Fabio Aru ci ricorda quanto l’opinione pubblica sia dura, esigente e materialista.

 

Non giriamoci intorno: il 2018 di Fabio Aru, fatta eccezione per qualche isolato piazzamento, è stato un anno da dimenticare. Certo, è in buona compagnia: Kittel, Barguil Zakarin, Cavendish, Greipel, Gilbert, Štybar, Boasson Hagen, Tony Martin, Vanmarcke, Rui Costa, Ulissi. Ognuno di questi ha sulla coscienza una stagione fatta più di bassi che di alti. Ma questo non può bastare a Fabio Aru: gli errori altrui non devono ingannarci rendendo meno marchiani i nostri. Cos’è andato storto ancora non si sa, è possibile soltanto formulare qualche ipotesi: una preparazione errata, un’annata gestita male anche nel suo svolgimento, una serenità mentale che il sardo deve ritrovare e che momentaneamente è assente, uno staff non all’altezza della situazione. Forse, una combinazione di tutti questi fattori. Chi scrive non è interessato né a fare un processo né tantomeno a tirare a indovinare. I bei giorni del primo Aru, che hanno il loro culmine nella vittoria della Vuelta a España 2015, sono lontani: rievocarli non avrebbe senso perché parleremmo di un corridore che, oggi, non esiste più. Ma che, fino a prova contraria, non è detto che non possa ritornare. Infatti, fino ad ora l’opinione pubblica si è spaccata in due: da una parte, coloro che reputano il sardo una meteora, un corridore che ha già toccato il suo apice; dall’altra, chi gli è rimasto affezionato ma non si rende conto di trattarlo come un malato terminale, un appestato del quale si può avere soltanto compassionato. E se una sola annata storta non meritasse questo clima da estrema unzione?

Di Fabio Aru si parla talmente tanto male che, a volte, viene da pensare che per alcuni ci siano dietro delle questioni personali. Una nettezza che lascia spiazzati, una presa in giro continua, come se Aru fosse un pagliaccio che in passato ha osato atteggiarsi da primattore. Del sardo conviene ricordare alcuni dati salienti. È nato nel 1990, dunque compirà ventinove anni il prossimo tre luglio, praticamente l’età che aprì a Greg Van Avermaet le porte del successo: quindi anche l’anagrafe consiglia un po’ più di prudenza nel giudizio. In più, Aru ha dimostrato il proprio valore perfino nei momenti più difficili. La stagione 2016, durante la quale il sardo avrebbe dovuto dare seguito ai grandi traguardi raggiunti nei due anni precedenti, regalò in realtà diversi scricchiolii. Ebbene, nonostante il 2016 e il 2018 siano stati costellati di difficoltà, Fabio Aru ha conquistato alcuni risultati sui quali riflettere: una tappa al Delfinato, il sesto posto nella prova in linea delle Olimpiadi di Rio de Janeiro dopo aver lavorato per Vincenzo Nibali, il tredicesimo posto al Tour de France maturato al termine di una disgraziata ventesima tappa (alla partenza della stessa era sesto a un minuto e mezzo dal terzo posto di Quintana); e ancora, il quarto posto nella tappa regina dell’ultima edizione della Tirreno-Adriatico, il sesto posto al Tour of the Alps, diversi piazzamenti nelle classiche italiane di fine stagione. Lungi da chi scrive voler difendere o giustificare la palese mancanza di rendimento di Aru: qualcosa che non va c’è, ovviamente, e la responsabilità è soltanto sua. Allo stesso tempo, però, è innegabile che il talento che lo ha spinto fino ad ora è apparso anche nei frangenti più difficili: nel caso del sardo, tutto questo non può bastare. Ma quanti altri corridori, dopo aver lavorato per il loro capitano poi tagliato improvvisamente fuori da una caduta, riuscirebbero a centrare il sesto posto nella prova in linea delle Olimpiadi?

 

Vincenzo Nibali, nonostante il suo successo fosse annunciato fin dalla giovanissima età, ha espresso il suo miglior ciclismo una volta compiuti ventotto anni. ©Ciclismo Italia, Flickr

 

Il 2017, invece, ci dà l’opportunità di parlare di un altro aspetto della questione. Fabio Aru, come detto, veniva da una stagione tutt’altro che positiva. Nemmeno l’inizio della nuova sembrò sorridergli: dopo un buon approccio alle gare orientali, l’infortunio al ginocchio prima e la tragica scomparsa di Michele Scarponi poi sembravano aver ormai buttato all’aria i progetti fatti d’inverno. Un caro amico, nonché importante riferimento sportivo, non c’era più; la centesima edizione del Giro d’Italia, la sua corsa, partiva dalla Sardegna, la sua terra, senza di lui. E invece, caparbio e volenteroso, visse un’estate indimenticabile: il quinto posto al Delfinato dopo quasi tre mesi lontano dalle corse, il campionato italiano, il quinto posto al Tour de France arricchito da un successo di tappa e dalla maglia gialla assaporata. Dopo la tredicesima piazza alla Vuelta, riuscì a chiudere l’annata col podio alla Milano-Torino e il settimo posto al Giro di Lombardia. Cosa significa tutto questo? Ognuno può dare l’interpretazione che reputa più giusta. Chi scrive ha provato a guardare dove nessun altro, almeno per ora, non ha guardato: Fabio Aru ha già attraversato il buio, uscendone a testa alta e in grado di rischiarare il circondario. Fabio Aru può tornare ai livelli che gli competono perché lo ha già fatto in passato, rialzandosi da batoste e drammi ben più gravi.

Forse ci vorrebbe un po’ di pazienza in più. Nel bene e nel male, che il corridore in questione sia un ragazzo alle prime armi oppure un trentenne in apparente fase calante. Mai si dà al tempo il valore che merita, mai si guarda al dopodomani e non soltanto al domani. Chi vince oggi è chiamato a ripetersi giorno dopo giorno, chi oggi perde è destinato invece all’oblio: la possibilità di riscattarsi, per lui, è vana. Eppure la nazionale italiana dovrebbe aver insegnato qualcosa di importante: che Viviani, ad esempio, in due anni ha vinto quello che non aveva conquistato nei precedenti sei; che Trentin non è soltanto un buon gregario; che Moscon sarà pure una testa calda ma le gambe girano che è una meraviglia; che dei gregari esperti e apprezzati come i nostri ce ne sono pochi (Cimolai, Guarnieri, Sabatini, Puccio, Capecchi, Benedetti, Cataldo); che abbiamo degli outsider che sanno distinguersi, come De Marchi, Battaglin, Colbrelli, Caruso, Ulissi, Felline, Nizzolo, Brambilla; e che la generazione dei vari Pozzovivo, Visconti, Bennati, Pellizzotti è invecchiata particolarmente bene.

 

Questi che adesso sono dati di fatto, fino a qualche anno fa venivano derubricati a sogni, slanci ottimistici, fantasie: c’era soltanto Vincenzo Nibali e dopo di lui, ma molto più in basso, Fabio Aru. Sì, Aru, lo stesso che oggi è finito nel calderone degli inconsistenti. Sì, Nibali, il campione che oggi tutti fanno proprio e strattonano per averne un brandello: nessuno ha la mente abbastanza buona (e onesta) per ricordarsi cosa si diceva del siciliano nel 2011 e nel 2012, quando avrebbe dovuto confermare i progressi fatti vincendo alla Vuelta nel 2010 e invece Contador, Scarponi e il Team Sky furono più bravi e forti di lui, mentre l’opinione pubblica lo trattava come un incompiuto; nessuno ha le mente abbastanza buona (e onesta) per ricordarsi che Vincenzo Nibali maturò definitivamente tra il 2013 e il 2014, quando era prossimo ai trent’anni. Come a voler rimarcare il fatto che ogni frutto matura a suo tempo, che un anno di sconfitte non può costare insulti e sberleffi, che avere molta pazienza, spesso, significa avere ragione.

 

Foto in evidenza: ©Antonino Caldarella – bicifoto.it

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.