Perché non godersi il Giro d’Italia per quello che realmente è?

 

Terminato il periodo delle classiche, tocca ai Grandi Giri non farle rimpiangere: Giro d’Italia e Tour de France su tutti, non soltanto quindi i primi due in ordine cronologico, ma anche per seguito e prestigio. Il lavoro svolto da RCS ha fatto sì che il distacco tra la corsa italiana e quella francese venisse eroso in favore della prima.

La monotonia imposta dal Team Sky sulle salite della Grande Boucle le è costata molto in termini di affetto, mentre al Giro d’Italia si è assistito al processo opposto: al grande campione, spesso straniero, che trionfava più o meno facilmente, si sono sostituiti tanti fuoriclasse pronti a darsi battaglia nell’arco delle tre settimane (con Nibali e Aru che, seppur in momenti diversi e con esiti differenti, hanno fatto sventolare la bandiera italiana).

Non è tutto oro quel che luccica, però. Questo impulso dato da RCS, come detto coinciso con un lustro di impasse sulle strade del Tour de France, ha riaperto per l’ennesima volta una caccia alla grandeur che la corsa a tappe francese si è già assicurata da tempo, che infiamma soltanto il pubblico italiano. La speranza di avvicinare o addirittura scalzare il Tour de France dalla sua posizione privilegiata rimane quel che è sempre stata: un’illusione.

Basti pensare, ad esempio, al chiacchiericcio sul Giro d’Italia 2019 iniziato quando il 2019 doveva ancora arrivare. È un’enfasi lecita, certo: ma alla vigilia del Tour de France verrebbe etichettata come superflua. Stiamo letteralmente fremendo per la presenza di campioni che ogni anno vanno alla Grande Boucle circondati da un silenzio assordante, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. E come non rammentare il succo del discorso: la lista dei partenti, ché quasi tutto ruota intorno a quei nomi, a chi viene e a chi resta a casa, a qual è il nome del vincitore e degli sconfitti.

Ebbene, se il Giro d’Italia ha fatto dei notevoli passi avanti, va sottolineato come la maglia gialla non si sia quasi mai permessa di non ripresentarsi all’edizione successiva, scena alla quale, appena nell’ultimo decennio, il Giro d’Italia ha dovuto assistere invece in ben sei occasioni diverse: Menchov, Basso, Nibali nel 2013, Quintana, Contador e Froome, infatti, non tornarono in Italia per difendere il simbolo del primato conquistato un anno prima. Nello stesso lasso di tempo, al Tour de France è successo una volta sola, con Wiggins che trionfò nell’edizione 2012 senza ripresentarsi in quella successiva. Una dimostrazione di profondo rispetto, quello che non sempre hanno saputo portare i vari McEwen, Ullrich, Greipel e Kittel nei confronti del Giro d’Italia, interpretato come un allenamento di ottimo livello per preparare l’evento veramente importante: il Tour de France.

©Giro d’Italia, Twitter

Il Giro d’Italia 2019 è già il più ricco almeno degli ultimi vent’anni: mai come in questo caso, infatti, le edizioni del nuovo millennio hanno presentato uomini d’alta classifica così forti e in quantità così massiccia. Non ci stupiremmo, tuttavia, nel registrare lamentele diffuse se la corsa più importante d’Italia parlasse spagnolo, olandese, inglese, con rarissime tracce d’italiano.

Abbiamo tanto desiderato i campioni stranieri? Eccoci accontentati. Il prestigio ne guadagna, ma la nostra pancia potrebbe risentirne: quando Indurain, Contador, Quintana, Dumoulin e Froome hanno pedalato sulle strade italiane, per i nostri portacolori sono stati dolori. E se il piatto degli scalatori è più che abbondante, a piangere è quello degli uomini da classiche.

Nemmeno uno di coloro che hanno infiammato Milano-Sanremo, Giro delle Fiandre e Parigi-Roubaix è al via del Giro d’Italia: né Sagan, né Alaphilippe, né Gilbert; e l’elenco potrebbe continuare con Van Avermaet, Politt, Lampaert, Degenkolb, Kwiatkowski, Kristoff, Matthews, Fuglsang, Schachmann. Formolo è l’unico corridore salito sul podio di una classica monumento a partecipare al Giro d’Italia 2019. Finanche Trentin e Bettiol, rispettivamente il campione europeo e il vincitore del Giro delle Fiandre, sono stati dirottati sul Tour de France. Un caso che valga per tutti: gli uomini scelti dalla Bahrain Merida. Bole, Antonio Nibali, Garosio, Koren e forse pure Pozzovivo verranno sostituiti da Dennis, Colbrelli, Haussler, Teuns, Mohorič, García Cortina, Sieberg: i più forti, insomma, sono destinati alle strade della Grande Boucle.

“Io avevo trentatré anni, la felicità di aver vinto, il desiderio di tornare, perché ero convinto ormai che quella era, più di tutte, la mia corsa”.

Queste parole le scrisse Fausto Coppi di suo pugno per la rivista “Il Campione”, raccontando la felice esperienza al Tour de France 1952. Perfino Coppi, il più grande ciclista italiano di tutti i tempi, l’unico insieme a Merckx e Binda ad aver vinto il Giro d’Italia per cinque volte, riconosce che la Grande Boucle era “più di tutte, la mia corsa”. Così come di Pantani ricordiamo (forse inconsciamente, forse no) più spesso le vittorie sull’Alpe d’Huez, sul Mont Ventoux e a Les Deux Alpes piuttosto che quelle all’Aprica, a Montecampione e a Oropa.

Cosa significa tutto questo? Che la grandezza del Tour de France non è né in vendita né raggiungibile, che la competizione è snervante e a perdere. Esultiamo per le parole di Dumoulin e Simon Yates, che alla Grande Boucle preferiscono il Giro d’Italia. E non rinnoviamo ogni estate questa folle rincorsa. Se il Giro d’Italia vuole continuare a scrivere la sua storia, pensi al proprio giardino e a coltivarlo nella maniera più saggia.

 

Foto in evidenza: ©Giro d’Italia, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.