La stagione di Alaphilippe si divide tra grandi successi e qualche delusione.

 

Punti esclamativi: tanti. Punti interrogativi: alcuni ma quanti ne bastano per farli diventare oggetto della discussione. Difficile, forse impensabile, criticare un corridore che nel 2019 ha conquistate dodici corse, quasi la metà di quante in tutta la carriera (trenta totali secondo Procyclingstats) e soprattutto quando tra queste vittorie troviamo Milano-SanremoStrade BiancheFreccia Vallone, tappe tra il Giro dei Paesi Baschi, il Delfinato e il Tour de France: un corridore che da solo quest’anno ha trascinato un intero movimento, quello transalpino, che per diversi motivi ha vissuto una stagione interlocutoria per gli altri due corridori di riferimento, Pinot e Bardet.

Un ruolino di marcia regolare il suo, con picchi di eccellenza assoluta che lo hanno visto, da fine marzo a metà settembre, in testa al ranking mondiale. Difficile criticarlo – eppure noi ci proviamo lo stesso – anche se si pensa a come ha vinto: in volata davanti ai velocisti o davanti agli scattisti in cima a rettilinei in leggera salita; in fuga nelle brevi corse a tappe o attaccando dalla media distanza nelle corse di un giorno, o basta ricordare quanto fatto al Tour de France – con un quinto posto finale – dove ha sopravanzato i suoi avversari a cronometro, li ha battuti lanciandosi in fuga vicino al traguardo, si è fatto beffa degli uomini di classifica nelle tappe di montagna. Una crescita elevata a potenza, ma che lascia ugualmente quel senso di incompiutezza e di non finito, un leggero sapore acre in bocca. Ed è proprio di questo retrogusto amaro di cui andiamo a parlare.

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Facciamo una premessa, prima che a qualcuno gli venga in mente di accusarci di avere il dito puntato o di avere in antipatia il corridore francese: Alaphilippe è stato tra i protagonisti assoluti di questo 2019, mettendo assieme una serie di risultati e una continuità che fino al 2018 gli facevano difetto. Si è consacrato come uno dei ciclisti simbolo dell’annata agonistica appena trascorsa. Ma noi suiveur siamo un po’ tignosi e di conseguenza godiamo nel fare le pulci andando a esaminare cosa manca ad Alaphilippe per diventare – o per essere – una stella di grandezza assoluta del ciclismo contemporaneo e non solo, in proiezione di un 2020 in cui lo si attenderà a un ulteriore salto di qualità e a una conferma di quanto avvenuto sin qui.

E quindi prendiamo in esame le sconfitte, che spesso tendono a fare più rumore delle vittorie, soprattutto se coinvolgono corridori come il francese. Nell’immaginario restano forti, infatti, alcune battute d’arresto dove Alaphilippe ha messo in mostra quali sono le sue lacune. All’Amstel Gold Race finisce nella rete di Mathieu van der Poel; attacca a poco meno di quaranta chilometri dal traguardo, poi nel finale si controlla con Fuglsang, il quale non vuole soccombere allo sprint come accaduto in Piazza del Campo a Siena e smette di collaborare; Alaphilippe, però, nel frattempo aveva esaurito ogni energia e subisce la beffa che ha le sembianze del tricolore olandese, il tutto dopo aver provato un’improbabile e quanto mai infinito sprint. Alla Liegi-Bastogne-Liegi è uno dei favoriti, se non il Favorito, eppure quando Fuglsang – sempre lui, il loro è stato il dualismo per eccellenza tra marzo e aprile – parte verso l’offensiva decisiva, l’ultima ruota a tenere quella del portacolori dell’Astana non è quella del francese. Inquadrato dalle telecamere prima dell’attacco del danese, il portacolori della Deceuninck fa fatica, sembra raggrinzito dal freddo, mai così piccolo, barcollante sulla sua bicicletta e affaticato da un inizio di stagione a tutta; sembra soffrire più del dovuto quel nuovo percorso che costringe i corridori a muoversi un po’ più distanti dal traguardo, rispetto alle ultime prevedibili edizioni. Finirà sedicesimo, staccato anche dal secondo gruppo e incapace di concorrere nella volata per l’undicesimo posto: una doppia sottolineatura in rosso, sotto il suo piazzamento finale.

Il terzo punto interrogativo lo mettiamo di fianco al Mondiale. Nello Yorkshire, il classe ’92 di Saint-Amand-Montrond stecca da favorito più o meno assoluto – in questo caso si divideva alla vigilia i panni del numero uno con van der Poel e Sagan. Un risultato che fa seguito alla delusione Mondiale del 2018: anche quel giorno, percorso duro, corsa lunga, tra i papabili per il titolo, finirà staccato nel finale con un ottavo posto che non dà nulla alla sua carriera.

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Il filo conduttore di queste sconfitte – diciamolo pure, pesanti –  è la lunghezza delle corse, le tante ore passate in sella. The Bottom line, direbbero gli inglesi, è il fondo, la resistenza. A qualcuno può risultare difficile crederci, ma tant’è. È migliorato nel 2019, fisiologicamente e grazie all’allenamento, ma ancora gli manca qualcosa. Duecentosessantasei chilometri all’Amstel Gold Race, in una giornata calda e su un percorso duro per una delle gare più spettacolari del 2019 – almeno nell’ultima ora e mezza – e affrontata a viso aperto dai migliori. Duecentocinquantasei chilometri nella Liegi; corsa lunga, dislivello elevato e resa ancora più difficile dalle condizioni meteo: freddo, pioggia, a tratti persino nevischio. Duecentosessantadue chilometri invece la lunghezza del Mondiale e che ne doveva misurare anche una ventina più: Alaphilippe prova a rispondere all’attacco di van der Poel e Trentin, rimbalza come una pallina contro un muro e chiuderà mestamente ventottesimo e svuotato di ogni energia, ricordando un po’ l’Alaphilippe visto alla Liegi: imbolsito, raggrinzito, fattosi piccolo piccolo nell’imbrunire del mondiale britannico.

Al termine della gara dirà di non aver mai sofferto così tanto in una corsa ciclistica, che la fine di quella giornata è stata una benedizione e di aver avuto così tanto freddo da essere arrivato con gli occhi gonfi al traguardo. Aggiungiamo noi: probabilmente le fatiche della stagione sommate a quelle di un grande Tour de France lo hanno portato a fine settembre col fiato corto e una condizione non al meglio; naturale per un corridore protagonista e vincente a gennaio e febbraio in Sudamerica e poi a marzo in Italia, fino ad aprile in Belgio, ma che evidenzia anche come, quando si sta in sella per tante ore – e al freddo – spesso Alaphilippe si ridimensiona, rimanendo un corridore di qualità è vero, ma più vicino al normale. Uno degli uomini da battere, uno dei tanti, ma da non considerare il favorito assoluto. Pensiamo anche al campionato francese del 2018 dove, dopo aver dato battaglia per tutta la corsa, si è visto sconfiggere, al termine di una gara di duecentocinquantatré chilometri, allo sprint, da Roux e Turgis, corridori che sulla carta partirebbero battuti dal corridore della Deceuninck.

©Tour de France, Twitter

Alaphilippe, pur essendo estroverso in gara – come fuori – e pur dimostrandosi a tratti spettacolare, paradossalmente risulta tatticamente monocorde. È vero che ama gettarsi in fuga, oppure le promuove lui stesso e ama fare la selezione dalla media o lunga distanza quando sembra in giornata – Strade Bianche, Amstel Gold Race, ma anche nelle tappe delle precedenti edizioni del Tour de France che non lo hanno visto lottare per la classifica – , ma se a sua volta viene stuzzicato e attaccato a fondo può andare in difficoltà, soprattutto nelle gare dal chilometraggio importante e, come abbiamo visto, con condizioni meteo particolari. Eppure qualcosa l’ha vinta, direte voi. La Sanremo misura duecentonovantadue chilometri e si sta in sella per più di sette ore e lui ha battuto nomi di primissima fascia: lo sappiamo che state pensando a questo. È vero, ma la Sanremo è una corsa in cui per duecentottanta chilometri i corridori possono, più o meno tranquillamente, stare in pancia al gruppo e risparmiare; è indubbio come si debba limare, è una corsa stressante, ti consuma energie nervose – in questo Alaphilippe è un maestro – , ma è una corsa che dal punto di vista agonistico si accende solo nel finale, dopo ore di gara lineare e banale, e il francese su finali esplosivi è il numero uno al mondo (e non temiamo smentita) e guai a portarselo allo sprint.

La Strade Bianche, invece, è una corsa di centottanta chilometri: spettacolare e ricca di spunti quanto di contenuti agonistici e non, ma pur sempre dal chilometraggio modesto per un professionista; oltretutto la versione 2019 disputata in una tiepida giornata di primavera, è stata resa più semplice da interpretare e con un epilogo che più coerente non si poteva. Discorso simile per la Freccia Vallone: se l’arrivo continuerà a essere posto sul Muro di Huy e la corsa misurerà poco meno di duecento chilometri, Alaphilippe potrebbe vincerla fino a quarant’anni.

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Prima di questa stagione Alaphilippe appariva come un ottimo corridore, lo abbiamo detto, che si fa amare per la condotta effervescente e quel suo modo di andare in bici, per la sua voglia di attaccare e di non lasciare nulla al caso – magari le smorfie piacciono un po’ meno, anche se a chi scrive non disturbano affatto – ma non un campione assoluto; si era distinto come corridore capace di gettare tante energie, e con una tale aggressività in corsa che nella sostanza gli aveva lasciato in dote “solo”, è il caso di dirlo, una Freccia Vallone e una Clásica San Sebastián: troppo poco per un tipo così. Atleta interessante, e in crescita, ma non un assiduo vincente: diciotto successi a fine 2018 e solo due corse di un giorno – il suo pane, con due podi tra Sanremo e Liegi (dove ottiene anche un quarto posto, ma pure un ventitreesimo: e provate a ricordarvi in che condizioni si corse quel giorno? Pioggia, freddo e nevischio) e qualche top ten tra Amstel, Mondiale e persino Giochi Olimpici.

Nel 2019 il miglioramento è stato evidente e in questo è riuscito a inserire persino un fantastico – qui il superlativo è d’obbligo – piazzamento finale al Tour de France, impensabile alla vigilia, favorito – in parte – e stimolato da quella maglia gialla che a un certo punto non voleva saperne di staccarsi dalle sue spalle. La strada intrapresa nella sua carriera resta in discesa – o con un finale in leggera salita come piace a lui – e l’anno prossimo lo si attende verso un ulteriore salto di qualità. D’altronde corre nella squadra giusta per migliorare ulteriormente e per rispondere sulla strada alle critiche mosse. E se diventa bersaglio dei nostri giudizi è perché il francese è uno di quelli che fa sempre parlare di sé e che vorremmo vedere vincere a ogni corsa – più o meno, dai – e quando non lo fa, ci si stringe un po’ il cuore. Come un bacio rifiutato, un bel film che finisce, una storia raccontata a metà. O semplicemente come Alaphilippe, un corridore che ancora insegue la strada per diventare il più forte di tutti.

 

 

Foto in evidenza: ©Tour de France, Twitter

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.