Peter Sagan ha compiuto trent’anni e il meglio è alle sue spalle.

 

 

Nei primi due mesi del 2020, Peter Sagan non si farà vedere più di tanto. Anzi, l’unica corsa in programma era la Vuelta a San Juan, terminata il due febbraio. Dunque, fino alla Strade Bianche del sette marzo, Peter Sagan non disputerà nessuna corsa. Si allenerà in Colombia, a Medellín, per qualche settimana prima di tornare in Europa, un lavoro in altura che dovrebbe aiutarlo in vista dell’intensa primavera che lo aspetta. Oltre alla prima parte delle classiche, infatti, Sagan parteciperà per la prima volta anche al Giro d’Italia. Dopodiché, ad un breve periodo di riposo seguiranno Giro di Svizzera, Tour de France e la prova in linea delle Olimpiadi. La sua stagione, come ha già dichiarato, finirà quel giorno. «Soltanto sei mesi, è vero, ma saranno sei mesi estremamente impegnativi», ha dichiarato recentemente a Cyclingnews.

Quest’anno, da quando Sagan è Sagan, per la prima volta al suo debutto stagionale non sono seguite le stesse attenzioni, lo stesso interesse di sempre. Che alla Vuelta a San Juan non sia arrivata la vittoria conta poco: è arrivato due volte sesto, una volta quinto, una volta quarto e una volta secondo, battuto da corridori più veloci (Gaviria) e momentaneamente più in forma (Barbier e Štybar). Le annate scorse, per Sagan, non iniziavano in maniera differente: magari partecipava al Tour Down Under, dove provava a vincere una tappa, ma fino alla Strade Bianche non dava la sensazione d’essere particolarmente interessato all’esito della corsa. Eppure, nonostante tutte le attenuanti del caso, è innegabile che intorno a Peter Sagan non ci sia più il trasporto di qualche anno fa.

La prima vittoria da professionista alla Parigi-Nizza 2010. Sponsor diversi, colori diversi, nomi diversi: è passata un’eternità. ©Le Gruppetto, Twitter

Intanto si potrebbe ricordare che Sagan ha compiuto trent’anni il ventisei gennaio; il 2020, peraltro, sarà la sua undicesima stagione da professionista. Ormai lo conoscono tutti, tifosi e detrattori, e tutti sanno cosa aspettarsi. Non desta più novità e scalpore. Da un punto di vista strettamente prestazionale, il 2019 è stata una stagione emblematica. All’invidiabile costanza che lo ha sempre caratterizzato sono mancate quelle vittorie che, nel recente passato, lo hanno reso grande, famoso, memorabile.

Quattro vittorie sono poche, anche se arrivano al Tour Down Under, al Tour of California, al Giro di Svizzera e al Tour de France. E poi c’è il quarto posto alla Sanremo, anticipato da tre corridori – Alaphilippe, Naesen e Kwiatkowski – che non sono più veloci di lui; l’undicesimo al Giro delle Fiandre, in una giornata che non lo ha mai visto tra i protagonisti; il quinto alla Parigi-Roubaix, incapace di resistere al forcing di Gilbert, Politt e Lampaert; e il quinto nella prova in linea dei campionati del mondo, a detta dello stesso Sagan un errore di valutazione: era sicuro che il drappello degli attaccanti venisse ripreso. Quella che per molti altri corridori corrisponderebbe alla stagione migliore della carriera, per Sagan si è rivelata una delle peggiori.

Tuttavia, sarebbe ingiusto crocifiggere Sagan per una stagione buona ma non eccezionale. Una flessione ci può stare: ogni sportivo deve attraversare dei momenti più complicati, anche il più famoso e il più vincente. La sfortuna di Sagan – perché di sfortuna si tratta: lui non ha nessuna colpa a riguardo – è che la sua annata peggiore dal 2014 è stata la più elettrizzante del decennio: quella in cui diversi corridori hanno trovato la loro consacrazione, quella che ha segnato un ricambio generazionale pressoché definitivo.

Ewan, Ackermann, Groenewegen e Bennett si sono presi le volate; Alaphilippe e Fuglsang hanno vissuto una primavera memorabile; Valverde e Gilbert hanno rinnovato la loro leggenda con i trionfi nel campionato del mondo del 2018 e nella Parigi-Roubaix dello scorso anno. In più, con le vittorie al Giro d’Italia e al Tour de France, il ciclismo sudamericano ha dimostrato di saper capitalizzare le occasioni che gli si sono presentate. La storia di Roglič, e soprattutto la sua parabola ciclistica, si fanno sempre più interessanti. E infine, come se non bastasse, sono spuntati i van Aert, i van der Poel, gli Evenepoel: corridori più freschi e più giovani dello slovacco, altrettanto forti e intenzionati a lasciare il segno.

©Emanuela Sartorio

L’età e il palmarès sono due aspetti preponderanti della faccenda. Sagan ha trent’anni ed è professionista da quando ne aveva venti. Ha corso e vinto tanto, praticamente ovunque. L’atteggiamento che gli ha permesso di rivoluzionare il mondo del ciclismo è lo stesso che ci fa dire che il suo ritiro è più vicino di quanto si creda. Lui stesso, ancora a Cyclingnews, ha rivelato di «vedere la fine, di non continuare fino a quarant’anni, di non avere molte stagioni a disposizione». Un po’ per la carriera dispendiosa, certo, ma anche per il suo stile: un personaggio come Sagan non si accontenterebbe di vivacchiare in mezzo al gruppo, di un piazzamento tra i primi dieci come miglior risultato al quale ambire, di affidarsi alla fuga e alla speranza che il gruppo non sia interessato a riacciuffarla.

E poi, il palmarès: cosa manca a Peter Sagan? Quali sono gli appuntamenti che possono spingerlo ad allenarsi duramente? La Milano-Sanremo, principalmente, quella che meglio gli si adatta e che più volte ha sfiorato delle tre classiche monumento che non ha vinto. Magari l’oro olimpico, anche se il percorso sembra troppo difficile per lui; ma si diceva lo stesso quattro anni fa, quando vinse Van Avermaet: successivamente, Sagan avrebbe dichiarato che veder vincere un uomo da classiche come Van Avermaet non fece altro che aumentare il suo rimpianto per aver scelto la mountain bike a discapito della strada. Le Olimpiadi di Tokyo, però, potrebbero essere le ultime per Sagan: tra quattro anni avrebbe trentaquattro anni e mezzo e probabilmente non sarà più un ciclista professionista. Forse il quarto campionato del mondo potrebbe tenerlo motivato, l’unico record che appare alla sua portata tra quelli che non ha ancora stabilito.

Le opzioni sono queste, non ne rimangono altre. A meno che Sagan non decida di reinventarsi come ha fatto Gilbert, anche se il belga si preparava ad un cambiamento simile da anni e ha dimostrato una longevità che non pare alla portata di Sagan. Cambiare disciplina sembra ancora più improbabile: nel ciclocross dovrebbe scontrarsi settimanalmente con van der Poel, van Aert, Aerts, Pidcock, Iserbyt e compagnia bella; nella mountain bike, la sua prima grande passione, troverebbe di nuovo van der Poel e Schurter, un’autentica leggenda della disciplina.

©Le Tour de France, Twitter

Il declino di Peter Sagan è lento, ma inevitabile. E non è iniziato oggi: va avanti dall’inizio della scorsa stagione e la sferzata d’energia e di anarchia portata dai nuovi talenti non lo ha aiutato. Pochi giorni fa ha detto a Cyclingnews di «continuare a pedalare perché sta bene, perché è quello che gli piace ancora fare e perché vuole vincere», ma che gli venga chiesto e che, talvolta, sia lui a tirare fuori il discorso, dà la misura della questione. Non è un corridore in disarmo: ha ancora qualche vittoria prestigiosa nelle gambe e nella testa, ma saranno sempre meno e sempre meno scontate. Persino gli arrivi a ranghi ristretti, che fino a qualche anno fa erano il suo terreno di caccia preferito, oggi gli si concedono con più difficoltà e a volte preferiscono la corte di altri corridori.

Senza se e senza ma, il decennio archiviato qualche settimana fa è stato il decennio di Peter Sagan: più di Nibali, più di Froome, più di Gilbert, più di Valverde; persino più del Team Sky, che ha segnato un punto di non ritorno nell’organizzazione, nella tecnica e nella professionalità. A Sagan è ascrivibile persino un’era, merito e onore riservato a pochissimi eletti: dal 2013 al 2018 è stato il corridore che ha vinto di più, che ha emozionato di più, che ha fatto uscire il ciclismo dalla bolla nella quale risiede. Come ogni era sportiva, anche la sua è durata “poco”: un lustro. Ma il “poco” è relativo, se è vero che cinque anni in una carriera sportiva sono un periodo non indifferente. Tuttavia, quei giorni sono finiti: non sono lontani, ma sono passati. Può darsi che qualcuno di essi sia addirittura replicabile. Ma l’era di Peter Sagan è definitivamente tramontata.

 

 

Foto in evidenza: ©Marino Lo Chiatto, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.