Primož Roglič prende e consolida la Roja, Tadej Pogačar sul podio virtuale.

 

Da un po’ di anni la Vuelta è il Grande Giro che chiude la stagione e per questo motivo spesso ha il compito, un po’ ingrato, di raccogliere ciò che resta dalle altre corse. A volte per alcuni corridori funge da banco di test per il mondiale – quest’anno a dire la verità, a parte un paio di nomi che spiccano con gambe buone in vista di Yorkshire 2019, un po’ meno – o diventa terreno per le rivincite degli uomini da classifica che popolano il World Tour. In certi casi è anche l’occasione di una vita e che segna in maniera importante il proprio curriculum – vedi il successo negli anni ’90 di Giovannetti, nei primi 2000 di Casero e Aitor González, nel decennio successivo di Horner e persino di Aru: la vittoria del 2015 del corridore allora in maglia Astana resta sicuramente il punto più alto in carriera. Dai giorni in cui il sardo ribaltava la classifica mettendosi dietro corridori come Rodríguez, Quintana, Chaves o Dumoulin, sembra passata un’epoca.

Nelle ultime stagioni, sulle strade di Spagna, abbiamo assistito anche a sfide spettacolari fra quello che è stato il meglio del ciclismo mondiale, con le vittorie di Froome e di un Quintana ancora al meglio fisicamente e mentalmente, il colpo di coda di Contador due stagioni fa, i tentativi di assalto di Nibali. Quello che invece sta offrendo la Vuelta in questi giorni, è un copione che appare già scritto, con un dominatore assoluto che guida una corsa a tratti soporifera nella lotta per la classifica – troppo netta la superiorità di Roglič e della sua squadra – e grupponi di attaccanti che si sfidano per i traguardi di tappa.

©Uae Team Emirates, Twitter

La Vuelta 2019 segue dunque questo canovaccio: terreno di prova che permette di testare i miglioramenti di un giovane come Pogačar, che nella sua prima corsa a tappe di tre settimane non smette di stupire. Il giovane sloveno vince due tappe di montagna e nell’ultimo arrivo di salita consolida un posto sul podio, con tanto di maglia bianca soffiata diversi giorni fa a un corridore di quattro anni più grande e di maggiore esperienza nei Grandi Giri. Diventa l’occasione di far conoscere in modo approfondito al pubblico spagnolo, dopo aver diviso quello italiano, un certo Primož Roglič, che arriva alla vigilia delle ultime cinque frazioni con la possibilità di essere il primo corridore del suo giovane  e piccolo stato a vincere un Grande Giro. Un periodo di grazia che dura da diverso tempo e che lo proietta tra i grandi interpreti delle corse a tappe delle ultime stagioni. È l’occasione per Valverde di fare l’ennesimo scalino verso l’alto nella storia di questo sport, e per altri corridori, di seconda fascia, di provare a suggellare una carriera, andando all’attacco, conquistando tappe o classifiche diverse da quella generale. È stata poi, fino a oggi, terreno che ha messo in mostra le qualità di un Marc Soler che nel 2020 potrebbe diventare punta del Team Movistar in almeno uno dei tre Grand Tour della stagione; è stata l’occasione per provare a scrutare nei pensieri che frullano in testa al sempre enigmatico Quintana e per vedere i continui alti e bassi di Miguel Ángel López, atleta spesso in ombra quando si tratta di conquistare una vittoria importante che dia conferma a tutto quello che si dice attorno al suo talento in salita.

Dici Vuelta, dici fuga

©Mikel Iturria, Twitter

Se nella prima parte di corsa ciò che balzava più agli occhi è stata la facilità con cui i leader della classifica generale lasciavano andare, da corridore a corridore, la maglia di leader, quello che sta caratterizzando la seconda parte è , invece, il numero di fughe vincenti. Togliendo la cronometro vinta da Roglič, ci ritorneremo tra qualche paragrafo, sulle restanti sei tappe in linea, per ben quattro volte arriva l’azione partita da lontano. Nella tappa che si concludeva a Urdax-Dantxarinea vince Iturria e forse la sua impresa resterà una delle più entusiasmanti di questa Vuelta 2019. Nella provincia della Navarra, il ventisettenne corridore della Euskadi-Murias, conquista la sua prima vittoria in carriera rischiando di far venire un colpo al suo Direttore Sportivo Jon Odriozola, che a fine corsa commenterà: “Stavo per morire d’infarto“. Una vittoria ottenuta con i denti e con il sangue bollente tipico di chi arriva da quelle zone e che magari permetterà alla piccola squadra basca di trovare uno sponsor per il prossimo anno.

Il giorno dopo siamo sempre nei Paesi Baschi, ma il livello del vincitore è ben più alto e porta il nome di Philippe Gilbert. Non c’è bisogno di raccontare cosa ha vinto in carriera il trentasettenne nativo di Verviers e cresciuto ai piedi della Redoute, di certo, sbarazzandosi nel tratto finale di Aranburu e Barcelò, dimostra che pure lui, in vista del mondiale, sarà presente e preparato a puntino. Oltretutto nelle ultime ore è arrivata anche la chiamata ufficiale in nazionale per quell’evento: a fianco a lui ci sarà Remco Evenepoel e, di sicuro, ne vedremo delle belle.

©Cycling Weekly, Twitter

La vittoria di Sepp Kuss, invece, sul Santuario de Acebo, è la dimostrazione di quanto forte stiano andando quest’anno i corridori della Jumbo-Visma: successo numero quarantaquattro in stagione. Si permettono il lusso di mandare in fuga uno dei migliori gregari di Roglič in salita, in una delle tappe più dure dell’intera Vuelta; lui davanti non serve da appoggio, ma ci rimane fino alla fine, per un successo che richiama un po’ quei domini dei primi anni 2000 al Tour de France da parte degli antennisti, poi postini, di Lance Armstrong. Sia ben chiaro: nessun riferimento a questioni legate al doping, ma solo una constatazione al tipo di condotta della squadra più forte di questa Vuelta; ad esempio il Team Ineos, fu Sky, ha sempre tenuto un atteggiamento differente: dominanti sì, ma tutti attorno al capitano. La vittoria di Kuss resta anche la più suggestiva di questa settimana; se Iturria lo abbiamo spinto anche noi idealmente fino al traguardo, parteggiando per un corridore con zero successi in carriera e che difende i colori di una squadra Professional – e con l’immancabile fascino targato Paesi Baschi – se Philippe Gilbert è un corridore che raramente divide, per palmarès, classe e signorilità, alzi la mano chi non ha provato empatia per quel finale in cui l’americano in maglia giallonera dava la mano ai tifosi – tanti stavolta c’è da dire – assiepati dietro le transenne a bordo strada. Un trionfo per una Vuelta spesso criticata, anche da noi, a causa del poco pubblico sulle strade.

L’ultima tappa di questa settimana premia un altro corridore che a inizio stagione aveva colpito in una grande classica del calendario: Jakob Fuglsang. Il danese sfrutta benissimo il lavoro di squadra coordinato da Luis León Sánchez e sfaldando la resistenza di Brambilla – Vuelta positiva la sua, sempre all’attacco, gli manca un piccolo passo per vincere – torna al successo dopo un Tour che ne aveva minato tutte le certezze acquisite in primavera. Non ci siamo dimenticati di Sam Bennett: l’irlandese vince l’unico arrivo a ranghi compatti di questa settimana confermandosi corridore di grande classe e spigliatezza quando si tratta di sgomitare e smarcarsi dai trabocchetti dei convulsi sprint di gruppo. E naturalmente nemmeno del successo sull’Alto de Machucos di Tadej Pogačar; lungo i durissimi tornanti che portavano verso il monumento della Vaca Pasiega, il classe ’98 di Komenda ha dato un altro saggio della sua classe, staccando tutti tranne il connazionale Roglič che lo ha scortato sino al traguardo: un dominio marcatamente sloveno.

Le altre maglie

©AG2R La Mondiale, Twitter

Prima di passare alla sfida per la Roja, uno sguardo alle altre maglie. Le tante fughe condizionano la lotta per la classifica dei Gran Premi della Montagna e confezionano anche una sfida che vede coinvolti due comprimari, è vero, ma che in modo caparbio stanno dando un po’ di pepe a tappe un po’ troppo soporifere e lineari: parliamo naturalmente di Madrazo e Bouchard. L’ultima tappa ha visto i due battagliare con lunghi sprint sui primi due Gran Premi della Montagna, ma la migliore condizione del francese, ex commesso della Decathlon, lo ha premiato e lo porterà verso il giorno di riposo vestito della maglia a pois blu. Nei prossimi giorni, però, alla sfida tra i due si potrebbe unire un terzo incomodo che porta il nome di Tao Geoghegan Hart. Il giovane portacolori del Team Ineos prova a salvare il bilancio sin qui negativo dello squadrone britannico e grazie a diversi piazzamenti e fughe nelle tappe in salita è ora terzo nella speciale graduatoria dei GPM. Infine le ultime due classifiche restano sempre ad appannaggio dei due sloveni protagonisti principali di questa corsa: quella a punti vede primo Roglič, quella del miglior giovane, Pogačar.

Svetta il Monte Triglav

©Astana, Twitter

Dopo Cortals d’Encamp e prima della cronometro di Pau, vinta nettamente da Roglič, parlavamo di quattro corridori più un possibile quinto, in lotta per la vittoria finale. Sette tappe e un migliaio di chilometri dopo è difficile immaginare uno scenario differente da quello dello sloveno della Jumbo Visma in maglia rossa a Madrid. Tra Pau e Alto de la Cubilla, Roglič ha guadagnato 2′ su Pogačar, 3’02” su Valverde, 4’10” su López, 4’24” su Majka – mettiamoci dentro anche lui, attualmente quinto – e 7’49” su Nairo Quintana. Nelle tre tappe di salita non ha mai perso terreno dai suoi avversari, gestendosi come un campione navigato – soprattutto lungo Alto de la Cubilla – arrivando una volta con Valverde, una volta con Pogačar e una volta con López e di nuovo Pogačar.

Alle sua spalle al momento resiste il campione del mondo Valverde che nell’ultima tappa ha dato qualche segno di cedimento che potrebbe ravvivare la lotta per il podio: benedetto per lui l’arrivo del giorno di riposo. Al terzo posto, vestito di bianco, troviamo Pogačar. Il quasi ventunenne sloveno ha vinto un’altra tappa in questa settimana, mantiene diciassette secondi di margine su López, e che al momento gli bastano per indossare la maglia bianca: probabilmente nei prossimi giorni questo duello sarà uno dei momenti più attesi e che renderanno un po’ più spettacolare una corsa ormai chiusa a doppia mandata in chiave vittoria finale. Soprattutto considerato un disegno che negli ultimi sei giorni potrebbe scongiurare attacchi da lontano al leader.

A tale proposito fa storcere un po’ il naso la gara sin qui di Movistar e Astana, due squadre certamente all’altezza della Jumbo Visma, che però da giorni sembrano aver abbandonato ogni idea di ribaltare la classifica. Troppo più forte lo sloveno rispetto alla concorrenza, è vero, troppo pavidi e con poca fantasia coloro che guidano l’ammiraglia. Certo il gioco dei punteggi e dei piazzamenti finale non aiuta un ciclismo che nei Grandi Giri è già di suo in un momento tutt’altro che florido e come sempre, discorso già affrontato diverse volte, all’idea di uscire di classifica dopo aver osato ribaltare i pronostici, si preferisce coltivare il proprio orticello del piazzamento finale.

 

 

 

Foto in evidenza: ©Cycling Weekly, Twitter

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.