I dieci corridori più deludenti della stagione secondo Suiveur

È tempo di bilanci e per alcuni corridori il piatto piange.

 

 

La stagione su strada si è sostanzialmente conclusa e fino a gennaio ci sarà modo e tempo per ricordare, analizzare e raccontare tutto quello che di bello e meno bello si è visto in questo 2019, probabilmente l’annata più densa d’avvenimenti degli ultimi tempi. Abbiamo deciso di imbastire una serie di pezzi che ci possa permettere di ricostruire la stagione attraverso i risultati dei suoi protagonisti. Partiamo dunque con i dieci corridori che secondo noi hanno deluso maggiormente. Per una questione di trasparenza precisiamo che alcuni nomi non sono stati presi volontariamente in considerazione: Froome e Dumoulin, ad esempio, vittime di incidenti che li hanno tagliati fuori dalla contesa quando ancora non era estate; Kittel, che ha annunciato il definitivo ritiro dal ciclismo dopo essersene allontanato fin dal mese di aprile; Kwiatkowski, che al termine del Tour de France ha dichiarato di aver bisogno di un lungo periodo per ritrovare le energie fisiche e mentali necessarie; e infine Aru, la cui stagione non può non aver risentito dell’operazione all’arteria iliaca e degli acciacchi coi quali ha terminato la Vuelta.

Mark Cavendish

©CyclingTime, Twitter

È un peccato che una carriera così gloriosa come quella di Mark Cavendish sia sfociata in un epilogo del genere. Il 2016 e i suoi fasti ci illusero: quell’anno Cavendish conquistò una tappa al Tour of Qatar, una al Tour of Croatia, una al Tour of California, ben quattro al Tour de France e due all’Abu Dhabi Tour; in più, arrivò secondo nella prova in linea dei campionati britannici, in quella dei campionati del mondo e allo Scheldeprijs, senza dimenticare il sesto posto alla Parigi-Tours e la medaglia d’argento conquistata nell’omnium alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, battuto soltanto da Elia Viviani. Da quell’effimero ritorno di fiamma, Cavendish si è definitivamente smarrito. Nel 2017 e nel 2018 è stato vittimi di infortuni, cadute e dell’Epstein-Barr, un virus che ha minato le sue energie e di conseguenza il suo rendimento; nel 2019, invece, non ha avuto particolari problemi se non qualche strascico dell’Epstein-Barr, tant’è che ha debuttato il ventisette gennaio alla Vuelta a San Juan e ha concluso – con un ritiro – il tredici ottobre alla Parigi-Tours: eppure, nonostante i sessantadue giorni di corsa accumulati, Cavendish è entrato tra i primi dieci in appena quattro occasioni, col terzo posto nella terza tappa del Tour of Turkey come miglior risultato. Nemmeno all’inizio della sua carriera Cavendish è apparso tanto in difficoltà: anzi, è proprio allora che è iniziata la sua egemonia, quando non aveva ancora venticinque anni e sembrava poter vincere la maggior parte delle volate alle quali partecipava – effettivamente era quello che faceva; poi, improvvisamente, la vecchiaia, il tracollo, le difficoltà: già nel 2014 e nel 2015, infatti, il velocista inglese sembrava appesantito e impacciato rispetto al recente passato, e aveva solo trent’anni. Certo, la pessima stagione vissuta dalla Dimension Data non lo ha aiutato; vedremo se lo farà il passaggio alla Bahrain Merida, una squadra che ad oggi non pare tuttavia in grado di dare garanzie su una sua possibile rinascita. Il ventuno maggio compirà trentacinque anni e il nostro più sincero augurio è che per quel giorno abbia già deciso cosa fare del proprio futuro.

Il’nur Zakarin

©Twitter, Giro d’Italia

Se Il’nur Zakarin fosse estremamente giovane, diciamo un professionista alle prime armi, oppure estremamente anziano, diciamo intorno ai trentacinque anni, la sua stagione non sarebbe stata così malvagia: è pur sempre arrivato decimo alla Parigi-Nizza e ottavo al Romandia, ha pur sempre vinto un’impegnativa frazione montana del Giro d’Italia. Il problema di Il’nur Zakarin sta nell’età: trent’anni, i migliori per un ciclista, ancora vigoroso nel fisico, sufficientemente scaltro nella condotta di gara e solido nei momenti difficili e decisivi. Non per Zakarin, evidentemente, protagonista di un’annata scialba – la seconda consecutiva –  e veramente grigia nella sua seconda parte: dopo il Giro d’Italia terminato al decimo posto è andato al Tour de France senza mai farsi vedere, per poi fare rotta a San Sebastián e ritirarsi; da lì, piazzamenti che non dovrebbero appartenergli all’Arctic Race of Norway, a Plouay e al Gran Piemonte e i ritiri alla Milano-Torino e al Lombardia. Da quando, nel 2015, quello di Zakarin era diventato un nome noto al grande pubblico, il russo non aveva mai raccolto così poco: soltanto all’inizio del decennio fece peggio, ma come detto si districava tra il mondo delle Continental e quello delle Professional ed era ancora decisamente acerbo. Per valorizzarlo c’è voluta la Katusha, con la quale ha vinto al Romandia, alla Parigi-Nizza, al Giro d’Italia e al Tour de France, ottenendo piazzamenti di tutto rispetto nelle corse più prestigiose: quinto alla Liegi-Bastogne-Liegi nel 2016, quinto al Giro d’Italia 2017, terzo alla Vuelta 2017, nono al Tour de France 2018. Che il russo non conosca la costanza e la razionalità è ormai appurato; ma che a trent’anni, e coi mezzi di cui dispone, non sappia andare oltre qualche sporadica giornata di grazia è incredibile. Per le prossime due stagioni si è accasato alla CCC, una formazione indecifrabile ed intrigante tanto quanto lui: è piena di attaccanti e non sembra organizzata per la classifica generale di un grande giro, ma forse un’esperienza nuova e di rottura può chiarirgli definitivamente il suo destino.

John Degenkolb

©Emanuela Sartorio – Caffè & Biciclette

Da quand’è professionista – dal 2011 – John Degenkolb non ha mai raccolto così poco come quest’anno. Se la prima parte della stagione gli aveva portato in dote una vittoria, qualche piazzamento e il secondo posto alla Gand-Wevelgem, la seconda è stata un disastro: un quarto e un nono posto al Giro di Polonia; una Vuelta povera di velocisti passata a tirare a Theuns quelle poche volate a disposizione; il secondo posto al Gran Prix d’Isbergues mentre Pedersen, suo compagno di squadra, esultava in solitaria e prenotava il mondiale; il quindicesimo nella prova in linea dei campionati del mondo e infine il diciassettesimo al Münsterland Giro. Degenkolb, come del resto Pedersen e Stuyven, ha risentito della sfortuna e dell’inconsistenza della Trek-Segafredo nelle classiche del nord, da sempre obiettivo stagionale del tedesco; però questa giustificazione non può essere sufficiente, se si pensa che Degenkolb è stato anche un ottimo velocista e non ha lasciato il segno in nessuna volata. Come ogni corridore in difficoltà, anche Degenkolb è apparso dunque lento, fragile, pronto a staccarsi non appena la situazione diventava seria. Dopo un buon 2018 nel quale aveva ritrovato la vittoria al Tour de France e sfiorato quella nella prova in linea dei campionati tedeschi, da Degenkolb ci si aspettava di più. Aveva detto di aver superato il periodo peggiore e si dichiarava pronto a lottare per quelle corse in cui aveva già fatto tanto bene: Milano-Sanremo, Giro delle Fiandre, Parigi-Roubaix; e invece le ha concluse rispettivamente all’ottantaquattresimo, al ventinovesimo e al ventottesimo posto. Mai così male significa che persino nel 2016 fece meglio, l’anno in cui iniziò a correre nel mese di maggio perché durante un ritiro invernale una macchina travolse lui e alcuni suoi compagni di squadra, incidente nel quale Degenkolb rischiò di perdere l’indice della mano sinistra, rimasto attaccato soltanto per un lembo. Tuttavia, il passaggio alla Lotto Soudal potrebbe giovargli: la squadra belga ha una grande tradizione per quanto riguarda i corridori veloci alla caccia di successi parziali e di piazzamenti di spicco nelle classiche del nord; in più troverà Philippe Gilbert, un ottimo esempio di corridore che ha saputo cambiare aria al momento giusto per rilanciare la propria carriera.

Daniel Martin

Daniel Martin
©bicifoto.it

Ci ostiniamo a parlare di Daniel Martin come se fosse un corridore normale, lineare, prevedibile, quand’è palese che non lo è: è incostante, sfortunato, talvolta fantozziano. A trarci in inganno, tuttavia, è il talento di cui dispone: non punteremmo così tanto su di lui se non avesse i mezzi per vincere alcune delle più importanti corse del calendario ciclistico mondiale; se non fosse così talentuoso, infatti, resterebbero l’incostanza e la sfortuna, quindi Daniel Martin reciterebbe il ruolo del gregario o della promessa andata a farsi benedire. E invece no, l’irlandese è un ottimo corridore e ha nell’irrazionalità una delle componenti più marcate: è uno dei migliori quando non ce lo si aspetterebbe, mentre delude sempre quand’è tra i favoriti. Nemmeno i trentatré anni compiuti ad agosto gli hanno portato in dote quella costanza che solitamente caratterizza gli esperti, tant’è vero che in un finale di stagione adatto alle sue caratteristiche non è andato oltre il quinto posto al Gran Piemonte. Il 2019 è stato uno degli anni peggiori nella carriera di Daniel Martin: il secondo posto nella classifica generale dei Paesi Baschi lo aveva proiettato sulle Ardenne con ambizioni di un certo tipo e invece si è ritirato tanto alla Freccia Vallone quanto alla Liegi-Bastogne-Liegi, mentre d’estate si segnala soltanto l’ottavo posto finale al Delfinato. Dei tre obiettivi stagionali – Ardenne, Tour de France e classiche italiane di fine stagione – Daniel Martin non ne ha sfiorato neanche uno. Se si eccettua il 2015, non gli era mai successo: nel 2010 vinse il Giro di Polonia e la Tre Valli Varesine; nel 2011 conquistò una tappa alla Vuelta e arrivò secondo al Giro di Lombardia; nel 2012 concluse sesto alla Freccia Vallone e quinto alla Liegi-Bastogne-Liegi, classica monumento nella quale trionfò un anno più tardi, nel 2013; nel 2014 vinse il Lombardia, fu secondo alla Freccia Vallone e settimo alla Vuelta; nel 2016 chiuse al terzo posto la Freccia Vallone, inaugurando la serie di piazzamenti al Tour de France col nono posto finale; nel 2017, probabilmente la sua stagione migliore, fu battuto solo da Valverde tanto alla Freccia Vallone quanto alla Liegi-Bastogne-Liegi, mentre in estate arrivò terzo al Delfinato e sesto al Tour de France; lo scorso anno, pur non brillando, fu quarto al Delfinato, nono al Lombardia e ottavo al Tour de France, uscendo dalla Grande Boucle con la seconda vittoria di tappa della sua carriera dopo quella ottenuta nel 2013. Poco importa che abbia lasciato la UAE-Emirates per accasarsi alla nuova squadra nata dalla fusione tra Israel Cycling Academy e Katusha: Daniel Martin è un cane sciolto, nel bene e nel male.

Michael Valgren

©Team Dimension Data, Twitter

Quando un outsider in rampa di lancio come Michael Valgren preferisce una squadra in divenire come la Dimension Data ad una già strutturata e piena di ottimi corridori come l’Astana, i casi sono due: o esplode definitivamente, approfittando del minor carico di pressioni e sfruttando al massimo il ruolo della mina vagante, oppure cola a picco insieme a tutta la squadra, effettivamente troppo leggera per poter pensare di competere con continuità nel World Tour. Quello di Valgren – ma anche di Cavendish, di Boasson Hagen, di Kreuziger, di Gasparotto, di O’Connor – è, ovviamente, il secondo caso: soltanto Nizzolo e Gibbons si sono salvati, almeno in parte, nella disastrosa stagione della Dimension Data, una strana accozzaglia di giovani e anziani, promesse appassite, jolly e gregari – un ibrido: troppo forte per far parte delle Professional ma impreparata per il World Tour. Perdere l’anno in cui se ne compiono ventisette non è una cosa da poco, considerando che Valgren aveva trovato una certa quadratura soltanto nel 2018; fino ad allora, infatti, il danese aveva fatto molta fatica ad emergere: dopo aver vinto due edizioni consecutive della Liegi-Bastogne-Liegi Under 23 e una tappa al Tour de l’Avenir, i primi passi nel professionismo gli avevano riservato tanto lavoro e poca gloria – il campionato nazionale, due edizioni del Giro di Danimarca e qualche piazzamento. Una prima svolta arrivò nel 2016, col secondo posto nell’Amstel Gold Race e il quattordicesimo alla Liegi-Bastogne-Liegi; processo di crescita continuato nel 2017, col sesto posto ad Harelbeke, l’undicesimo al Giro delle Fiandre e il sesto nel BinckBank Tour. Poi, nel 2018, una primavera da assoluto protagonista: primo alla Omloop Het Nieuwsblad e all’Amstel Gold Race, quarto al Giro delle Fiandre, quattordicesimo ad Harelbeke e diciannovesimo alla Liegi-Bastogne-Liegi; dopo un paio di piazzamenti tra i primi dieci al Tour de France, Valgren è di nuovo fra i migliori nel finale di stagione: secondo a Plouay, nono al Gran Prix de Québec, ottavo al Gran Prix de Montréal e settimo nella prova in linea del durissimo campionato del mondo di Innsbruck. Valgren lo scorso anno rapiva gli occhi e conquistava l’immaginario: attaccante potente e coraggioso, scaltro e puntuale, veloce in volata e resistente tanto sul pavé quanto in salita. Peggio di quest’anno non potrà fare. Da gennaio a luglio è entrato nei primi dieci in due sole occasioni: nella seconda tappa della Volta ao Algarve e nella prova in linea dei campionati danesi; nell’ultimo scorcio di stagione, tuttavia, ha fatto vedere di che pasta è fatto: quarto a Plouay, quinto a Montréal, sesto nella prova in linea dei campionati del mondo, preziosissimo nel rompere i cambi favorendo Pedersen. Michael Valgren deve ripartire da qui.

Romain Bardet

©Michele Moretti, Twitter

Della stagione del quasi ventinovenne di Brioude c’è poco da salvare. Nessuna vittoria, un solo secondo posto di tappa al Tour de France, suo unico obiettivo del 2019, e un quindicesimo posto finale in classifica che lascia tante ombre e pochissime luci. Non la scampa nemmeno dopo la conquista della maglia a pois arrivata con una manciata di punti di vantaggio rispetto a Bernal e facilitata dall’annullamento della tappa di Tignes: con i punti dell’ultimo gran premio della montagna, quel successo sarebbe andato ad appannaggio del colombiano e per il portacolori dell’AG2R non ci sarebbe stata nemmeno la gioia parziale di vestire la maglia a pallini rossi. In stagione Romain Bardet ha corso poco. Ha partecipato alla campagna delle Ardenne ottenendo un nono posto all’Amstel come miglior risultato nel trittico, illudendo molti, persino noi, tanto che lo avevamo inserito tra i favoriti della Liegi-Bastogne-Liegi. Su quelle strade, dodici mesi prima, aveva chiuso sul podio; poteva e doveva fare meglio nella sua versione 2019, su un tracciato reso duro dal maltempo, condizione che predilige e che spesso lo ha avvantaggiato rispetto a tanti suoi avversari. A inizio stagione qualcuno pensava di vederlo al via del Giro d’Italia, lui che in Italia si era tolto qualche soddisfazione come il podio alla Strade Bianche nel 2018. Ed è proprio il passo indietro rispetto alla scorsa stagione che stona nel processo di crescita del corridore e della sua ostinata rincorsa al Tour de France. Oltre al podio nella corsa senese, nel 2018 Bardet aveva conquistato una medaglia al Mondiale, il già citato terzo posto alla Liegi e diversi piazzamenti nelle classiche italiane di fine estate. Nel 2019, invece, la sua stagione si è conclusa con il Tour de France. Per l’anno che arriva sarebbe interessante vederlo correre con obiettivi diversi: sarebbe opportuno distogliere l’attenzione dal Tour che sembra avergli fatto perdere la bussola – un corridore che in carriera ha mostrato affinità nelle corse di un giorno e che ora sembra ossessionato dal tourcentrismo. Abbiamo iniziato il paragrafo dedicato a lui dicendo che quest’anno non ha vinto nessuna corsa: a onor del vero c’è da dire che non è mai stato un cacciatore di successi, dato che in carriera ne ha conquistati solo sette e tutti in terra di Francia. Però vederlo arrancare a tal punto fa un certo effetto. Per l’anno che verrà gli auguriamo di cambiare marcia e ammettiamo che un po’ faremo il tifo per una sua rivalsa, nella speranza che possa vincere qualcosa di importante e rilanciare una carriera sin qui parecchio stagnante.

Richie Porte

©Santos Tour Down Under, Twitter

Un altro ossessionato dal Tour, e che dal Tour esce per l’ennesima volta con le ossa rotte, è Richie Porte. Da Richie Porte, capitano della Trek-Segafredo in questo 2019, ci si aspetta qualcosa di meglio che la “solita” vittoria a Willunga Hill oppure un undicesimo posto al Tour de France. Nella corsa a tappe francese, esclusa la cronometro di Pau – quinto posto per lui -, il miglior risultato in una tappa in linea è stato il decimo conquistato nella frazione di montagna con arrivo a Foix. Persino nelle brevi corse a tappe arranca: lui, autentico mattatore capace di conquistare Parigi Nizza, Romandia, Catalunya, Tour de Suisse, Giro del Trentino e Algarve; basti pensare all’undicesimo posto ottenuto al Delfinato, confermandosi corridore entrato in una dimensione di mediocrità e con un’attesa spasmodica e ingiustificata attorno a sé. Ora, dato che il Richie Porte protagonista assoluto delle brevi corse a tappe sembra smarrito, e alla soglia dei trentacinque anni può essere anche un fatto naturale, e preso atto che nelle corse di tre settimane ha combinato poco, noi abbiamo la presunzione di usare queste poche righe come suggerimento per lui e la sua squadra: basta puntare sul Tour, Richie! Un corridore che sembra aver quasi sprecato una carriera senza correre praticamente mai nelle corse di un giorno – nelle ultime tre stagioni non si è presentato al via di nessuna classica monumento-  per inseguire il sogno di vincere la grande corsa a tappe francese, un corridore che al meglio della forma ha caratteristiche adatte a percorsi duri come quello della Liegi, ma che ha mostrato poche motivazioni quando è stato al via: la Doyenne l’ha disputata tre volte e portata al termine solo nel 2016, con un novantunesimo posto finale; al Lombardia segna due partecipazioni e due ritiri. All’alba del nuovo decennio Porte compirà trentacinque anni, in squadra arriva Nibali che fagociterà le attenzioni, si attende la crescita di Ciccone e la conferma ulteriore di un corridore come Mollema che dà sempre garanzie nelle grandi corse a tappe: il ruolo di Richie Porte, dunque, potrebbe essere ampiamente ridimensionato, con l’impressione, oltretutto, che tra tempo sprecato e infortuni, il meglio sia già alle spalle. Partecipare alla guerra per il trono dei grandi giri è sconsigliabile; vederlo nel ruolo di battitore libero per le tappe e le gare di un giorno, invece, ci incuriosirebbe da morire.

Enric Mas

©Enric Mas, Twitter

Enric Mas, con un colpo di coda finale, prova a fare vacillare le solide basi sulle quali abbiamo impostato il nostro pezzo. Vince l’arrivo in salita al Tour of Guangxi (!!), che diventa così la sua prima vittoria stagionale, e conquista pochi giorni dopo anche la classifica finale – e sono ben due successi in questo 2019 – della corsa a tappe cinese che chiude il calendario World Tour del 2019. Questo, però, invece di farci traballare, rafforza le fondamenta del nostro discorso, rinforza il concetto secondo il quale il giovane corridore della Deceuninck – che fra poche settimane sarà ufficialmente in Movistar agli ordini di Unzué – è stato una della maggiori delusioni di questo 2019, soprattutto in ambito grandi giri. Troppo brutto per essere vero il suo cammino al Tour de France, obiettivo principale in stagione, sull’altare del quale aveva sacrificato una prima parte di 2019 in cui lo si è visto correre poco e senza lasciare il segno. Quarto alla Volta ao Algarve, nono alla Volta a Catalunya, undicesimo ai Paesi Baschi e nono al Giro della Svizzera, in preparazione di una Grande Boucle che più in ombra non si poteva: non sono certo risultati di qualità per un corridore con questo talento. Già, perché qui il potenziale è davvero alto, lo ribadiamo. È vero che al Tour è stato messo a disposizione di un Alaphilippe che non ne voleva sapere di calare, ma dopo quella cronometro chiusa nelle prime dieci posizioni e il quarto posto provvisorio in classifica generale era lecito aspettarsi da lui un piazzamento migliore del ventiduesimo posto finale. Il maiorchino ha provato a riprendersi nelle ultime settimane di corsa del 2019 dimostrando di poter dire la sua anche nelle corse di un giorno più dure: ottavo a San Sebastián, decimo alla Milano-Torino, tredicesimo, infine, al Giro di Lombardia, chiuso a ridosso dei migliori. In ogni caso troppo poco, per colui che viene considerato – per noi a ragione – l’erede della recente tradizione iberica portata avanti negli anni duemila da Rodríguez, Contador e Valverde. L’anno prossimo con la maglia della Movistar servirà un cambio di marcia deciso: lui ha già dichiarato che la Movistar è meglio attrezzata per le grandi corse a tappe e che non vede l’ora di mettersi in gioco. Basterà per rivedere quel corridore capace di salire sul podio della Vuelta a soli ventitré anni oppure i margini non sono poi così ampi come c’aspettavamo?

Fernando Gaviria

©Giro d’Italia, Twitter

La stagione di Fernando Gaviria era iniziata nel migliore dei modi: alla prima corsa arriva la prima vittoria. Siamo alla Vuelta a San Juan e il colombiano mette in fila, tra gli altri, nomi noti degli sprint come Bennett, Sagan e Cavendish. Passano tre giorni e Gaviria concede il bis: sempre in Argentina il velocista dell’ UAE-Emirates batte Sagan e Hodeg. Ci siamo, potrebbe essere la stagione della consacrazione, pensiamo: un corridore considerato non un semplice velocista, un atleta da tenere in forte considerazione per la Milano-Sanremo e persino per le classiche sul pavé; come minimo quest’anno una grande classica potrebbe vederlo vincitore o sul podio. E invece iniziano gli alti e bassi: si ammala sulle strade di casa; siamo al Colombia 2.1 e Gaviria arriva ultimo nella tappa di La Ceja – dove è nato – e il giorno dopo si ritira. Passano dieci giorni e Gaviria si riprende in fretta e infila un altro successo: UAE Tour, altra corsa di casa, ma stavolta del suo sponsor. Dopo aver recuperato dal malanno riesce a battere due sprinter come Viviani e Ewan: è proprio un bel Gaviria. E invece da lì in poi arriveranno risultati che non si addicono a uno sprinter di questa caratura. Alla Tirreno non fa meglio di un terzo posto di tappa a Foligno, alla Sanremo si stacca dal gruppo che si gioca il successo e chiude sedicesimo, mentre la sua campagna del nord si chiude con un bilancio in passivo: secondo alla De Panne – un fuoco di paglia, nella più semplice delle corse belghe a cui partecipa -,  ventunesimo alla Gand-Wevelgem – dove per onore di cronaca si sacrifica per il suo compagno Kristoff, fintando lo sprint -, ventiduesimo alla Dwaars, addirittura settantottesimo al Fiandre, mentre alla Roubaix non parte perché febbricitante. Lo si aspetta al Giro: vince una tappa a tavolino e si ritira pochi giorni dopo. O si ammala, o cade, o persiste un problema al ginocchio che lo costringe a dare forfait anche al Tour. Torna in corsa al Giro di Polonia, ma non lascia il segno se non con due piazzamenti alle spalle di Ackermann e Mezgec: è tutto in preparazione alla Vuelta. Alla vigilia contende il ruolo di principe delle volate a Bennett e Jakobsen – in un mondo ideale partirebbe da favorito in tutti gli sprint. Ma se i due tricolori – uno irlandese e l’altro olandese – si dividono la posta, Gaviria non va oltre un terzo posto conquistato nella quarta tappa. Porta a termine con onore la corsa a tappe spagnola, ma senza mai lasciare il segno. Nella zona del crepuscolo di questo 2019 vince in Cina per ben due volte, ma come nel caso di Mas non basta per escluderlo dalle note dolenti del 2019. E non lo diciamo per antipatie, ma perché consideriamo il colombiano uno dei talenti più brillanti di questa generazione. Nel 2020 l’UAE-Emirates – che su di lui punta tantissimo – gli affiancherà Richeze, il miglior pesce pilota del gruppo. A Gaviria il compito di finalizzare e ritornare a essere uno dei corridori più temuti in assoluto in caso di arrivo a ranghi compatti.

Bob Jungels

©BIKENEWS.IT, Twitter

Stagione a due facce per Bob Jungels: vincente all’alba della stagione, poi si eclissa sul più bello e scompare quando arrivano gli obiettivi più caldi del 2019. Vince una tappa al Colombia 2.1 con una stoccata da finisseur; all’esordio nelle corse in Belgio è sedicesimo alla Omloop Het Nieuwsblad, ma sempre nel vivo della corsa, e il giorno dopo conquista, dopo una lunga fuga e di nuovo un’accelerata nel finale – suo marchio di fabbrica -, la Kuurne-Bruxelles-Kuurne, grazie anche al solito perfetto gioco di squadra della Deceuninck. Siamo di fronte a uno Jungles tirato a lucido e in un nuovo formato: un corridore capace di poter dire la sua non solo nelle classiche vallonate o nei grandi giri, ma anche sul pavé; un all-rounder tra i più forti in circolazione, quelli che riconciliano con il ciclismo e allontanano i fastidiosi spettri della specializzazione tipica degli anni novanta e primi duemila e che in parte ha reso meno popolare questo sport. Alla Parigi-Nizza rifinisce la condizione per lanciarsi nella campagna del Nord dove sarà quinto ad Harelbeke – E3 BinckBank Classic, nella sua attuale denominazione – e terzo alla Dwaars door Vlaanderen, battuto allo sprint da Mathieu van der Poel e da Turgis. Risultati di peso e condizione che lo portano a essere tra gli uomini da seguire con maggiore attenzione al Giro delle Fiandre. Dalla classica fiamminga in poi la sua stagione sarà invece tutta in salita. Nel suo esordio alla Ronde, infatti, è sedicesimo: un piazzamento che dà poco alla sua carriera, è vero, ma che rinforza l’idea di essere davanti a uno di quei pochi corridori capaci di vincere tutte e cinque le monumento, se solo non selezionasse così tanto le corse da disputare. Decide, infatti, di staccare per prepararsi al Giro, saltando così la Parigi-Roubaix – corsa che ha disputato una sola volta in carriera, ma che sembra perfettamente nelle sue corde, soprattutto dopo un inizio stagione in cui ha domato bene il pavé – e la Liegi-Bastogne-Liegi, dove è campione uscente: tutto ciò assume i contorni di una vera e propria farsa. Al Giro, poi, vediamo la sua versione peggiore: stecca in classifica con un trentatreesimo posto finale; dopo aver provato a tener duro prova anche ad andare in fuga, ma anche lì senza cogliere alcun risultato parziale. Se escludiamo il doppio successo ai campionati nazionali lussemburghesi – sia in linea che a cronometro – e la fuga illusoria al Giro di Lombardia, il ventisettenne non è mai stato capace di realizzare alcun risultato di rilievo, lontano anni luce da quel corridore ammirato in questi anni e durante l’inizio della stagione. L’età è ancora dalla sua, ma più che diventare un corridore da sesto/ottavo posto al Giro, sarebbe più opportuno vederlo primeggiare in tutte le corse di un giorno del calendario. Se c’è un corridore capace di fare filotto, quello è lui. In Deceuninck lo sanno, speriamo non si snaturi.

 

 

Foto in evidenza: @Giro d’Italia, Twitter