Corse a tappe: come sta il ciclismo italiano dietro Nibali?

Qualcosa si muove dietro Nibali: frutti che si raccoglieranno fra qualche anno.

 

Quando nel 1990 Gianni Bugno dominò il Giro d’Italia vestendo la maglia rosa dal primo all’ultimo giorno, l’Italia era riuscita a interrompere il digiuno di successi dalla Corsa Rosa che durava dal 1986 (vittoria di Visentini). Era la rinascita del pedale italico: il successo di Bugno fu anticipato di qualche settimana da Giovannetti alla Vuelta e nella stagione successiva sulle strade italiane ci fu l’affermazione di “Coppino” Chioccioli. I podi al Tour de France di Bugno e dal suo acerrimo rivale Chiappucci (sul podio per tre anni di fila anche al Giro), che alla Grand Boucle dava spettacolo e regalava imprese rimaste nella storia, rimettevano tutte nell’ordine delle cose rilanciando l’Italia tra le potenze nei grandi giri.

Per cinque anni l’Italia digiunò di nuovo al Giro, ma quelle furono le stagioni in cui esplodeva la supernova Pantani oppure brillava la stella di Gotti, protagonista al Tour e capace, successivamente, di agguantare ciò che il destino toglieva allo scalatore romagnolo. Poi dopo la storica doppietta del Pirata nel 1998, con gli anni 2000 si aprì quel lungo periodo di successi nella corsa rosa che portavano la firma di Simoni, Garzelli e Savoldelli conditi da battaglie con Belli o Casagrande tutti atleti capaci, tra alti e bassi, di mettersi in mostra anche sulle strade del Tour de France.

Pantani al via di una cronometro (@Foto FPS / Jos Schuurman – Flickr)

Si parlava di “generazione ’70” che a guardarla adesso pare unica e lontana nel firmamento del mondo delle due ruote italiane. Ciò che accomunava quei corridori era una certa qualità (quando non sfociava in talento assoluto) e propensione alle gare di tre settimane: doti innate, certamente, ma allenate e sviluppate a suon di corse a tappe anche nelle categorie inferiori. Pantani (’70), Belli (’70), Gotti (’69), Casagrande (’70), Guerini (’70), Simoni (’71), Piepoli (’71), successivamente e per un breve periodo anche Di Grande (’73) tutta gente che prima di lanciarsi nel professionismo aveva lasciato un segno in corse-riferimento a livello giovanile come il Giro d’Italia dilettanti o il “Val d’Aosta”. Col passare degli anni, l’entrata in scena di nuove potenze mondiali, la progressiva sparizione di diverse gare, il sempre meno confrontarsi di corridori italiani delle categorie giovanili nelle corse a tappe e in quelle internazionali contro i coetanei stranieri ha abbassato la qualità e lentamente tolto di mezzo corridori con le caratteristiche preferite dagli italiani: quelli in grado di vincere un Giro o un Tour.

Negli anni 2000 ci fu l’esplosione di CunegoBasso, il varesino andava in Francia e stava in scia ad Armstrong, il veronese aveva un talento così scintillante da vincere oltre al Giro (e diverse classiche) anche una maglia bianca al Tour. Di LucaRiccò, Bruseghin, Scarponi, chi più positivamente chi meno, rendevano ancora ricchi di tricolori le classifiche generali.

Ivan Basso ai tempi della Liquigas (Foto @https://www.flickr.com/photos/nathalie05/)

Mentre Ivan Basso prima sbancava la Corsa Rosa, poi veniva squalificato, e ritornava in gruppo per vincere il Giro, all’orizzonte si faceva strada un corridore che ancora oggi resta il punto di riferimento, il traino del movimento italiano su due ruote: Vincenzo Nibali. Il siciliano, passato professionista in maglia Fassa Bortolo e l’anno dopo accasatosi in Liquigas, viene tenuto a freno dai tecnici della squadra verde: “Che Vincenzo avesse talento era sotto gli occhi di tutti. Con lui abbiamo fatto un programma a lungo termine di crescita graduale che lo ha portato ad essere, insieme alla sua mentalità da campione, il corridore che tutti conosciamo“, ci dice Roberto Amadio, suo team manager in quegli anni.

Nibali cresce in modo progressivo fino a vincere due volte il Giro, una volta il Tour e la Vuelta, conquistando diversi podi e piazzamenti importanti sempre in queste corse, proseguendo – e portandola su vette che non si vedevano da decenni – la tradizione dei corridori italiani da Grandi Giri. Sin da giovane Vincenzo mostrò qualità da cronoman (poi per la verità andate un po’ perdute col passaggio nella categoria superiore) e doti di recupero e resistenza tali da renderlo adatto all’esercizio su tre settimane e facendo della fantasia in corsa il suo marchio di fabbrica.

I dubbi di Fabio Aru in vista del 2019 sono stati sciolti nel momento dell’operazione all’arteria illiaca (Foto @www.bicifoto.it)

Dietro Nibali esplode Aru. Toltosi presto dall’ombra del suo ex capitano, il sardo fa sognare il pubblico italiano che rivede in lui la terza frazione di una staffetta iniziata con Basso e proseguita con il siciliano. Per una pattuglia di corridori italiani, meno numerosa che in passato, ma altrettanto di qualità. Podi al Giro, una Vuelta, un piazzamento a ridosso dei primi cinque al Tour con tanto di maglia gialla strappata a Froome e vittoria in salita. Di recente, però, la luce del corridore sardo sembra essersi affievolita (per qualcuno proprio spenta). Le pressioni, una stagione bucata, un carattere complicato che a volte non lo fa amare né dal pubblico, né dai compagni né da molti addetti ai lavori, Aru, che di anni ne deve compiere ancora 29, quest’anno sembrava essere di fronte a un bivio fondamentale della sua carriera: poi l’operazione all’arteria illiaca per cercare di risolvere il mistero che lo affligge rimanda tutte le valutazioni a fine stagione o al 2020.

Il tempo purtroppo non fa sconti, e Nibali potrebbe avere ancora un numero limitato di cartucce da sparare nei Grandi Giri e in questa maniera l’opinione pubblica italiana, che da sempre ama i corridori da corse a tappe e tende un po’ a snobbare classicomani, velocisti, vincitori di traguardi parziali, cerca disperatamente il suo erede. Se Aru in futuro dovesse dimostrare che la scorsa stagione non è stata la classica annata no che a tutti tocca, ma l’inizio di un prematuro declino, allora ci si ritroverebbe in una situazione simile a quella vissuta poco più di trent’anni fa, quando dopo il cambio generazionale dato dal ritiro di Moser e Saronni e l’arrivo di Bugno, Chiappucci e poi la generazione del 1970, non avevamo alcun corridore capace di primeggiare nelle grandi corse a tappe.

Michele Scarponi, angelo custode di Nibali in salita, vinse postumo un Giro d’Italia per la squalifica di Contador (foto @https://www.flickr.com/photos/jomenager/)

Analizzando il nuovo millennio, dal 2011 a oggi su ventiquattro Grandi Giri disputati i corridori italiani finiti sul podio sono stati Scarponi (1 volta), Nibali (8) e Aru (3). Se consideriamo le 8 stagioni precedenti troviamo Basso (5), Nibali (2), Simoni (4),  Garzelli (1), Cunego (1), Savoldelli (1), Mazzoleni (1),Di Luca (1), Bruseghin (1) e Riccò (1). Più del triplo dei corridori per 18 podi contro 12. Il 2018 è stato il primo anno dal 1995 senza un italiano sul podio di un Grande Giro. È vero, la statistica vive quasi esclusivamente di giri d’Italia dove lo straniero passava quasi timidamente e in questi anni la Corsa Rosa ha avuto un’internazionalizzazione importante, ma se andate a vedere anche le top ten di questi ultimi anni, non c’è da stare allegri.

Anche perché almeno oggi, non si intravedono all’orizzonte dei Nibali o ragazzi come quelli del ’70 che rimpolparono l’albo d’oro del Giro con la bandierina tricolore.

Il presente o futuro immediato ci dice questo: Damiano Caruso è un ottima seconda punta, ma ci pare improbabile vederlo lottare per un podio, Pozzovivo ha i suoi anni, un ottima carriera alle spalle e ha avuto anche le sue chance, ma non è mai entrato nei primi tre alla fine di un grande giro. Formolo è davanti a un bivio. Possibile che il corridore veronese debba ancora maturare per le corse a tappe, e in attesa dell’esplosione, noi ci sentiamo di consigliargli di puntare a qualche corsa in linea o traguardi parziali (come sta facendo piuttosto bene in questo scorcio di stagione). Ciccone deve ancora dimostrare di poter lottare per la classifica generale e forse pure lui sembra più portato verso le corse di un giorno, per Fabbro e Conci è troppo presto, anche se quest’anno sarà lecito aspettarsi qualcosa. Ravasi ha pagato dazio alle prime stagioni tra i grandi dopo essere stato nel recente passato da Under 23 corridore di ottimo livello, con piazzamenti importanti al Tour de l’Avenir (il suo 2° posto resta il miglior risultato di un italiano quarantatré anni dopo il successo di Baronchelli), e al Val d’aosta, corse che sono una cartina tornasole sulla qualità di corridori giovani da corse a tappe. Petilli, ottimo anche lui da Under 23 nelle gare a tappe, ha rischiato di vedere conclusa anticipatamente la sua carriera a causa di due gravi incidenti in corsa e ora si deve ricostruire da capo. Cattaneo sta riprendendosi alla grande dopo qualche stagione a vuoto, ma viene difficile pensare di vederlo lottare per un podio al Giro. Rosa col passaggio in Sky non è riuscito a dare continuità a ciò che si era intravisto tra Androni e Astana.  Mansada più che corridore da classifica generale ha tutto per essere un cacciatore di tappe. Si vuole trasformare a tutti costi Moscon, ma ne varrà la pena?

Egan Bernal, qui al Giro di California vinto nel 2018, potrebbe diventare il dominatore nei prossimi anni, dei Grandi Giri. L’Italia potrà ambire a contrastarlo? (@foto https://www.flickr.com/photos/pelotonographer/)

In conclusione, a oggi il ciclismo italiano dopo Nibali, e con i problemi che attanagliano Aru, si trova di fronte a un momento difficile per i grandi giri. Anche tra i più giovani è complesso o prematuro ipotizzare qualche nome: se Carboni sembrerebbe avere tutte le carte in regola, bravo sul passo e si difende in salita, Covi, Bagioli (Andrea), Scaroni, la novità Aleotti, SobreroBattistella sembrano atleti al momento più adatti alle corse di un giorno o comunque ragazzi che ancora devono maturare e misurarsi su un certo tipo di corse. Mentre incuriosiscono, viste le qualità espresse in salita, il duo Biesse Carrera formato da Filippo Conca e Kevin Colleoni, per loro nel 2021 ci sarà il passaggio tra i professionisti con l’Androni di Savio, e il classe 2000, primo anno tra gli Under 23, Alessandro Fancellu, anche lui scalatore di interessante prospettiva.

Cassani punta il dito sul modo di impostare le corse nel dilettantismo italiano, rispetto a come viene organizzato in altri paesi: “Siamo rimasti al ciclismo dilettantistico di 30 anni fa senza avere la qualità delle corse di 30 anni fa. Abbiamo delle bellissime squadre dilettantistiche ma che non vanno mai a correre all’estero. Vuol dire che i nostri ragazzi affrontano un calendario non all’altezza dei loro pari età e così facendo abbiamo abbassato il nostro livello qualitativo. Restiamo chiusi a casa nostra, andiamo a cercare la corsetta più facile per ottenere una vittoria che ha poco valore e non aiuta a formare i nostri giovani. Ci vuole un cambiamento radicale e deve partire dai tecnici. Dobbiamo alzare il livello. Dobbiamo portare i ragazzi alle corse a tappe perché questa categoria è quella che prepara al professionismo. Sono andato a vedere cosa facevano a 20-21 anni i vari Dumoulin, Pinot, Bardet, gli Yates, Quintana, Landa e tutti quelli che oggi si giocano le grandi corse. Si sono preparati al professionismo partecipando ad almeno 5 gare a tappe a stagione“. Cambiamento che in questa stagione sembra avvenuto con alcuni team Under 23 che hanno fatto il passo per correre anche tra i professionisti e hanno già disputato diverse corse a tappe: i frutti si raccoglieranno fra qualche anno, per sperare di avere anche noi i Dumoulin, i Pinot o gli Yates.

Giovanni Carboni al Tour of the Alps ha dato qualche segnale per il futuro in prospettiva corse a tappe (Foto Claudio Bergamaschi)

È vero, l’atleta italiano ha la tendenza a maturare più tardi e spesso non ha la possibilità di dimostrare il suo valore costretto a crescere come gregario: di sicuro una squadra italiana nel World Tour come punto di riferimento per la crescita di questi ragazzi, con una progettualità e programmi a lungo termine potrebbe aiutare, proprio come successo in passato a Nibali, e una prolungata assenza rischia di essere una ferita insanabile, anche se solo la punta dell’iceberg dei problemi del nostro ciclismo.

Probabilmente si vive un momento storico sfavorevole che non ha dato alla luce corridori di questo genere: passisti scalatori capaci, attraverso sforzi inumani a cui devono sottostare per primeggiare in una corsa a tappe, di dire la loro contro i futuri ( o presenti) dominatori dei Grand Tours che sembrano avere i nomi di Bernal, Simon YatesSivakov, Mas o Lopez. Senza dimenticare le doti di recupero e resistenza, fondamentali per l’esercizio delle tre settimane.

La speranza è che come tra l’86 e il ’90 possano passare solo pochi anni prima di rivedere un portacolori azzurro sul podio finale di un Giro, di un Tour o di una Vuelta. Il ciclismo è uno sport che ha fra le sue caratteristiche quello di sapersi reinventare e improvvisare, di fagocitare nomi e di proporne di nuovi magari totalmente inattesi. Prima di aspettare che esploda una generazione di corridori, magari tra quelli nati dopo il 2000 o che i giovani già presenti battano un colpo, non ci resta che attendere. Con fiducia.

Immagine di copertina Emanuela Sartorio – Caffè & Biciclette

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.