In Colombia il ciclismo si trasforma e vuole diventare dominante

 

Le immagini erano ancora come fotografie sbiadite in diverse tonalità di grigio quando Efraín Forero “El Zipa endomable“, inarrestabile figlio dei chibcha, diede inizio all’epopea del ciclismo colombiano. Dopo di lui toccò a Ramón Hoyos Vallejo, “El Escarabajo de las montañas” divenuto celebre anche grazie alla penna sensibile di Gabriel Gárcia Marquez, che ne scrisse una biografia in quattordici capitoli. Fu dipinto persino da Botero.

Negli anni ’60 e ’70 i corridori del tricolor si fanno conoscere anche al sofisticato pubblico europeo: “CochiseRodriguez, ombra di Gimondi, non era il solito scalatore, ma era forte, anzi fortissimo, in pianura, e poi successivamente Patrocinio Jimenez che sul Tourmalet mise in difficoltà i migliori grimpeur dell’epoca.

Se a “El Zipa” toccò giovanissimo seminare, quando le immagini televisive diventano a colori, fu del giardiniere Herrera il compito di raccogliere: mise alla frusta i grandi del ciclismo degli anni ’80 e andò a conquistare l’Alpe d’Huez al Tour, le Tre Cime di Lavaredo al Giro e una Vuelta.

“Apoteosis de Ramón Hoyos” di Fernando Botero, 1959.

Poi fu il momento di Fabio Parra, che venendo dall’altura non poteva che essere “El Condor de los Andes“, di Nelson “Cacaito” Rodriguez, così piccolo in mezzo al gruppo da sembrare un maldestro zibellino in una foresta di conifere, Mejia e Rincón abili uomini da classifica al Tour e al Giro, e aquile in picchiata verso la fuga come “Chepe” Gonzàlez e Buenahora.

In alcuni casi erano corridori quasi naïve, da scrutare con simpatia alla caccia del significato del soprannome. Potevano incuriosire le loro storie epiche di bici rubate o bastonate prese dai tifosi, narrazioni intrise di drammi, vicende familiari dal sapore magico, assurdi racconti di allenamenti notturni con mezzi di altre epoche e fughe nella polvere, su strade dove anche un mulo si sarebbe rifiutato di passare.

Erano scalatori trattati spesso con diffidenza o superbia e fino agli anni ’80 considerati semi professionisti dalla maggior parte del gruppo. Erano in larga parte corridori leggeri che in salita saltavano come cavallette e alla sola idea di andargli dietro, ti bruciavano le cosce. Quasi sempre però, erano capaci di dilapidare quel vantaggio accumulato in pendenza, lungo la discesa, dove sembravano piccoli merli inseguiti da un gatto.

Con la fine dei ’90 e i primi vagiti del nuovo millennio, si segnala Víctor Hugo Peña, primo colombiano a vestire la maglia gialla (è il Tour del 2003), ma è Santiago Botero, più Cochise che Escarabajo, a cambiare passo. Il colombiano dagli occhi azzurri aveva un motore così rivoluzionario a cronometro da far sbilanciare persino Gianni Mura, che lo vedeva favorito in un Tour di inizio duemila; nonostante prima di lui Herrera e Parra fecero faville e classifica, essere tra i favoriti della vigilia significava appartenere a una nuova dimensione.

E mentre la tecnologia avanza, in Colombia il ciclismo esplode: vengono fatti importanti investimenti, il centro di Bogotà diventa pedalabile grazie a una ciclovia introdotta nel 1976 e che andrà via via sviluppandosi. Oggi quella strada si chiama ciclorrutas de Bogotá, è lunga oltre 300 chilometri (è la più grande del Sudamerica e una delle più grandi al mondo) e forma una rete che unisce la capitale colombiana alle aree vicine più popolose.

I colombiani cambiano così il loro modo di spostarsi, la bicicletta vive un momento florido sotto diversi aspetti, vengono organizzati giri turistici e veri e propri festival culturali per visitare la città e i dintorni, rigorosamente su due ruote. Il ciclismo diventa così uno degli sport più praticati, la bicicletta un mezzo di trasporto irrinunciabile e dall’epoca dei pionieri a quella dei dominatori, il passo è breve.

Rigoberto Urán, qui in maglia Sky, vince la tappa con arrivo sul Montasio al Giro d’Italia (Foto: @Yenfron, from Wikimedia Commons)

C’è stato – e c’è ancora – Rigoberto Urán , antioqueño come Hoyos e capostipite della nuova generazione. Poco prima di lui, lo sfortunato equilibrista sempre in bilico Mauricio Soler. Poi la meteora Fabio Duarte, più simile agli antenati, che ai suoi, affamati di vittorie, coetanei. A proposito di fame: Carlos Betancur, talento inabissatosi in chissà quale tunnel mentale, tra alti – pochi – e bassi, moltissimi.

C’è Sergio Henao che raccoglie meno di quanto si possa pensare, ci sono Atapuma e Anacona, nomi meravigliosi che riflettono sulle strade il ciclismo pionieristico, avverso e quasi fanciullesco dei loro predecessori. C’è Pantano nel cui nome, invece, vive l’idea di scalare le montagne come nessun’altro. E poi la storia è nota, sempre più nota e diverrà via via leggenda: Quintana, Gaviria, López, Chaves, Bernal e in divenire Hodeg, Sosa, Martínez, HiguitaMolano, Reyes, Ochoa, Paredes, Osorio e altri che arriveranno a ruota.

La rinascita – o la nascita -o forse semplicemente la presa di coscienza e conoscenza del ciclismo colombiano, vive oggi il suo massimo splendore: atleti che non sono più buffi topolini scuri forti solo quando la strada sale e guardati di traverso dai colleghi perché spesso e volentieri incapaci di correre in gruppo, ma stimati professionisti con istinto killer e assetati di vittorie su ogni terreno. Di pari passo cresce tutto il movimento: praticanti, numero di professionisti ad alto livello in aumento, giovani sempre più interessanti, squadre (con Urán che insieme al presidente della Repubblica e importanti sponsor locali pensa a una squadra World Tour colombiana), ragazzi che diventano corridori più consapevoli dei loro mezzi, grazie anche ad una differente scolarizzazione rispetto al passato (vedi Bernal, che parla diverse lingue ed era iscritto, prima di dedicarsi totalmente al ciclismo, all’università alla facoltà di Comunicazione sociale per diventare giornalista), corse che acquistano spessore.

L’esempio è la Colombia y Paz, che quest’anno ha cambiato nome in Colombia 2.1. La corsa si porta dietro un’attesa che possono immaginare solo i suiveur del Giro e del Tour, con la speranza per loro, come scrive Sergio Henao sulle pagine di “El Tiempo” in un pezzo intitolato “El Nuestro Tour de France“, “che questa corsa possa diventare il punto di riferimento in Sudamerica: se in Europa c’è il Tour, qui c’è il Tour de Columbia 2.1“. Per un ciclismo colombiano definibile 2.0.

La prima edizione nel 2018 vede un percorso non troppo complicato, d’altronde siamo a inizio anno e si cerca di strizzare l’occhio a chi vuole prepararsi a una lunga mattanza qual è la stagione su strada. È una specie di campionato nazionale colombiano: cinque tappe su sei vinte dagli idoli di casa (tre volte Gaviria, una vittoria per Urán e Quintana), una tappa vinta da Alaphilippe. La classifica generale è di Bernal, non poteva essere altrimenti, lui nato a Zipaquirà come Efraín Forero: se la sua epoca doveva partire da un punto, questo è il luogo ideale. Di sicuro fra cinquant’anni racconteranno la sua storia.

È festa nazionale sulle strade, alla presentazione di corridori e squadre sono oltre quattromila i presenti, lungo le strade e a ogni tappa, basta anche uno zampellotto per vedere accalcate migliaia di persone: la Colombia y Paz è sbornia di colori, chiasso e stordimento. Le tappe sono adrenalina e gli arrivi ispirano corridori che sono palle di cannone, la tripletta di Gaviria è la superiorità del silesauro antioqueño; Alaphilippe è un ospite gradito: qui è festa per tutti e c’è un arrivo perfetto per lui che va a stravincere. Rigoberto Urán è profeta in patria e una volta tanto è più scaltro degli altri; l’ultima tappa la vince Quintana e dietro di lui Bernal, secondo, conquista la classifica finale. Il campioncino studia, perché gli riesce bene, dal suo punto di riferimento: “Nairo è un corridore incredibile, lo ammiro ed è un esempio per un colombiano che vuole diventare un campione di questo sport“.

La seconda edizione che partirà fra poche ore, arricchisce la sua lista di partenza con nomi stranieri importanti e la speranza che anno dopo anno possa crescere di più: Froome che affinerà la condizione aiutando Bernal a fare il bis, Alaphilippe, Jungels, Marc Soler per vincere frazioni e dare fastidio in classifica; per l’Italia ci sarà Villella in maglia Astana e presenti tutti e quattro i team Professional guidati da Santaromita, PacioniGuardini e Pelucchi (oltre alla Nazionale con il CT Marco Villa). Tutti (o quasi, manca Chaves) presenti i campioni locali (Quintana, Urán, Bernal, López, Henao e Gaviria) e anche molti dei migliori altri appartenenti al continente sudamericano, come gli ecuadoregni Narváez e Carapaz o il costaricense Rivera. Il percorso è vario e in termini di classifica saranno decisivi la cronosquadre iniziale, che potrebbe già lanciare il trio Sky, Froome, Bernal, Sosa in vetta e l’ultima tappa con arrivo sull’Alto de Palmas. Percorso non particolarmente impegnativo, forse si poteva fare di più, ma si tiene conto dei trasferimenti ridotti al minimo (si correrà interamente nell’area metropolitana di Medellín e del dipartimento di Antioquia) e per evitare il rischio di fare i conti con le assenze, riducendo la corsa a una lotteria di quartiere.

In ogni caso poco cambia per il tifoso locale, affamato di ciclismo, o per meglio dire i milioni di appassionati che seguiranno la corsa dalla strada e da casa: perché qui è festa grande in mezzo agli eredi di Cochise, del Condor, degli Escarabajos, siano essi coleotteri, scarafaggi o scarabei, o a quelli che un giorno raccoglieranno il pesante fardello dei Quintana o dei Bernal, perché questo è il posto dove nascono e poi osano i colombiani.

Immagine di copertina: @Twitter Tour Colombia 2.1

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.