Storia del movimento ciclistico danese, piacevolissima novità del ciclismo contemporaneo.

 

 

Ventidue corridori nel World Tour maschile, due in quello femminile; quattro atlete danesi tra le Continental, quattordici atleti tra le Professional; una squadra maschile con licenza Professional, la Riwal Readynez, con un valore espositivo stimato intorno ai diciotto milioni di euro; un calendario scarno, ma di buon livello: la Fyn Rundt, vinta due volte da Mads Pedersen, e il GP Himmerland Rundt, vinto da Magnus Cort Nielsen nel 2014, e soprattutto il Giro di Danimarca, vinto da Fuglsang e Gerrans, da Kelderman e da Valgren, da Pedersen e van Aert; il Tour de France che ha scelto Copenaghen come sede della Grand Départ per il 2021. Da nazione capace di recitare da protagonista soltanto a ondate, la Danimarca ha inaugurato un modello vincente e in grado d’essere replicato. Certo, le generazioni non sono tutte uguali; stesso discorso per il contesto nel quale corridori di epoche diverse si trovano a dover pedalare. Tuttavia, i progressi compiuti dal movimento danese sono indubbi e le prospettive non mancano. E non potrebbe essere altrimenti, considerando la centralità della bicicletta nella società danese.

©Frej Elbæk Schjeldal, Twitter

Un bacino notevole

Stando a quello che dice Wikipedia, la Danimarca conta sei milioni scarsi di abitanti. Per rendere l’idea, basti dire che la Sicilia si aggira sui cinque milioni e la Lombardia oltrepassa, seppur di poco, i dieci. Va da sé che, da un punto di vista strettamente ciclistico, il bacino dal quale attingere non è paragonabile a quello di altri paesi europei come Olanda, Belgio, Francia, Germania, Spagna, Italia e Inghilterra. Eppure, allo stesso tempo, il bacino dal quale può attingere il movimento ciclistico danese è notevole: è l’aspetto qualitativo e non quello quantitativo, infatti, a fare la differenza nel modello danese.

La bicicletta è arrivata in Danimarca negli anni ’80 dell’’800 e fino alla prima metà del secolo successivo la sua fama e il suo utilizzo si sono diffusi senza intoppi. Si trattava di un mezzo comodo, facilmente accessibile, che dava l’impressione di mettere tutti sullo stesso piano: alla fine, per muoversi in bicicletta, deve pedalare e sudare tanto il ricco quanto il povero. La prosperità economica del secondo dopoguerra, tuttavia, sgretolò il primato della bicicletta, sostituita dai motori: macchine, motociclette, furgoni, motorini; e ancora strade, parcheggi, autostrade. Quello che accadde in occidente, in sostanza, accadde anche in Danimarca.

La svolta decisiva arrivò negli anni ’70. Quando il petrolio divenne causa di crisi e guerre nel Medio Oriente, la Danimarca ripensò la sua mobilità. Da lì in poi, una serie di provvedimenti segnò la strada: campagne politiche e pubblicitarie a favore della bicicletta; infrastrutture che permettevano, e anzi incentivavano, l’utilizzo della bicicletta; una tassazione sempre più alta sulle automobili e sulla benzina; l’accento posto sempre più spesso su problematiche quali l’inquinamento e i cambiamenti climatici. Da decenni, ormai, è lecito affermare che, tra i paesi Europei, soltanto l’Olanda può contare su una cultura ciclistica più radicata. Pedalare in Danimarca è un’esperienza talmente comune e raccomandata che perfino Wikipedia può annoverare, tra le sue pagine, una che si chiama esattamente così: Cycling in Denmark. Un equivalente italiano, una sorta di “Pedalare in Italia”, non esiste.

©Wikipedia

È vero, rispetto ad altri paesi la Danimarca è avvantaggiata: è più piccola, probabilmente anche più raccolta, e sostanzialmente piatta. Nonostante ciò, tuttavia, gran parte del merito va riconosciuto ad una società che ha le idee ben chiare. Ai bambini viene istintivo imparare a pedalare tra i due e i cinque anni, prima di entrare alle scuole elementari: intanto prendono confidenza col mezzo muovendosi su una bicicletta senza pedali, poi passano ad una che i pedali li ha. D’altronde, quel mezzo li è familiare: i genitori, infatti, se li portano costantemente dietro, che si tratti di accompagnarli a scuola, fare una scampagnata o sbrigare qualche commissione. E il mezzo col quale i genitori si muovono, va da sé, è la bicicletta.

Nella realizzazione delle infrastrutture, ovviamente, si tiene conto della presenza delle biciclette. Chi si muove pedalando può stare tranquillo: può contare su una segnaletica riservata, sul buonsenso degli automobilisti e su una diffusa sensazione di sicurezza. Il codice della strada, in Danimarca, contempla la presenza della bicicletta come mezzo e l’educazione stradale è una delle materie che viene insegnata a scuola. Pare che indossare il casco non sia obbligatorio, ma caldamente consigliato: un atteggiamento più che sufficiente, evidentemente, dato che tutti lo indossano. Le regole sono rigide, tanto per gli automobilisti quanto per i ciclisti, e vengono fatte rispettare senza tanti fronzoli. In più, a differenza di quanto succede anche in Italia, muoversi in bicicletta non è visto come degradante e umiliante: come se la bicicletta fosse riservata a chi non può permettersi una macchina, intramontabile status symbol di un paese – l’Italia, ovviamente – che lavora per spendere e spende per far vedere quanto guadagna.

Apportare qualche dato ha sempre il suo fascino: muovendosi in bicicletta, le emissioni di CO2 del paese vengono ridotte di circa ventimila tonnellate ogni anno; in media, ogni chilometro pedalato e non “guidato” si tramuta in un dollaro risparmiato in termini di salute; senza contare gli oltre dodicimila chilometri di piste ciclabili, i nove danesi su dieci che possiedono una bicicletta, il 44% degli studenti tra i dieci e i sedici anni che va a scuola in bicicletta. L’unica pecca è il numero dei furti, altissimo: tra i sessantamila e gli ottantamila ogni anno. La Danimarca, tuttavia, non è rimasta a guardare e ha provato a mettere una pezza: ogni telaio è munito di un codice che lo contraddistingue e la bicicletta, ovviamente, può essere assicurata al momento dell’acquisto. Se non basta a scoraggiare i furti, tutto questo serve quantomeno a risarcire il cliente: il sistema dei rimborsi, infatti, sembra funzionare piuttosto bene.

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Talento, competenza, progettualità

Secondo Michael Valgren, intervistato da Velonews nel 2019, i due sport nazionali rimangono calcio e pallamano, ma il ciclismo ha iniziato a guadagnare parecchi consensi dopo la vittoria di Bjarne Riis al Tour de France 1996. «I danesi sono pazzi per il ciclismo», affermava Valgren. «Iniziano a riconoscere i ciclisti danesi più famosi, per alcuni di noi ormai è impossibile uscire di casa senza essere fermati. E poi, anche il numero di giornalisti specializzati è cresciuto molto». Secondo Mads Pedersen, buona parte del merito di questo successo è della Federazione Ciclistica Danese. «Facevo parte del giro della nazionale quand’ero ancora diciassettenne», ha ricordato a Cyclingnews dopo essersi laureato campione del mondo a Harrogate. «I ragazzi imparano a prendere confidenza col professionismo fin da giovanissimi. È per questo che riescono a togliersi belle soddisfazioni fin da subito: perché arrivano nel World Tour già consapevoli di quello che li aspetta».

Questo atteggiamento, a dire la verità, può gettare qualche ombra sul futuro di questi ragazzi. Saranno ancora integri e motivati tra qualche stagione? Oppure si renderanno conto d’aver forzato le tappe, avendo adottato un approccio professionistico quando ancora non era il momento? Sono dubbi leciti e interessanti; tuttavia, tali rimangono: soltanto il tempo dirà come stanno le cose.

In un pezzo commissionatogli da Rouleur nel 2019, Mads Würtz Schmidt ha ripercorso le tappe più importanti della sua carriera giovanile. Würtz Schmidt, passato alla Israel Start-Up Nation dopo tre stagioni alla Katusha, è nato nel 1994: questo significa che ogni domenica alcuni dei suoi avversari si chiamavano Søren Kragh Andersen, anch’esso del 1994, e Mads Pedersen, nato invece nel 1995. Secondo Würtz Schmidt, sono tre le figure che hanno impresso il cambio di passo al movimento ciclistico danese: gli Skelde, Michael e Christa, e Morten Bennekou. Ogni ciclista danese di buon livello, prima o poi, si trova a dover lavorare con almeno uno di loro; in alcuni casi, con tutti e tre.

Magnus Cort Nielsen. ©Youtube

Michael e Christa Skelde hanno animato a lungo il progetto della Cult Energy, squadra danese attiva perlopiù tra le Continental. La maggior parte dei talenti danesi dell’ultimo decennio sono passati da qui: Juul-Jensen, Valgren, Hansen, Würtz Schmidt, Kamp, Cort Nielsen, Quaade, Pedersen. Nel 2014, un anno prima che chiudesse i battenti, la Cult Energy poteva contare su un tridente dal talento cristallino: Pedersen, Cort Nielsen e Würtz Schmidt. «Michael e Christa sono stati fondamentali nel percorso di crescita di ognuno di noi», ha scritto Würtz Schmidt su Rouleur. «Christa si occupava dell’aspetto umano. Ci ha insegnato che migliorare come ciclisti non è abbastanza: alla crescita sportiva è necessario accompagnare quella umana. Ci ha fatto maturare, abbiamo imparato a conoscere noi stessi. Quando avevamo un problema, quando le cose non andavano, quando avevamo bisogno di sfogarci, andavamo da lei.

Michael, invece, era il team manager. Ci ha insegnato tutto il resto, quello che riguarda la sfera sportiva. Era duro ed esigente, tanto con noi quanto con sé stesso. Secondo lui, non avevamo bisogno delle biciclette più costose per dare battaglia e provare a battere rivali più ricchi e conosciuti di noi. Con lui abbiamo imparato a credere in noi stessi, a pedalare con coraggio, a prendere il toro per le corna e a provare a indirizzare la corsa dove volevamo noi. Abbiamo appreso anche il significato del gioco di squadra, ovviamente: è così che abbiamo ottenuto i successi più prestigiosi».

Il Tour de l’Avenir 2015 è la dimostrazione di quello che Mads Würtz Schmidt scriveva lo scorso anno su Rouleur. Delle prime cinque tappe, un prologo e quattro frazioni in linea, la nazionale danese ne conquistò quattro: il prologo e la terza tappa con Søren Kragh Andersen, la seconda con Mads Pedersen e la quarta con Würtz Schmidt; nella tappa numero uno, l’unica delle prime cinque a sfuggire ai danesi, Würtz Schmidt concluse al secondo posto.

Nell’economia della nazionale danese, l’assenza di uno scalatore è stata fondamentale. È difficile che in Danimarca nasca uno scalatore, considerando che il paese è pressoché piatto: ad alti livelli, infatti, si fa notare soltanto Fuglsang, con Hansen ed Eg che di tanto in tanto riescono a difendersi egregiamente. Eppure, per la nazionale danese è stata una fortuna: non avendo uno scalatore per il quale dover lavorare nelle corse a tappe, i danesi hanno potuto interpretare ogni tappa come se fosse una corsa d’un giorno, puntando al successo senza curarsi della classifica generale. Ognuno ha potuto giovare di una libertà quasi indecente, imparando così a prendersi le proprie responsabilità e a familiarizzare col concetto di vittoria.

Søren Kragh Andersen. ©Capo Velo, Twitter

Nell’ammiraglia danese che seguiva il Tour de l’Avenir 2015 sedeva Morten Bennekou, attualmente rientrato nei ranghi federali dopo qualche stagione nello staff della Sunweb. Intervistato da DirectVelo durante il Tour de l’Avenir, Bennekou fornì un quadro generale del movimento ciclistico danese. «In passato, a volte ci affidavamo a uno o due corridori in particolare. Quest’anno, tuttavia, abbiamo un gruppo omogeneo e molto forte: ognuno dei nostri corridori ha la possibilità di vincere. Non esiste una tattica definita prima dell’inizio, ci adattiamo ad ogni situazione. Questa generazione è eccezionale; ha un grande potenziale, lo sappiamo da almeno cinque o sei anni. Si conosce bene da diversi anni e quindi ha automatismi collettivi. L’anno prossimo potrebbe essere diverso, però: chi lo sa?

Conosco molto bene i ragazzi perché seguo attentamente tanto gli juniores quanto i dilettanti: questo mi dà una visione di almeno cinque anni. Alcuni li alleno personalmente, per quanto riguarda gli altri mi sento costantemente coi loro allenatori. È importante anche il ruolo delle loro squadre Continental, con le quali la Federazione Ciclistica Danese organizza i calendari per accontentare tutte le parti in causa. Ci interessa la loro crescita complessiva, non soltanto quella sportiva: anche per questo hanno a disposizione uno psicologo col quale possono parlare di persona e a telefono. Presumo che questi ragazzi, essendo robusti e venendo da un paese sostanzialmente piatto, possano eccellere nelle classiche del Nord e nelle brevi corse a tappe non particolarmente impegnative. Li lasciamo andare soltanto quando li reputiamo pronti, non abbiamo fretta: mai dopo un anno, due è il minimo e quattro il massimo. E lavoriamo con pochi ragazzi alla volta, in modo tale da poterli seguire meglio».

©Jordan Benjamin-Sutton, Twitter

Campioni del mondo

Leif Mortensen medaglia d’argento nel 1970; Jørgen Marcussen, bronzo nel 1978; Bohee “Bo” Hamburger, di nuovo argento nel 1997; e Matti Breschel, bronzo nel 2008 e argento nel 2010. Prima della vittoria di Mads Pedersen ad Harrogate, queste sono state le occasioni in cui un atleta danese ha conquistato una medaglia nella prova in linea dei campionati del mondo. Il giorno successivo al trionfo di Pedersen, la Danimarca era un paese in festa: il Politiken scrisse che aveva fatto la storia del ciclismo danese insieme alla nazionale di calcio che nel 1992 vinse gli Europei e a Caroline Wozniacki, vincitrice degli Australian Open di tennis nel 2018; il Berlingske, invece, riportò le parole di Henrik Jess Jensen, il presidente della Federazione Ciclistica Danese, che la definì «la miglior giornata della storia federale». Il successo di Pedersen è epocale, d’accordo, ma nelle ultime stagioni i corridori danesi sono andati a segno spesso e volentieri.

Dopo l’argento olimpico di Rio de Janeiro, ad esempio, Jakob Fuglsang si è sbloccato: sono arrivate due edizioni del Delfinato, una Liegi-Bastogne-Liegi, una tappa al Giro di Romandia, alla Tirreno-Adriatico e alla Vuelta, senza contare i numerosissimi piazzamenti. Cort Nielsen, invece, si è distinto alla Milano-Sanremo con tre ottimi piazzamenti consecutivi – undicesimo, ottavo, quindicesimo – e ha centrato due tappe alla Vuelta e una tanto al Tour de France quanto alla Parigi-Nizza. Søren Kragh Andersen, da par suo, è diventato campione del mondo con la Sunweb nella cronosquadre e ha conquistato una Parigi-Tours e una tappa al Giro di Svizzera. Nel frattempo, Michael Valgren non è rimasto a guardare: dopo aver vinto due edizioni consecutive della Liegi-Bastogne-Liegi riservata agli Under 23, tra i professionisti ha fatto sue una Omloop Het Nieuwsblad e una Amstel Gold Race, senza dimenticare il quarto posto al Giro delle Fiandre 2018, il settimo nella prova in linea del campionato del mondo di Innsbruck e il sesto nella medesima prova ad Harrogate.

E non è certo finita qui. Prima di diventare campione del mondo, Mads Pedersen si era fatto conoscere concludendo al secondo posto il Giro delle Fiandre 2018. Stesso risultato conquistato da Kasper Asgreen un anno più tardi ancora al Giro delle Fiandre, secondo nel 2019. Del movimento danese, Asgreen è uno dei corridori più talentuosi: passista eccelso, è stato campione del mondo con la Quick-Step nella cronosquadre e nel 2019 ha concluso al secondo posto la prova contro il tempo dei campionati europei, diciannove secondi più lento di Evenepoel.

©Cycling Weekly, Twitter

Il movimento danese, tra l’altro, può permettersi anche dei gregari di assoluto livello: Mads Würtz Schmidt, campione del mondo nelle cronometro prima tra gli juniores e poi tra gli Under 23; Casper Pedersen, vincitore della prova in linea dei campionati europei riservata agli Under 23 nel 2017; Michael Mørkøv, pistard dal valore indiscutibile e pedina fondamentale per tanti velocisti su strada; Niklas Eg e Jesper Hansen, scalatori che sanno fare il loro mestiere; Alexander Kamp, passato quest’anno alla Trek-Segafredo; Michael Carbel, medaglia di bronzo nella prova in linea dei campionati del mondo di Bergen del 2017; e Christopher Juul-Jensen, vincitore di una tappa al Giro di Svizzera e passista di comprovata fiducia alla Saxo Bank prima e alla Mitchelton poi.

E poi, i giovani, le nuove leve: così fresche e talentuose da far sembrare già vecchio Mads Pedersen. C’è Andreas Stokbro, vincitore del Giro delle Fiandre riservato agli Under 23 nel 2019; c’è Mikkel Bjerg, per tre stagioni consecutive campione del mondo tra gli Under 23 nelle prove contro il tempo; c’è anche Jonas Vingegaard, vincitore di una tappa al Giro di Polonia lo scorso anno; Andreas Kron, quinto nella prova in linea dei campionati del mondo di Harrogate riservata agli Under 23 e nono, quest’anno, al Laigueglia; Frederik Rodenberg, il campione danese in carica tra gli Under 23; Morten Hulgaard, sesto nella prova a cronometro dei campionati del mondo di Harrogate riservata agli Under 23; Julius Johansen, vent’anni appena, campione danese tra gli Under 23 nel 2018; Jacob Hindsgaul Madsen, che di anni ne ha addirittura diciannove; Niklas Larsen, secondo nella prova in linea dei campionati europei di Alkmaar riservata agli Under 23 e terzo in quella dei campionati danesi riservata ai professionisti, nonostante faccia ancora parte della categoria sottostante; e ancora Jonas Gregaard, Mathias Norsgaard, Mikkel Frølich Honoré.

©Cyclingnews.com, Twitter

Parlando di ciclismo danese, non si può trascurare la componente femminile. Le atlete di punta sono pochissime, è vero, ma hanno già dimostrato di poter raccogliere risultati altisonanti: Cecilie Uttrup Ludwig compirà venticinque anni ad agosto e in carriera è già stata sesta al Giro Rosa, quarta e terza a La Course by Le Tour de France, terza al Giro delle Fiandre e due volte terza al Trofeo Alfredo Binda; l’altra, Amalie Dideriksen, deve ancora compiere ventiquattro anni e si è laureata campionessa del mondo in tre occasioni diverse: due, consecutive, tra le juniores e una, la più importante, tra le professioniste. La sua vittoria nella prova in linea dei campionati del mondo di Doha è stata la prima raccolta su strada nella massima categoria: ha anticipato di tre anni quella di Pedersen.

Le prime corse del 2020 – le uniche, almeno per un bel po’ – hanno ribadito la centralità del movimento ciclistico danese. Søren Kragh Andersen è stato terzo alla Omloop Het Nieuwsblad e decimo, con una vittoria di tappa, alla Parigi-Nizza; Kasper Asgreen ha vinto la Kuurne-Bruxelles-Kuurne per poi brillare alla Parigi-Nizza; Magnus Cort Nielsen ha conquistato una tappa dell’Etoile de Bessèges, sfiorandone altre due; e Jakob Fuglsang ha dominato l’unica corsa alla quale ha preso parte, la Vuelta a Andalucía.

Come se non bastasse, la Danimarca ha fatto la voce grossa anche nei campionati del mondo su pista di Berlino disputati alla fine di febbraio: il quartetto formato da Lasse Norman Hansen, Julius Johansen, Frederik Rodenberg Madsen e Rasmus Pedersen ha coperto quattro chilometri in 3:44.672. Questo significa tre cose: nuovo record del mondo; muro del 3:45 abbattuto; 64.093 chilometri orari di media. Strada o pista, non fa nessuna differenza: il modello danese si sta dimostrando facilmente replicabile, purtroppo per tutti gli altri.

 

 

Foto in evidenza: ©SEG Cycling, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.