Grandi salite e grandi polemiche: la seconda settimana del Giro

Le prime montagne accendono il Giro d’Italia dopo giorni di noia.

 

Partiamo dal disegno del Giro. È stato analizzato – e criticato – sin dalla vigilia, ma viverlo in concreto ha prodotto un effetto devastante: abbiamo dovuto lottare contro la noia e l’insensatezza di alcune tappe ed è stata dura non spegnere tutto o non farsi sconfiggere dagli sbadigli. La colpa non è tanto delle volate, chiariamo: ben vengano. Ammiriamo e rispettiamo lo spettacolo dei corridori lanciati in mezzo a tutto quel caos, quando l’adrenalina e i battiti salgono negli ultimi chilometri e proviamo empatia per i rischi che si prendono i corridori, vedi tappa di Modena vinta da Démare con parapiglia generale innescato dal duo teutonico Selig-Ackermann. La colpa degli organizzatori è stata quella di aver messo in fila, tra la prima e la seconda settimana, una tappa che si è conclusa allo sprint, la cronometro, la giornata di riposo e altre due tappe chiuse in volata, piatte, snervanti, senza alcuna difficoltà – una di queste addirittura superiore ai duecentoventi chilometri – e affrontate come una salutare sgambata dal gruppo fino ai meno sei o sette chilometri dall’arrivo.

Uno smacco agli spettatori, un disegno che oltretutto ha permesso ai corridori di arrivare alle grandi montagne con la possibilità di rifiatare e di prendere la parte centrale del Giro come una rifinitura, snaturando e svilendo il senso di una grande corsa a tappe dove emergono valori quali resistenza, fondo e recupero. Il tutto per poi inserire negli ultimi dieci giorni tappe dure di montagna, ma alcune con l’incubo, poi diventato reale, di vedere salite tagliate dal percorso per via del maltempo: un disegno confusionario. L’esperimento c’è stato, non ha funzionato; la pioggia ha provato a fare selezione, ma il ciclismo non è la Formula Uno dove devi pregare Giove Pluvio per sperare in qualche sorpasso. Anzi, di vedere tutta quell’acqua addosso ai corridori se ne fa volentieri a meno.

Si è letto in giro che il disegno ammorbidito della prima parte di corsa sia stato per cercare di attirare più corridori possibili in funzione di un tentativo di doppietta Giro-Tour, ma Dumoulin ci sarebbe venuto lo stesso, con Thomas e Froome non ha funzionato e i francesi nemmeno hanno preso in considerazione un viaggio in Italia. Speriamo che l’anno prossimo la prima parte di corsa possa presentare tappe veramente mosse con strappi e muri in mezzo ad arrivi per velocisti, e magari una bella salita, dura, nella prima settimana. La struttura del territorio italiano permette di dare libero sfogo alla fantasia di chi disegna i tracciati.

Si vive di volate

La vittoria di Démare a Modena (©Twitter, Giro d’Italia)

Un accenno ai protagonisti degli sprint, dunque, è doveroso farlo. Ewan e Démare sono stati i velocisti copertina della seconda settimana, mentre Ackermann, dopo la scorticata di Modena e il terzo posto a Novi Ligure, ha finito per perdere sorriso e maglia ciclamino. Vanno a casa lo stesso Ewan – neo papà -, Moschetti (la lieta “sorpresa” dello sprint italiano) per una caduta, Mareczko fuori tempo massimo (miglioramenti rispetto al 2018? ben pochi), Nizzolo che naviga a vista come tutto il Team Dimension Data e Modolo alle prese con problemi fisici.

Su Viviani che va a casa invece,  ribadiamo quanto già detto: gli si perdonano i risultati, ci mancherebbe, perché vincere o ripetersi non è sempre facile, scontato o possibile, soprattutto quando il livello degli sprinter presenti è così alto, così come troviamo giustificabile aver allentato la tensione in gara e perso motivazioni dopo il declassamento e la beffa dei cinquanta punti di penalizzazione per la maglia ciclamino. Annunciare invece l’abbandono della corsa in quella maniera, dichiarandolo tappa dopo tappa,  no, non ci è proprio piaciuto: un atto di mancanza di rispetto verso il pubblico e tifosi, verso la squadra e verso una corsa prestigiosa. Verso uno degli eventi sportivi più importanti in Italia. Una vera caduta di stile non degna per chi rappresenta il ciclismo italiano ai livelli più alti e che per popolarità, palmarès e prestigio è secondo solo a Vincenzo Nibali.

Dai watt in pianura a quelli sprigionati sulle pendenze

Arrivo sul Lago Serrù (©Stefano Zago, Suiveur)

Arriva finalmente il week end con le montagne, attese come le lasagne della nonna alla domenica dopo due settimane a centrifughe di frutta e verdura. Le prime vere pendenze danno importanti verdetti in ottica classifica: qualcuno avrà sofferto l’altitudine – il primo arrivo in salita segnava oltre 2200 metri e visto l’annullamento del Gavia resterà il punto più alto di questo Giro, mentre la nuova Cima Coppi diventa il Manghen – e gli sforzi delle quattro tappe; altri hanno pagato dazio con una condizione resa complicata dalla pioggia dei giorni precedenti; altri ancora avranno faticato a prendere il ritmo sulle prime montagne arrivate dopo giorni di nulla e di bassa andatura.

Della tappa di Pinerolo abbiamo scritto e nuovamente ci complimentiamo con Benedetti, anti-eroe da copertina di questo Giro, e merita una menzione la fuga a due di oltre duecento chilometri nella tappa di Como con protagonisti Cataldo e Cattaneo. La vittoria è andata all’abruzzese dell’Astana, ma l’elogio si estende a entrambi. In mezzo ai due successi timbrati da gregari italiani di lunga data, si delineano i contorni della classifica generale; dopo il nulla di fatto tra i big a Pinerolo, Roglič e Nibali provano a stabilire una complicata diarchia: nei due tapponi si equivalgono in salita e si marcano in modo asfissiante.

Concludono due tappe su due di montagna tagliando assieme il traguardo, ma in Piemonte la loro condotta è tutto un dispetto, un tira-tu-che-tiro-io, con scaramucce che partono dalla corsa e finisco nel dopo tappa. Il siciliano mette sale e pepe al contorno colpendo lo sloveno con dichiarazioni piccate al termine del primo arrivo in salita. Il giorno dopo in Val d’Aosta conoscono il rispetto: chiudono sul traguardo di nuovo assieme e, come una vera coppia, dopo il litigio trovano anche armonia e modo di collaborare, anche se, alla fine dei conti, in corsa si fanno scappare Carapaz, ora in rosa e probabilmente il più forte del lotto in questo momento.

Il quarto giorno, nella tappa lombarda con il suo finale da grande classica, succede il finimondo in pochi chilometri. Roglič fora tra Sormano e Civiglio e disputa gli ultimi chilometri sulla bici di un compagno. Nibali attacca sul Civiglio portandosi dietro il solo Carapaz (e recuperando per strada i due sudditi della regina, Carthy e Yates), Roglič non risponde subito, ma sa di poter rientrare in discesa. Cade, e perderà sul traguardo quaranta secondi da Nibali, Carapaz e Yates.  In coda alla tappa si alimentano forti polemiche: Roglič avrebbe sfruttato un bidon collé per rientrare dopo la foratura, Mollema accusa via twitter l’organizzazione colpevole di aver messo troppe moto tra il gruppo Nibali e quello dei due fuggitivi.

Un Giro d’Italia reso ancora più stuzzicante dalla polemica e che resta ancora aperto,in vista dell’ultima settimana, con ancora due tappe di alta montagna, due tutte da scoprire, ma decisamente meno dure (quella di Anterselva e San Martino di Castrozza) e la cronometro finale.

Godono i litiganti

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Richard Carapaz è l’idolo di un popolo intero (©Twitter, Giro d’Italia)

Simon Yates è più vicino a quello visto da Bardonecchia in poi nel Giro 2018 piuttosto che alla versione dominante della prima parte di quella corsa; dopo la batosta della cronometro perde ancora terreno a Ceresole Reale e si difende come può a Courmayeur. Prova ad agitare le acque nella tappa di Como, ma è una brezza leggera. In salita in questo momento non riesce a fare alcuna differenza, sembra ingolfato, quasi plafonato. Proverà, da domani, a vincere una tappa e magari ad avvicinare le prime cinque posizioni della classifica che restano comunque a tiro. Se Zakarin e Mollema vanno davvero forte solo per un giorno, e dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, di essere atleti tutt’altro che solidi per la lotta alla vittoria finale, Majka mette via l’animo battagliero e come una formichina avvicina il podio.

La quattro giorni di tappe che hanno cambiato la classifica premiano poi Sivakov in maglia bianca e ora con ambizioni da prime cinque o sei posizioni; riportano a lottare con i migliori un corridore che sembrava completamente perso come Dombrowski e mostrano un corridore come Ciccone tra i più forti in salita di tutto il Giro e non solo in virtù della maglia dei Gran Premi della Montagna. L’abruzzese dà spettacolo appena la strada sale, a Ceresole Reale si sacrifica per il suo capitano, ma forse quel giorno è il più forte tra i fuggitivi, va in fuga anche nella tappa successiva quando sarà l’ultimo a cedere sotto i colpi inferti da un eccellente Damiano Caruso che guida la rimonta del gruppo dei migliori.

E le squadre? Astana e Mitchelton (bene Hamilton, male Chaves, così così Nieve) sembravano le più attrezzate, ma hanno capitani indeboliti. Detto di Yates, López dimostra i soliti limiti di testa: salta nella tappa di Ceresole Reale dopo un problema meccanico (l’ennesimo in due settimane) e il giorno dopo nella tappa valdostana appare timido e indeciso come già in passato nei grandi giri, incapace di fare la differenza sul gruppetto dei migliori, con attacchi che sembrano punturine di insetto e non mosse speciali di uno considerato alla stregua di un supereroe. L’Astana vuole cambiare volto alla classifica, ma in questo senso si muove male con i suoi corridori, con tattiche insipide e a volte scontate e anche con poche gambe da parte di alcuni protagonisti attesi: su tutti Izagirre. Riescono però a raccogliere ben due vittorie di tappa: una con Bilbao, che però dopo una grande crono scompare di classifica, l’altra con il già menzionato Cataldo.

Chi invece fa la differenza in questi giorni è la Movistar: con la tattica e con i suoi due capitani. Dall’ammiraglia si ricordano come si corre per vincere attaccando in un grande giro; Landa appare forte (pantaniano si è letto in giro, per carità!, detto da estimatori del vizcaino), ma forse non del tutto lucido: perché inseguire Carapaz sul Civiglio facendo da punto di riferimento a Roglič?. Chi però ha fatto breccia è stato Carapaz. Non più solo abile a cogliere il momento (Montevergine al Giro ’18, Frascati al Giro ’19), nemmeno più soltanto il “sosia di Chiappucci”. Si è dimostrato un fortissimo scalatore, superiore a tutti in questo Giro, capace con lunghi rapporti di produrre grande velocità anche in pianura e nei tratti in falsopiano. La rasoiata sul San Carlo ha fatto male ed è rimasta nella testa e nelle gambe degli avversari: ora è la più credibile delle maglie rosa degli ultimi dieci giorni. Roglič è stato allontanato ulteriormente sul traguardo di Como, gli altri iniziano a essere a distanza di sicurezza; ora potrebbe essere complicato, se non impossibile, scalzarlo: lo scorso anno dimostrò tenuta anche nella terza settimana.

E a proposito di maglie rosa, abdica Polanc che resiste come può nel Parco del Gran Paradiso, ma scende all’inferno, perdonateci la banalità, il giorno dopo saltando sul durissimo San Carlo. Per lui addio sogni rosa, ma visto anche come è andato giù, difficile salvare anche le prime dieci posizioni. Una cosa invece non abbiamo capito: perché Valerio Conti non ha quasi mai tirato il gruppetto della maglia rosa? Una moto inquadrava spesso, giustamente, la sofferenza dello sloveno e solo in un’occasione si è visto il laziale tirare il gruppo. Chiaro fosse al gancio pure lui, non vogliamo fargliene una colpa, ma allora perché in telecronaca chi commenta si è esibito con: “Un grande Valerio Conti che oggi ha aiutato il compagno a non naufragare“? Ricamare a questi livelli su ciò che in realtà è sotto gli occhi di tutti, ci sembra una presa in giro.

Chiudiamo il capitolo squadre sottolineando come la Jumbo-Visma abbia lasciato in maniera molto intelligente la maglia rosa sulle spalle della UAE e soprattutto su un corridore sloveno come il proprio capitano; tattica voluta o meno, il team emiratino è stato un prezioso alleato. Squadra olandese che però dimostra, non appena la strada sale, di essere decisamente inferiore alle squadre dei suoi avversari e non solo Astana, Mitchelton e Movistar, ma anche e soprattutto a una Bahrain che nelle ultime giornate ha potuto contare su un Pozzovivo sempre vicino al proprio capitano e soprattutto un attivissimo Damiano Caruso che senza la febbre dei primi giorni probabilmente oggi sarebbe a lottare per le prime dieci posizioni.

Italiani, popolo di cacciatori di tappe

Ciccone in queste tappe ha consolidato la sua maglia azzurra (©bicifoto.it)

Se analizziamo fughe, coraggio e gregariato, lo stato di salute del ciclismo italiano a questo Giro, appare di ferro. Le tappa vinte da Benedetti e Cataldo sono simbolici premi a compagni di squadra indispensabili. Ci sono poi Caruso e Pozzovivo che si fanno in quattro per Nibali, Cattaneo (in fuga per tre tappe di seguito: complimenti!) e Masnada sempre all’attacco a guidare una Androni che va più forte di tante squadre World Tour, mentre Ciccone  compie un altro passo in avanti nella sua ancora giovane carriera, dimostrandosi fra i più brillanti in salita. E non dimentichiamoci di Conci, un classe ’97 che non avrà le stimmate di Sivakov, ma che pian piano dirà la sua sia nei grandi giri che nelle corse dure di un giorno. Oltretutto nella tappa con arrivo al Lago Serrù è uomo importantissimo per la buona riuscita della fuga e insieme agli altri compagni della Trek (bravo anche Brambilla) svolgono un enorme lavoro, poi purtroppo per loro non finalizzato. O che dire della resistenza rosa di Valerio Conti?

Se invece pensiamo alla generale, c’è da avere gli incubi. Dietro Nibali c’è il vuoto, ma lo avevamo ampiamente scritto e predetto. La classifica parla chiaro: Formolo è dodicesimo al momento, ancora una volta in salita gli manca qualcosa per stare con i migliori. La sua volontà è enorme e il ragazzo ha un cuore e una tenacia da poterci costruire una capanna e ospitare tutti, ma al momento un piazzamento intorno alla decima posizione sembra il massimo ottenibile. Gli altri invece potranno continuare ad ambire a una posizione tra la ventesima e la trentesima, anticipando le salite con lunghe fughe, difendendosi in questa maniera dai migliori uomini di classifica.

La questione Media

Saligari e Pancani dalla moto sono tra le note più liete del Giro targato Rai (©Twitter, Francesco Pancani)

Chiudiamo parlando dei media che si occupano della corsa. Se come sempre leggendo sul web si possono trovare approfondimenti, racconti, storie, analisi puntuali e tutte da seguire, chi ha il compito invece di raccontare la corsa in televisione e sui giornali si è reso colpevole di abbassare la qualità, preferendo la spettacolarizzazione del racconto con una narrazione che risulta troppo patinata e impostata. Nel raccontare alcuni momenti c’è un enfasi immotivata, come ad esempio nell’arrivo del gruppetto per il terzo posto a Courmayeur: i quattro secondi d’abbuono conquistati da Nibali sono stati vissuti in diretta Rai come la svolta decisiva di questo Giro, con urla di tripudio a tripla voce. E a proposito di tifo spostato nell’informazione, sulla carta stampata la questione Roglič-Nibali è forse un po’ sfuggita di mano: si leggono attacchi gratuiti nei confronti del corridore sloveno che ha semplicemente “la colpa” di essere freddo e restare concentrato sulla sua corsa, concedendosi poco ai giornalisti. O forse il punto focale è che si sta giocando il Giro con un italiano?

La programmazione Rai risulta poi essere indigesta e difficile da seguire, tra cambi di canale, interruzioni continue per spot, telegiornali, servizi vari o interventi dallo studio che spesso si sovrappongono alla corsa e che poco hanno a che vedere con  il momento agonistico. Senza poi parlare delle voci tecniche che accompagnano la telecronaca e che faticano a leggere la corsa riempendo la diretta di refusi e strafalcioni (derubrichiamo questa parte sotto “il bello della diretta”).

Gli aspetti positivi sono invece rappresentati dalla regia – anni luce davanti alla confusione vista nelle corse in Belgio –  e soprattutto dalla motocronaca, vero fiore all’occhiello della programmazione e che spesso fa optare per la Rai piuttosto che per Eurosport, quanto meno nelle tappe dove è importante seguire l’evolversi della corsa con i vari gruppetti che si formano. Saligari e Pancani sono due fuoriclasse: estremamente preparati, hanno una voce che “buca”, sanno alternare toni leggeri a interessanti letture della gara. Forse sarebbero da utilizzare ancora di più durante le dirette.

Foto in evidenza: Twitter, Giro d’Italia

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.