I dieci migliori corridori della stagione secondo Suiveur

Questi sono i migliori corridori del 2019 secondo la redazione di Suiveur.

Diciotto squadre appartenenti al World Tour, ventiquattro invece le Professional; mille corridori circa, ripartiti pressoché in egual maniera tra le due categorie di riferimento; un calendario che va da gennaio a ottobre con pochissimi momenti di stanca; un numero spropositato di fattori che possono condizionare le corse e la stagione: ecco perché scegliere i dieci migliori corridori dell’anno – lo stesso discorso vale per i più deludenti – è sempre così difficile. E non è tutto: per quanto si possa professarsi imparziali, un pizzico di soggettività c’è sempre. Dunque prendete questo pezzo per quello che è: un approfondimento serio – nel taglio, nei toni, nella dovizia dei dettagli – , finanche autorevole, ma non autoritario. Tendiamo all’oggettività e alla verità assoluta, ma per il momento non la possediamo: per questo nel titolo abbiamo inserito “secondo Suiveur”. Non per lavarcene le mani – o meglio, non solo per questo; bensì perché siamo consapevoli della mutevolezza e della varietà delle opinioni. Non crediate che questo approccio sia bastato a liquidare la questione: non immaginate nemmeno quanto ci sia costato lasciare fuori l’onnipresenza di Van Avermaet, la fame di Evenepoel, l’esplosione di Ackermann, Van Aert e Pogačar, la potenza di Sam Bennett, l’epicità di Carapaz, la longevità di Gilbert, la definitiva maturità di Trentin e Naesen. Dopo aver applicato una serie infinita e bizzarra di criteri, ecco quali sono i dieci corridori rimasti: i dieci migliori corridori del 2019 secondo Suiveur.

Caleb Ewan

©Caleb Ewan, Twitter

Più del numero – otto – , è il prestigio delle vittorie di Caleb Ewan a colpire: le ultime cinque affermazioni stagionali, infatti, le ha raccolte tra il Giro d’Italia e il Tour de France, chiudendo il filotto con la volata dei Campi Elisi, un traguardo imprescindibile per un grande sprinter. È l’unico velocista ad aver vinto in due grandi giri nel 2019, uno dei pochi a disputarne almeno due e per giunta consecutivi: è vero, non ha portato a termine il Giro d’Italia, ma d’altronde per essere di nuovo competitivo quarantacinque giorni più tardi al Tour de France bisogna fare delle scelte. L’autunno scorso era difficile immaginare un Caleb Ewan così continuo e così essenziale: pur avendo racimolato tre successi e diversi piazzamenti, la sua carriera sembrava essere arrivata ad un primo bivio. La sua permanenza alla Mitchelton-Scott si era conclusa in maniera naturale, una relazione in cui nessuna delle due parti può dare altro: la squadra australiana aveva già fatto capire di puntare alla classifica generale dei grandi giri e a qualche traguardo parziale disseminato qua e là, mentre Ewan non poteva – e non può, non potrà nemmeno in futuro – permettersi di allontanarsi dalle volate e da tutto quello che serve per arrivarci con le giuste credenziali. Quando vinse la quinta tappa della Vuelta a España 2015, l’undicesima perla di un’esaltante prima stagione tra i professionisti, Ewan aveva compiuto ventuno anni due mesi prima e gli venivano pronosticati allori d’ogni tipo. Fino a qualche mese fa, tuttavia, il suo processo di crescita sembrava essersi arrestato: Ewan era un outsider, né più né meno, pronto a colpire di tanto in tanto, magari sfruttando l’assenza di alcuni dei colleghi più veloci. Poi è arrivata l’estate del 2019 e con lei cinque meravigliose volate dell’australiano: si è lasciato alle spalle Démare, Ackermann, Viviani, Groenewegen, Sagan, Matthews, Kristoff, quei colleghi più veloci che fino allo scorso anno lo sopravanzavano con una certa regolarità. Buona parte del merito va riconosciuta anche alla Lotto Soudal, una formazione che ha una grande tradizione per quanto riguarda i successi parziali e le volate di gruppo: un anno fa, anche per favorire l’inserimento di Ewan, fu Greipel a dover togliere il disturbo in mezzo alle polemiche; dodici mesi più tardi, attenendosi al mero aspetto sportivo, si può affermare che la scelta di Ewan e della Lotto Soudal ha pagato. Caleb Ewan, insomma, ha dimostrato di poter lottare sui palcoscenici più prestigiosi nonostante la precocità e la giovane età; per questo sarà una delle costanti dei prossimi dieci anni: non necessariamente a questi livelli – vincere cinque tappe in due mesi tra Giro d’Italia e Tour de France non è sempre possibile – ma ci sarà, magari provando a migliorare il secondo posto ottenuto alla Milano-Sanremo 2018.

Alejandro Valverde

©Emanuela Sartorio

Nella stagione dei suoi trentanove anni, la prima e verosimilmente l’unica in cui potrà dire d’aver indossato la maglia di campione del mondo, Alejandro Valverde ha steccato l’appuntamento a lui più caro: il trittico delle Ardenne. Sessantaseiesimo all’Amstel Gold Race, undicesimo alla Freccia Vallone, ritirato alla Liegi-Bastogne-Liegi quando questa doveva ancora entrare nel vivo; è inutile nasconderlo: in quel momento, lo spannung di una settimana grigia e amara, la lunga e splendida carriera di Valverde sembrava arrivata al capolinea. E invece, con gioia ma con uno sgomento se possibile maggiore, l’estate e l’autunno hanno confermato quello che le ultime settimane dell’inverno avevano suggerito: Alejandro Valverde è ancora un fuoriclasse, un corridore completo e duttile che non ha paura di dichiarare un obiettivo e perseguirlo. L’ultimo Giro di Lombardia ha evidenziato l’unico limite dello spagnolo: il timore d’esporsi in prima persona, la paura di sprecare troppe energie; di conseguenza, se Valverde è il faro della corsa e se non può contare sull’aiuto dei compagni di squadra, un attaccante può farla franca – Mollema qualche settimana fa, Poels alla Liegi-Bastogne-Liegi 2016. Tuttavia, sull’attendismo e sulla furbizia tattica Valverde ha costruito un impero: è così che ha conquistato gran parte delle vittorie più belle e prestigiose della sua carriera. E alla fine, nonostante timori e paure d’ogni tipo, all’ultimo Lombardia Valverde è arrivato secondo, mica ultimo; secondo al Lombardia per la terza volta in carriera, secondo al Lombardia dopo aver strappato sei mesi prima un settimo posto alla Milano-Sanremo e un ottavo al Giro delle Fiandre, al quale ha partecipato da debuttante. Da giugno in poi, Valverde è uscito dai primi dieci soltanto in due occasioni: nella prova in linea dei campionati del mondo e alla Tre Valli Varesine, ritirato in entrambe le occasioni. Ha vinto La Route d’Occitanie e la prova in linea dei campionati spagnoli, ha chiuso al nono posto il Tour de France e al decimo la classica di San Sebastián, è stato l’unico avversario credibile di Roglič sulle strade della Vuelta – secondo sul podio di Madrid con una vittoria di tappa; e ancora quinto al Giro dell’Emilia, secondo al Gran Premio Bruno Beghelli, secondo alla Milano-Torino. Il 2019 di Valverde era iniziato il trentuno gennaio con un quarto posto al Trofeo Ses Salines e si è chiuso il dodici ottobre col secondo posto al Giro di Lombardia: nel mezzo, una classe perpetua che il prossimo anno potrebbe rinnovarsi nuovamente – forse per l’ultima volta – tra le classiche, le Olimpiadi e i campionati del mondo.

Julian Alaphilippe

©https://www.pezcyclingnews.com, Twitter

Diciamolo subito, così da sgombrare il campo da ogni potenziale polemica: l’annata di Julian Alaphilippe si è sostanzialmente conclusa sui Campi Elisi, alla fine di luglio; non si può dire che quanto venuto dopo non conti, tuttavia non può non aver risentito dei precedenti due terzi della stagione corsa a mille all’ora: altrimenti il francese non si sarebbe ritirato a San Sebastián da campione uscente e non avrebbe concluso novantaquattresimo al Deutschland Tour e ventottesimo nella prova in linea dei campionati del mondo, col settimo posto del Grand Prix de Québec e il tredicesimo del Grand Prix de Montréal come risultati migliori. Al termine del Tour de France, Alaphilippe aveva accumulato cinquantotto giorni di corsa e dodici vittorie; aveva iniziato alla fine di gennaio alla Vuelta a San Juan, l’ultima è datata diciannove luglio e corrisponde all’impressionante prova di forza, di fiducia e di carisma fornita nella cronometro individuale di Pau, al Tour de France. Le restanti dieci, la polpa che riempie lo spazio tra introduzione ed epilogo, sono altrettanto brillanti: un’altra vittoria di tappa alla Vuelta a San Juan – una cronometro individuale, forse non gli abbiamo dato il giusto peso – , una al Colombia 2.1, la Strade Bianche, due frazioni alla Tirreno-Adriatico, la Milano-Sanremo, una tappa al Giro dei Paesi Baschi, la Freccia Vallone, una frazione al Delfinato e la prima delle due conquistate al Tour de France. Ma non ci sono soltanto i successi ad impreziosire la sua stagione: risaltano anche il secondo posto alla Freccia del Brabante e il quarto all’Amstel Gold Race, ad esempio – due corse che hanno celebrato la freschezza e la potenza di Mathieu van der Poel, un corridore dal quale si può anche perdere, insomma. Il 2019, tuttavia, deve far riflettere Alaphilippe: il francese, infatti, non può permettersi nessuna distrazione, a maggior ragione adesso che sta entrando nei migliori anni della sua carriera – o almeno, così vengono spesso indicati gli anni che vanno dai 28 ai 33. Che effetto avrà su di lui, per dirne una, il ricordo del Tour de France? Lo spingerà a snaturarsi, sacrificando qualche classica per puntare alla maglia gialla? Questa sarà una delle questioni che Alaphilippe dovrà sviscerare: la nostra impressione è che del francese non si ricordi tanto il quinto posto finale, quanto il coraggio, la spavalderia, l’efficacia e la bellezza messi in mostra; dunque, soltanto la vittoria finale o un podio potrebbero giustificare delle rinunce. E poi c’è il risultato del campionato del mondo, deludente ma fondamentale per il suo futuro. Come abbiamo già affermato in diverse occasioni, ad Alaphilippe manca ancora qualcosa nelle giornate più lunghe e più impegnative: è successo alla Liegi-Bastogne-Liegi, è successo in due edizioni consecutive dei campionati del mondo. Un semplice problema di fondo? Oppure gli verrà chiesto di rivedere il suo stile, a volte troppo dispendioso? Queste défaillance potrebbero ripresentarsi e sarebbe davvero un peccato: è lo stesso Alaphilippe che ci ha abituati ad esigere tanto da lui.

Elia Viviani

©Antonino Caldarella

Che il 2018 di Elia Viviani non era stato un caso, lo dicevano i freddi numeri: diciotto vittorie, quattro tappe al Giro d’Italia, tre alla Vuelta, la prova in linea dei campionati italiani. Che Elia Viviani sia diventato uno dei corridori più affidabili del gruppo, lo ha rimarcato la prima volata del World Tour 2019: il quindici gennaio, il giorno in cui è scattato il Tour Down Under, Viviani regolava gli avversari sul traguardo di Port Adelaide. Nel ciclismo, e più in generale nello sport, non basta però cominciare bene per ritrovarsi a metà dell’opera: bisogna perseverare, continuare, proseguire. E Viviani l’ha fatto vincendo altre dieci volte, senza riscontrare particolari differenze tra le corse d’un giorno e quelle a tappe: ai successi parziali raccolti al Tour Down Under, all’UAE Tour, alla Tirreno-Adriatico, al Giro di Svizzera, al Tour de France e alla Okolo Slovenska vanno affiancati quelli ottenuti nella Cadel Evans Great Ocean Road Race, nella Prudential RideLondon – Surrey Classic, nella classica di Amburgo e nella prova in linea dei campionati europei, sontuosa per il prestigio e per la condotta di gara. Peccato non aver vinto al Giro d’Italia con la maglia di campione italiano: il maltempo, le pressioni, il declassamento nella tappa di Orbetello e una schiera di rivali di prim’ordine – Gaviria, Ewan, Ackermann, Démare – lo hanno notevolmente irritato e distratto; tuttavia, pur non avendo brillato come sperava, Viviani ha pur sempre raccolto tre secondi e un quarto posto: se questi sono i risultati di un corridore in difficoltà, allora il corridore in questione è davvero forte.  Ciò nonostante, saremmo bugiardi e faziosi se scrivessimo che Elia Viviani è stato il velocista dell’anno: sprinter come Ewan, Groenewegen, Ackermann e Bennett non sono stati da meno, anzi. E forse è proprio questo che dobbiamo realizzare: definire Viviani un semplice velocista potrebbe essere riduttivo. Ha vinto un campionato italiano adatto perlopiù a scalatori e uomini da classiche; nella tappa dei ventagli del Tour de France – la decima, la Saint-Flour – Albi – è stato anticipato soltanto da Van Aert; alla Gand-Wevelgem dello scorso anno c’è voluto Sagan a negargli il primo successo in una classica del nord; senza dimenticare il modo in cui ha fatto sua la prova in linea degli ultimi campionati europei: è stato passista, finisseur e velocista, lucido nell’approfittare della frattura che si era creata e dominante nel riportarsi su Lampaert, sfiancando allo stesso tempo Ackermann – talmente forte da rendere una formalità la volata di un campionato europeo con un corridore tutt’altro che fermo come Lampaert. A tutto questo vanno integrate le sue prestazioni su pista, che nelle ultime stagioni non hanno assolutamente risentito dell’intensa attività su strada. Il 2020 sarà un anno cruciale per Viviani: lo attendono le volate dei grandi giri, almeno due o tre classiche e le Olimpiadi di Tokyo; e una nuova squadra, la Cofidis: per spostare un po’ più in là i suoi limiti, per esplorare le potenzialità del suo talento, per arrivare dove ancora non è arrivato.

Egan Bernal

©Tour de France – DE

Il punto più alto della stagione di Egan Bernal è indubbiamente la vittoria del Tour de France: ha conquistato la maglia gialla e la maglia bianca, è il terzo vincitore più giovane di tutti i tempi, il primo sudamericano – di conseguenza il primo colombiano – a riuscirci. Eppure l’unicità di Bernal sembra risiedere altrove, paradossalmente in quello che ha fatto prima e dopo il Tour de France. Perché in Francia ha vinto e ha messo d’accordo tutti, però non ha fatto sfaceli: non ha ottenuto nessun successo di tappa, per ipotecare la maglia gialla gli sono bastate un paio di stoccate e nelle prime due settimane era apparso addirittura in difficoltà. Non ha dominato, insomma: non che qualcuno glielo chiedesse, d’altronde è un’impresa vincere il Tour de France anche col più banale e fortunato degli attacchi, però non ha lasciato un segno profondo sulla corsa. Alla vigilia era uno dei favoriti e per rispettare il pronostico ha adottato una condotta di gara tutto sommato normale. Quello che in Bernal non è così normale, invece, è la continuità che ha dimostrato dall’inizio alla fine della stagione. Bernal, ricordiamolo, avrebbe dovuto partecipare al Giro d’Italia, se una caduta non l’avesse messo fuori gioco: quindi è anche una questione di carattere, di stabilire nuovi obiettivi e di ritrovare le energie necessarie per smaltire le delusioni e per perseguire nuove soddisfazioni. Il primo febbraio arrivava terzo nella prova a cronometro dei campionati colombiani, due settimane dopo chiudeva al quarto posto il Colombia 2.1; a metà marzo conquistava la Parigi-Nizza, alla fine di marzo il terzo posto alla Volta a Catalunya. Poi c’è la vittoria sul San Gottardo e nella classifica generale del Giro di Svizzera, la corsa che segnava il suo rientro dopo l’incidente che gli era costato il Giro d’Italia. Se Bernal avesse deciso di chiudere la stagione dopo il Tour de France e il ritiro a San Sebastián, non si sarebbe alzato un lamento: aveva accumulato oltre cinquanta giorni di corsa perlopiù stupendo e vincendo, nonostante avesse compiuto ventidue anni soltanto a gennaio. E invece, motivato ed ambizioso, si è concentrato sulle classiche italiane che chiudono la stagione: al Giro della Toscana è stato vittima dello spunto veloce di Visconti, al Giro dell’Emilia ha chiuso nono, alla Milano-Torino è stato sesto; dopodiché ha fatto rotta sul Gran Piemonte, vincendo in scioltezza ad Oropa, per concludere il suo 2019 sul lungolago di Como, terzo al Giro di Lombardia dopo aver perso per un niente contro Valverde la volata per il secondo posto. In una stagione sfortunata per il Team INEOS, Bernal ha tenuto in piedi il bilancio della squadra praticamente da solo; e ai successi del 2019 si sommano quelli ottenuti nel 2018: la prova a cronometro dei campionati colombiani, la classifica generale del Colombia 2.1, una tappa del Giro di Romandia, due frazione e la classifica generale del Tour of California. Potrebbero esserci tanti altri 2019, nella carriera di Egan Bernal.

Jakob Fuglsang

©Cycling Weekly, Twitter

C’è Alaphilippe e poteva mancare Jakob Fuglsang? I due nel mese tra marzo e aprile hanno inscenato battaglie a tratti senza storia – per gli altri – e a tratti spettacolari, in alcune fra le più importanti corse di un giorno del calendario. Se alle Strade Bianche e alla Freccia Vallone il gol decisivo lo ha firmato il francese e all’Amstel i due hanno fatto così tanta melina da vedersi rubare il pallone dall’astro nascente del ciclismo mondiale, alla Liegi-Bastogne-Liegi è stato Fuglsang a siglare la rete della vittoria che è stata anche la più importante della sua carriera. Il danese sceglie la stagione in cui compie trentaquattro anni per correre i suoi migliori mesi da quando è professionista: ottiene cinque delle sue ventidue vittorie in oltre dieci anni, ma non solo. È stato protagonista assoluto di tutte le corse a cui ha partecipato; oltre infatti ai podi tra Strade Bianche, Amstel Gold Race, Freccia Vallone e la vittoria alla Doyenne, Fuglsang conquista una tappa alla Tirreno e una alla Vuelta – qui era partito per fare classifica, chiuderà tredicesimo, ma lontanissimo in termini di tempo dal vincitore finale – conquista per la seconda volta in carriera la classifica finale del Criterium del Delfinato (l’altra vittoria è datata 2017), si ritira da un Tour che alla vigilia lo vedeva tra i favoriti, per una caduta, ma non senza aver tenuto duro fino il più possibile e sul finire di 2019 arriva dodicesimo al Mondiale – splendido regista in corsa, roba da fare invidia al connazionale Lars Von Trier e per avvantaggiare l’altro connazionale Pedersen -, chiude ottavo al Giro dell’Emilia e alla Milano Torino, e infine è quarto al Giro di Lombardia, sempre nel vivo della corsa e vicino a cogliere un altro podio pesante in una stagione indimenticabile. Annata a cinque stelle? Di sicuro. Irripetibile? Vedremo fra qualche mese quando di anni ne avrà compiuti trentacinque, ma di obiettivi ne avrà ancora tanti cerchiati in rosso. L’ex biker non nasconde che per il 2020 i giochi olimpici, con un percorso che si prospetta duro, per uomini da grandi classiche – lui in questa stagione ha invertito la tendenza dimostrandosi uomo da corse di un giorno e non da Grandi Giri dove ha sempre pagato qualcosa rispetto agli avversari più quotati – potrebbero essere il modo per dare ulteriore lustro a una carriera che pareva fino al mese di marzo da buon corridore, quasi da eterno incompiuto.

Bauke Mollema

©Bauke Mollema, Twitter

Un altro corridore non più giovanissimo – compirà trentatré anni fra pochi giorni – e autore della sua migliore stagione in carriera è l’olandese Bauke Mollema. Ci aspettavamo nell’ultimo ranking stagionale di trovare Mathieu van der Poel come primo corridore olandese in classifica e invece il figlio e nipote d’arte si fa superare in extremis dal ragazzo di Groningen, portacolori della Trek-Segafredo, grazie a quel colpo di coda che è rappresentato dalla cavalcata solitaria sul traguardo di Como al Giro di Lombardia. Il suo 2019, infatti, fino al 12 ottobre era sembrata la solita musica con il solito ritornello: regolare come pochi, capace di vincere quasi mai, sempre presente negli ordini d’arrivo sia delle corse a tappe che delle corse di un giorno, autore di spunti interessanti come le fughe dalla media distanza, sempre presente negli ordini d’arrivo, ma non in maniera tale da giustificare l’inserimento dentro questa nostra lista. Prime due corse dell’anno: primi podi. Due terzi posti in in due prove del Challenge Maiorca, poi è quarto nella classifica generale dell Étoile de Bessèges mentre non brilla tra Strade Bianche – settantaseiesimo -, UAE Tour e Giro dei Paesi Baschi. Queste ultime corse, però, sono solo una preparazione ad Amstel Gold Race e Freccia Vallone dove Mollema inizia a infilare una serie di piazzamenti che avranno poi l’apice con il doppio successo a fine stagione tra Lombardia e Japan Cup: dodicesimo nella classica della birra, a lungo protagonista di uno stoico inseguimento e sesto alla Freccia Vallone; al Giro d’Italia è spesso in avanscoperta appoggiato dalla squadra e chiuderà quinto in classifica finale, suo miglior risultato in un Grande Giro dal quarto posto della Vuelta 2011 (poi diventato terzo dopo la squalifica di Cobo Acebo); corre anche al Tour, ma qui è in appoggio a Richie Porte (sic) e chiuderà lontano in classifica e quasi mai in evidenza, ma tra agosto, settembre e ottobre è uno dei corridori in assoluto più in voga. Su dodici corse  a cui prende parte vince quattro volte: oro nella cronometro a squadre sia del campionato europeo che del campionato mondiale, primo a Il Lombardia e  alla Japan Cup; è quarto al Giro dell’Emilia, quinto a San Sebastian (vinto nel 2016) e al GP Bruno Beghelli, dove era il vincitore uscente ed era anche la sua ultima vittoria prima di Como, settimo alla Milano-Torino, decimo al Grand Prix de Montréal, quattordicesimo al Grand Prix de Quebec, stecca al Mondiale dove si ritira e finisce lontano alla Tre Valli Varesina – mentre era nel gruppo di testa è coinvolto nello sbaglio di percorso che estromette di fatto dalla corsa lui e tanti altri protagonisti. Poi l’oramai arcinota vittoria al Giro di Lombardia, fiore all’occhiello di una carriera che nel 2020 aspetta solo di essere ulteriormente impreziosita, magari con un podio in un grande giro, oppure una medaglia pesante tra giochi olimpici, europeo e mondiale, che si correranno su percorsi che ben si addicono alle sue caratteristiche.

Primož Roglič

©Rouleur

Non ci pensiamo nemmeno a raccontare la storia di cosa facesse Primož Roglič prima di diventare un ciclista di grande livello. Anche se scoprirlo vincitore di Granfondo a ventitré anni, quando altri corridori a quell’età hanno già conquistato corse di un certo peso tra i professionisti, ha il suo fascino. Ha più senso invece parlare del presente, e che presente e che annata, quella dello sloveno del Team Jumbo-Visma, concluso, in maniera netta e meritata, al primo posto del ranking mondiale. Tredici vittorie in questa suo magico, quanto forse irripetibile 2019, e prima del successo del primo marzo all’UAE Tour erano ventidue in sei stagioni tra i professionisti – e l’ultima al Tour de France del 2018. Ha conquistato tre brevi corse a tappe -come l’UAE Tour, la Tirreno-Adriatico e il Tour de Romandie e un Grande Giro: la Vuelta, primo sloveno della storia a tagliare questo prestigioso traguardo. Ha conquistato due tappe al Giro d’Italia – entrambe le cronometro dominate – e chiuso sul podio della Corsa Rosa, con diversi se e qualche rammarico, come l’essersi corso un po’ troppo contro il suo avversario numero uno, Vincenzo Nibali, lasciando scappare il bue, che poi non era proprio un bue, ma un agile e completo corridore che porta il nome di Richard Carapaz, che, visto che siamo in tema di prime volte, è stato il primo ecuadoriano a vincere un Grande Giro. Anche alla Vuelta, oltre ad aver conquistato la classifica finale e aver lasciato in concessione qualche tappa qua e là, ha avuto tempo e modo di vincere la cronometro, per poi far vedere, nel finale di stagione, che razza di corridore completo è, quanto forte potrebbe andare l’anno prossimo se si mettesse in testa di puntare magari al trittico ardennese: percorsi adattissimi al suo cambio di ritmo in salita e al suo discreto spunto veloce. Le vittorie al Giro dell’Emilia, netta e meritata, e alla Tre Valli Varesine, per gentile concessione di un disattento Moscon e di un clamoroso pastroccio organizzativo, sono il segno della sua crescita e lasciano intravedere margini che a trent’anni appena compiuti, potrebbero essere ancora ampi. Il settimo posto al Lombardia è stato visto come una spia accesa, ma attenzione, resta il suo miglior risultato in una Monumento e ribadiamo, nel 2020 potrebbe essere l’anno di uno sloveno in vetta a corse come Freccia Vallone, Amstel Gold Race o Liegi-Bastogne-Liegi. Se solo ci concedesse modo di vederlo correre su quelle strade, noi appassionati non potremmo che leccarci i baffi sin da ora e immaginarci una sfida stellare con Alaphilippe e soci.

Mathieu van der Poel

©UCI MTB, Twitter

Il rapporto corse e vittorie fa paura, così come fa paura, in vista del futuro, il modo che ha di vincere e di dominare su determinati traguardi. Il fuoriclasse del ciclocross – e della Mountain Bike – in una stagione tutt’altro che a tempo pieno su strada si prende il lusso di conquistare dieci corse, tra cui anche una gara a tappe. Inizia a vincere nella prima frazione del Tour of Antalya – molti pensavano, ma cosa sarà mai? – per chiudere con tre tappe e la classifica generale del Tour of Britain. In mezzo strapazza la concorrenza al Gran Prix de Denain, solo quattro giorni dopo essere stato portato via in ambulanza a causa di una bruttissima caduta alla Danilith Nokere Koerse, suo esordio stagionale in una corsa di un giorno tra i professionisti su strada. Poi è quarto alla Gand-Wevelgem; in una delle edizioni più spettacolari della classica belga – cosa manca a una gara così per essere definita una Monumento? – e dove arriva ai piedi del podio solo perché sbaglia completamente la volata, mostrando a tutta la platea che per quanto sia – evitiamo l’avverbio clamorosamente – forte, talentuoso, dotato, abbia ancora margini di miglioramento, soprattutto nella gestione tattica della corsa e la posizione in gruppo, sia nei finali di corsa che durante le gare. Immaginate se mai dovesse diventare atleta completo anche dal punto di vista tattico e mentale! Vince, poi, la Dwaars door Vlaanderen: se al Gp Denain anticipò tutti staccando gli avversari sul pavé, qui usa un’altra sua arma importante; lo spunto veloce in uno sprint ristretto. Al Giro delle Fiandre è uno dei favoriti, se non il favorito assoluto, ma ne combina di tutti i colori, corre indietro nelle fasi calde, cade perché chiede troppo alle sue doti funamboliche, recupera, ma poi nel momento decisivo non riesce a rispondere all’attacco di Bettiol e si dovrà accontentare di un quarto posto che resta comunque un risultato di tutto rispetto, per lui all’esordio assoluto in questa corsa e alla sua prima monumento in carriera. Ma è un momento magico per l’iridato del ciclocross: dopo aver vinto una tappa al Circuit Cycliste Sarthe, conquista, al suo esordio in entrambe le corse, prima la Freccia del Brabante e poi l’Amstel Gold Race, in Olanda e avvolto dal tricolore olandese, in quel modo che oramai tutti abbiamo imparato a conoscere  a memoria – se qualcuno dovesse essersi sintonizzato solo ora sul pianeta Ciclismo, lo invitiamo a mollare tutto e a vedersi il finale di quella corsa. Dopo un periodo di pausa torna in corsa a ferragosto e come lo fa? Vincendo naturalmente; giusto per far capire chi comanda: è la prima tappa del Tour of Norway. Poi dopo il Tour of Britain con tre successi più la classifica generale, arriva il mondiale sulle strade dello Yorkshire è quello che gli è successo è oramai storia e sarà per lui un punto di partenza che potrebbe spaventare alla sola idea di cosa potrà diventare una volta deciso di correre con più costanza su strada, una volta migliorato tatticamente e maturato in modo definitivo anche dal punto di vista fisico.

Emanuel Buchmann

©Twitter, bicitv

Chiudiamo il nostro speciale sui migliori di questo 2019 con un nome un po’ a sorpresa: Emanuel Buchmann. D’altronde è stato uno tra i corridori progrediti di più in stagione fino a rappresentare una delle maggiori novità a grandi livelli. Pur avendo tagliato spesso e volentieri il traguardo un po’ in sordina, o lontano da riflettori e titoloni, il tedesco della Bora -Hansgrohe ha beneficiato dell’annata super della squadra tedesca, andando così a rappresentare l’erede tanto atteso della tradizione di metà anni novanta e primi duemila nei Grandi Giri per il ciclismo teutonico, che aspettano un corridore capace di primeggiare al Tour de France dall’epoca di Ullrich e Klöden. Da quando il team tedesco ha fatto il salto nel World Tour, questa è probabilmente la migliore stagione per la squadra di Ralph Denk e arriva paradossalmente nella peggiore stagione di quello che rappresenta il leader e il riferimento in corsa e fuori: Peter Sagan. E a proposito di Bora-Hansgrohe e di salto nella massima divisione del ciclismo professionistico, Emanuel Buchmann, quasi ventisettenne nato a Ravensburg – si proprio lei, la città famosa per aver dato il nome alla più nota azienda produttrice di puzzle e giochi in scatola: la Ravensburger – è un prodotto creato e cresciuto dalla squadra che fino al 2015 si chiamava NetApp. Ed è proprio del 2015 la sua prima e ultima vittoria fino a questa stagione: il campionato tedesco in linea su strada. Il 2019 invece si apre subito col tabù sfatato: prima corsa e primo successo in una delle prove della Challenge Mallorca, il giorno dopo sarà secondo anticipato soltanto da Tim Wellens. Che abbiamo a che fare con una altro Buchmann rispetto al passato lo si capisce dai piazzamenti all UAE Tour – quarto in classifica generale – e al Giro dei Paesi Baschi – terzo – con tanto di successo di tappa in salita, nella breve corsa a tappe della comunità spagnola. Stagione regolare la sua dove impressiona per costanza nelle classifiche generali delle corse a tappe a cui partecipa, dimostrandosi fra i migliori interpreti dell’annata sia a cronometro, che in salita, sia nel recupero, che nel fondo: settimo al Tour de Romandie, terzo al Delfinato, prima del Tour de France che lo vede chiudere al quarto posto – dopo essere stato ventunesimo nel 2016 e quindicesimo nel 2017 – a soli venticinque secondi dal terzo posto di Steven Kruijswijk. Nel finale di stagione, con il quarto posto alla Milano-Torino e l’ottavo al Giro di Lombardia, dimostra di essere atleta capace di dire la sua anche nelle corse in linea più impegnative, chissà che non possa essere la giusta premessa a un 2020 ulteriormente in progressione. Potrebbe significare vederlo su un podio di un Grande Giro e chissà perché, non ci stupiremmo dovesse accadere.

Foto in evidenza: ©Twitter lavoixdessports