aspetto un segnale da Formolo sia nelle corse a tappe che nelle classiche dure e da Bettiol, due corridori per cui stravedo, la conferma di Moscon e un ulteriore step in avanti da Filippo Ganna: è nella squadra più forte del mondo, ha un motore che dovrebbe permettergli di mettersi in mostra in gare importanti e non solo a fare il gregario. Insomma in lui vedo più una parabola alla Moscon che alla Puccio per intenderci.

Non mettiamo in secondo piano il fatto che lui e Moscon potrebbero essere le punte Sky sul pavé e chissà magari ne vedremo delle belle. In tutto questo mi aspetto una stagione fantasiosa da parte di Nibali, una specie di lunga rincorsa a quello che sarà il 2020 con la gara di Tokyo che se dovessero confermare il tracciato duro sarà roba per lui e allora mi auguro che Vincenzo possa davvero farci divertire e sognare come in questo 2018. Poi, da seguire con curiosità, la seconda stagione tra i grandi di Conci e Fabbro che rappresentano insieme a pochi altri al momento il futuro dell’Italia nelle corse a tappe, Ciccone e Ballerini nel World Tour, un altro passo in avanti di Cattaneo e Masnada e mi piacerebbe rivedere un talento che sin qui sembra smarrito: Vincenzo Albanese.

DB: A tal proposito, riprendo le parole che mi ha affidato Roberto Damiani qualche settimana fa: il problema del ciclismo italiano non sono i risultati ma le istituzioni, la progettualità che latita, una visione d’insieme che sembra non esserci, l’assenza di sponsor pronti ad investire che invece è palese. Individualmente, l’Italia non deve preoccuparsi. Di figure tecniche più o meno valide, stimate e vincenti ne ha a bizzeffe. Stesso discorso per gli atleti. Nibali ha ancora qualche cartuccia da sparare, Moscon ha dimostrato di essere uno dei corridori più completi del gruppo e compirà venticinque anni ad aprile, Viviani è entrato nel periodo migliore della sua carriera e si contende la palma di miglior velocista al mondo.

Corridori come Colbrelli, Caruso, De Marchi, Oss, Trentin, Modolo, Battaglin, Rosa, Felline, Brambilla, Nizzolo, Ulissi, Pasqualon, Canola, Cattaneo hanno dimostrato di saper far bene ad alti livelli e in più sono nel pieno delle loro forze. Abbiamo gregari validi e apprezzati come Puccio, Cimolai, Guarnieri, Sabatini, Cataldo, Benedetti, Bennati, Ferrari, Marcato, Mori; chi invecchia bene come Pozzovivo, Visconti, Gasparotto, Gavazzi. E, infine, chi ha l’età dalla sua parte: Ballerini, Masnada, Ciccone, Mareczko, Bonifazio, Minali, Consonni, Bettiol, Formolo, Fabbro, Conci, Conti, Ganna, Ravasi. Poi ci sono i neoprofessionisti, ma valutarli adesso o tra un anno ha poco senso, e ci sarebbe anche Aru. Ad ora, è un vero e proprio oggetto misterioso: una fetta importante del futuro del ciclismo italiano passa anche dal suo ritorno ad alti livelli.

PS: Il ciclismo italiano rimane un benchmark importante per tutti i corridori che si affacciano al mondo del professionismo. A livello di risultati abbiamo fatto bene nel 2018 e potremmo fare ancora meglio il prossimo anno: le punte di diamante rimangono Viviani, Nibali e Aru, ma se sui primi due ci sono pochi dubbi, sul terzo c’è da capire come reagirà a una stagione disastrosa come quella appena conclusa. Le qualità di Aru sono sotto gli occhi di tutti, l’UAE non ha mai messo in dubbio il suo ruolo di leader, le condizioni per fare bene non mancano, dipenderà molto dalla tenuta mentale del sardo.

Personalmente sono molto contento di vedere Mareczko e Ciccone in squadre World Tour, il primo con la nuova CCC il secondo con la Trek-Segafredo; si tratta di due ragazzi veramente forti e potrebbero togliersi delle soddisfazioni dopo aver dimostrato grandi cose a livello Professional. Mi aspetto delle risposte da Nizzolo (passato alla Dimension Data) che lo scorso anno non è quasi mai entrato in condizione, al contrario si cercano conferme da Moscon dopo un 2018 folgorante. Campione d’Italia a cronometro, quinto al mondiale, gregario impagabile per Thomas al Tour, se aggiusta la sua tenuta sulle salite lunghe e capisce cosa vuole fare davvero da grande (Classiche? Corse di una settimana? Grandi Giri?) l’Italia ha già in casa un altro formidabile corridore per i prossimi dieci/dodici anni.

SZ: La speranza, l’augurio direi, è la rinascita di Fabio Aru. Calma e meno pressioni per il sardo. Il ciclismo però ha bisogno di lui. Per le corse a tappe Vincenzo Nibali potrà garantire ancora tre, quattro anni ad altissimi livelli. Accanto al siciliano sta emergendo Gianni Moscon: una promessa che sta divenendo sempre più realtà. L’alta velocità credo sarà ancora palco di esibizione per Elia Viviani: volate e pista. Nelle volate a trascinarlo ci sarà il treno Quick-Step, in pista la coesione e il feeling con Simone Consonni, Francesco Lamon e Liam Bertazzo, giovani con tutte le carte in regola. Matteo Trentin dovrà portare in giro la maglia di campione europeo cercando di onorarla al meglio: il trentino non delude le aspettative di solito. Se cade si rialza e prima o poi lo ritrovi a braccia alzate. È già successo nel recente passato.

Senza se e senza ma Gianni Moscon rappresenta il meglio per il futuro del ciclismo italiano (foto © Emanuela Sartorio – Caffè e Biciclette)

Sarà possibile rivivere un’altra stagione tanto spettacolare quanto l’ultima?

AA: Dipenderà come sempre – banalmente – dalla fantasia dei corridori e dai direttori sportivi, dagli episodi e da come si metteranno le gare. Se la Liegi è diventata una Sanremo un po’ più dura, non è di certo colpa degli organizzatori: ci vogliono coraggio e gamba, come ci vogliono squadre e ragazzi che abbiano voglia di mettersi in gioco dalla Redoute in poi per evitare tristi epiloghi come le ultime edizioni. Quest’anno c’ha salvato Jungels, corridore di classe, fantasia e dal motore capace di fare la differenza, altrimenti l’epilogo sarebbe stato il solito piatto finale con volata tra uomini resistenti. Che brutta corsa è diventata?

Le classiche del nord invece con i settori in pavé sono spettacolari di loro così come le Strade Bianche, il Lombardia è una corsa meravigliosa, dura che arriva a fine anno con le energie in gruppo al lumicino, ma da altre parti serve più coraggio: stona vedere Amstel più interessanti rispetto alla Liegi. Punto il dito sulla decana belga perché è una corsa che invece tra anni 90  e 2000 ha visto edizioni e sfide memorabili.. La Sanremo invece così com’è non la cambierei mai, 10 km di follia che da due anni però non si conclude in volata, e indovinate perché? Grazie alla fantasia dei corridori. Leggo che invertendo Sanremo e Lombardia nel calendario, cambierebbero tante cose, almeno nel ciclismo tendo a essere tradizionalista e reazionario. La notizia di questi giorni è l’annuncio della Sky di abbandonare il mondo del ciclismo a fine 2019: beh vedo tanti protagonisti di quella squadra volersi mettere ancora di più in mostra: Kwiatkowski, Moscon, Poels, mi aspetto grandi cose da loro e anche spettacolo.

DB: La componente carnale, e quindi più debole, di ogni appassionato spera proprio in questo. Credo, però, che si debba andare oltre. Le squadre non si preparano per dare spettacolo ma per vincere; gli sponsor non investono per far sì che le loro squadre diano spettacolo, ma per vincere; i corridori non si allenano per dare spettacolo ma per vincere. Per quanto ci piaccia assistere a momenti memorabili, dobbiamo metterci in testa che lo spettacolo è un qualcosa in più. Se una vittoria arriva al termine di una cavalcata da sogno, tanto meglio; se, ogni tanto, nascono un Contador o un Nibali che ci provano nonostante tutto, ben venga. Però questa non può essere la norma, ed è giusto così perché ciò che contraddistingue certi momenti è la loro unicità, la difficoltà nel replicarli. Sapersi gestire, spesso, significa saper correre e saper vincere.

E poi, non giriamoci intorno: prestazioni clamorose in serie sottintendono uso di doping. I momenti di stanca e di noia (per chi guarda da casa, ovviamente, perché in gruppo si viaggio a quarantacinque all’ora), i crolli improvvisi, la decisione di non attaccare o di partecipare ad una corsa in meno devono essere letti anche in questa ottica: correre contando soltanto sulle proprio energie, forze e capacità implica delle scelte. Più che una stagione spettacolare, spero di assistere e raccontare una stagione umana.

PS: Un trionfo di emozioni paragonabile al 2018 ciclistico è difficile anche solo da immaginare, figurarsi ripeterlo ad appena un anno di distanza nello stesso ambito. Mi aspetto tante cose da Roglic e Mas, tecnicamente due fuoriclasse che finalmente stanno emergendo come realtà sulle strade dei Grandi Giri. Mi è piaciuto come si è mossa la UAE sul mercato, strappando Gaviria alla Quick-Step e Henao al Team Sky, così come l’Astana ha fatto un ottimo colpo mettendo sotto contratto i due Izagirre; impossibile trovare due luogotenenti migliori per far esplodere definitivamente il talento di Miguel Angel Lopez. I temi sono tanti, il 2019 di Bernal ad esempio sarà una delle situazioni più interessanti da tenere d’occhio, ma quello più accattivante è probabilmente quello di cui dovremmo parlare meno.

Remco Evenepoel sta per squarciare il mondo del ciclismo professionistico: classe 2000, ha scherzato a livello juniores (il campionato europeo lo ha vinto con quasi 10’ sul secondo, follia pura) e Lefevere ha sentito odore di colpaccio. Il giovanissimo talento belga andrebbe lasciato maturare sotto le sapienti mani degli uomini Quick-Step, ma, a memoria d’uomo, nessun diciottenne aveva attirato tanta attenzione nella storia del ciclismo. Contenere l’hype su questo prodigio delle due ruote sarà veramente difficile, nonostante la storia ci insegni che ottenere risultati a livello pro così presto è praticamente impossibile. Almeno fino a oggi.

SZ: Cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Così recita la matematica. Il ciclismo non è matematica, è imprevedibile follia. Quindi la certezza non c’è. Dipende sempre dalle condizioni di gara e dalle gambe. Una cosa però è certa: gli attori di questa stagione spettacolare non hanno lasciato la serie. Stanno preparando un nuovo “copione”. Accanto a loro arriveranno altri volenterosi caratteristi che il panorama giovanile ha iniziato a mostrare nelle prime recite ad addetti ai lavori e tifosi. Speriamo in un 2019 altrettanto movimentato: meno radioline e moderna tecnologia e più coraggio per buttarsi all’attacco.

 

Thibaut Pinot in azione al Mondiale di Innsbruck: pochi giorni dopo trionferà a Il Lombardia (foto © Emanuela Sartorio – Caffè e Biciclette)

Chi sono i giovani in rampa di lancio?

AA: Tolgo Evenepoel che merita un capitolo a parte e potrebbe non essere pronto, e tolgo anche Ganna che ho già citato in un’altra domanda. Dico un nome su tutti: Philipsen; se l’UAE non toppa un’altra stagione può fare grandissime cose da subito a iniziare dalle prime semi classiche sulle pietre. Ne abbiamo già parlato su Suiveur: può essere una stagione caratterizzata da un deciso cambio generazionale. Bernal ha già le qualità per vincere un Grande Giro, mi incuriosiscono De Bod e Madouas per la prima parte di stagione, Gaudu per le corse a tappe e poi ci sono i soliti nomi che si fanno e di cui sentiremo parlare nell’immediato: Lambrecht, Sivakov, Hirschi, Affini, Mader e soprattutto Pogacar. In Italia da seguire con attenzione Moschetti, tra i neopro di casa nostra è quello con il palmares più importante è cosa da non sottovalutare sarà già seconda ruota veloce in casa Trek, squadra con sponsor importanti. Poi potrà crescere vicino a gente che sa andare forte nelle classiche del nord (Degenkolb, Pedersen, Stuyven) e in lui possono brillare anche quelle caratteristiche. Restando in casa Trek Conci ha fatto un anno di apprendistato mi aspetto un passo in avanti, ma è comunque giovanissimo. Ciccone mi piace molto, ma lo vedo più cacciatore di tappe che uomo da classifica.

Chi deve riscattarsi? Quali, invece, le scommesse?

DB: È necessario fare dei distinguo. Ci sono corridori che, per motivi diversi, hanno arrancato per tutta la stagione e, considerando il loro passato e le loro qualità, sono chiamati al riscatto: Majka, Greipel, Ewan, Boasson Hagen, Cavendish, Kittel, Zakarin, Stannard, Kelderman, Brambilla, Felline, Mollema, Aru, Rui Costa, Ulissi, Calmejane, Barguil, Coquard. C’è chi, invece, ha alternato una metà di stagione pessima ad una più o meno proficua: alcuni hanno reso tra primavera ed estate (Fuglsang, Porte, Formolo, Benoot, Adam Yates, Jungels, Kristoff, Dan Martin, Sosa, Ciccone), altri hanno brillato da agosto in poi (Teuns, Trentin, Urán, Moscon, Matthews). E ancora, qualche corridore merita un discorso a parte. Van Avermaet e Gilbert sono due campioni, non vivono mai una stagione del tutto storta, ma è anche vero che quest’anno hanno quasi sempre trovato qualcuno migliore di loro. Il Bardet del 2018 è stato duttile e costante come mai si era visto. Ha però raccolto un piazzamento dietro l’altro: se non vuole ripetere l’errore fatto a suo tempo da Cunego, deve decidere se puntare alle classiche o alle corse a tappe.

Quintana e Landa fanno bene anche quando non sono in forma, ma da corridori come loro ci si aspetta sempre qualcosa di importante; Wellens è sempre presente ma vince poco, ed è chiamato a quel salto di qualità che stiamo aspettando ormai da qualche stagione; Štybar, Vanmarcke, Degenkolb e Mareczko hanno l’obbligo di far diventare vittorie alcuni piazzamenti di troppo. Anche Nibali non sarà contento della stagione fatta. Lasciando sullo sfondo la seconda parte, compromessa dall’incidente al Tour de France, sulla prima si può affermare che la vittoria alla Sanremo non può bastare a rimettere in piedi una primavera pessima: fuori dai primi dieci alla Tirreno-Adriatico, ritirato a Strade Bianche e Paesi Baschi, lontano dai primi al Fiandre e sulle Ardenne, disinteressato al risultato al Delfinato e ai campionati italiani. Le tante delusioni del 2018 diventeranno benzina per il 2019: così funziona con i campioni, e quindi anche con Nibali.

Per quanto riguarda le scommesse sulle quali puntare, faccio qualche nome secco: i fratelli Izagirre alla Astana, Dennis alla Bahrain-Merida, Kangert alla Education First, De Plus e van der Hoorn alla Jumbo, Bakelants alla Sunweb, Montaguti alla Androni. Poi ci sono Greipel e Terpstra, scesi tra le Professional, alla Samsic il primo e alla Direct Énergie il secondo; e anche Intxausti, che prova a rilanciarsi alla Euskadi dopo qualche anno fisicamente e psicologicamente difficile. Cimolai e Minali dovrebbero avere più spazio alla Israel Cycling Academy, mentre due delle scommesse più intriganti riguardano Moser alla Nippo-Vini Fantini-Faizanè e Rolland alla Vital Concept. Infine, il quartetto composto da Kreuziger, Valgren, Gasparotto e Nizzolo ha fatto un passo indietro scegliendo la Dimension Data, ma potrebbe avere più serenità e libertà durante tutta la stagione. I motivi d’interesse per guardare il ciclismo a trecentosessanta gradi, insomma, non mancano.

 

Quest’anno tra le Professional tanti corridori di spessore (foto ©Claudio Bergamaschi)

Mondo delle Professional: quali le più interessanti? Quelle meno attrezzate?

PS: Partiamo dalle cose ovvie: due corridori come Barguil e Greipel, a livello Professional, non li ha nessuno. L’Arkéa-Samsic (ex Fortuneo) tiene fissi gli occhi sul premio (passare a World Tour nel 2020) e l’acquisto di Greipel, seppur al tramonto della carriera, denota tutta la volontà di crescita del team. Bouet, Moinard, Pichon sono tutti corridori validi e quando Barguil sta bene diventa un problema anche per i migliori, il salto di categoria è sicuramente nelle corde della squadra. Il roster più attrezzato rimane probabilmente quello della Cofidis: Atapuma e Périchon sono due ottime aggiunte, i due Herrada sono sinonimo di garanzia, Bouhanni non sarà il corridore più simpatico ma il suo 2018 grida vendetta: la voglia di rivalsa nel velocista francese sarà tantissima.

In casa Italia rimane solido il progetto dell’Androni Sidermec; squadra più attiva nelle fughe del Giro d’Italia, ha fatto incetta di successi nelle gare minori, sarà interessante vedere se Masnada si rivelerà un corridore capace di ambire a qualcosa di più di una top 30 alla corsa rosa. Uno dei progetti più intriganti è quello della Vital Concept: la squadra francese ha firmato Rolland e Gautier, il primo uno scalatore purissimo che ha raccolto molto meno di quanto realmente meriterebbe(anche per lui un 2018 molto deludente), il secondo uno dei gregari più preziosi di Bardet, pronto a mettere tutta la sua esperienza a disposizione, e poi c’è Bryan Coquard, che se mette a posto un paio di cose può diventare uno sprinter di livello assoluto. Volete altri motivi per seguire la Vital Concept? Della presentazione della divisa vogliamo parlare?

Per rimanere in Francia la Direct Énergie ha preso l’ultimo vincitore del Fiandre: Terpstra. Nomi di corridori se ne potrebbero fare ancora, personalmente sono molto curioso di sapere quanto c’è da grattare del talento di Oscar Rodriguez, vincitore di una tappa alla Vuelta ricordando tanto un altro Rodriguez ritiratosi un paio di anni fa, ma il grande protagonista del 2019 a livello Professional può essere soltanto Mathieu van der Poel. Classe ’95, già uno dei migliori al mondo nel ciclocross, le sue sfide con Van Aert sono un must della specialità, su strada ha già dato prova del suo smisurato talento (campione olandese su strada, vicecampione d’Europa dietro al nostro Trentin) e adesso c’è bisogno di conferme e ha una squadra (la Corendon-Circus) interamente costruita intorno a lui. Ben presto il livello Professional potrebbe andargli stretto, ma intanto, sia lui che il resto della categoria, garantiranno spettacolo almeno quanto le squadre World Tour, poco ma sicuro.

Qualche considerazione sul ciclismo femminile?

SZ: Il movimento femminile negli ultimi anni parla sempre più olandese: Marianne Vos, Anna Van Der Breggen e Annemiek Van Vleuten. Un tris d’assi. La prima è la fuoriclasse per eccellenza nel ciclismo rosa, Van der Breggen (Campionessa del Mondo) e Van Vleuten sono eredi con la corona già in testa. L’Australia ha un gioiellino: Amanda Spratt. Seconda al mondiale: fantasista delle due ruote, trentunenne. Una certezza azzurra viene dal Verbano-Cusio-Ossola e conta di rifarsi dopo una stagione per sua stessa ammissione deludente: Elisa Longo Borghini. Altra certezza azzurra è Tatiana Guderzo: terza al mondiale. Il tempo rema contro di lei, trentacinque anni il prossimo anno, ma chi la ha vista ad Innsbruck sa che quelle lancette sono ancora tenute bene a bada dalla marosticense. Terza certezza viene da Elena Cecchini, tre volte campionessa italiana su strada e pistard, atleta poliedrica, arrembante. Giovane d’oro è Letizia Paternoster, plurimedagliata in tutte le specialità, ma l’elenco di giovani super è ricco: Elena Pirrone, Maria Giulia Confalonieri, Rachele Barbieri, Chiara Consonni e Alice Maria Arzuffi per citare in ordine sparso atlete che stanno sbocciando in tutte le specialità. Mancherà certamente Giorgia Bronzini, in ammiraglia a dirigere la neonata Trek. Si lavora anche per concedere lo status di professioniste alle ragazze del gruppo. Attendiamo buone nuove.

Foto in evidenza: ©Claudio Bergamaschi