Il velocista più forte del mondo

Per capire cosa aspettarsi da Mark Cavendish, bisogna conoscere il suo passato.

 

 

Dei tanti velocisti che corrono nel World Tour, Phil Bauhaus è uno dei più normali. Tuttavia, definendo Bauhaus “normale”, si sottintende la straordinarietà di altri. E in un certo senso è vero, è proprio così. In un momento storico in cui il livello delle prestazioni si alza sempre di più, ci sono almeno una decina di velocisti in grado di giocarsi la vittoria in una classica o in una tappa dei grandi giri a suon di volate eccezionali per potenza, durata e velocità massima. Uno spettacolo di altissimo livello che trae la propria linfa da una situazione di sostanziale equilibrio. I nomi sono arcinoti: Sagan, Ackermann, Bennett, Ewan, Gaviria, Viviani, Groenewegen, Jakobsen, Démare, Trentin, Matthews, Kristoff, Degenkolb.

Phil Bauhaus. ©Saudi Tour, Twitter

Bauhaus non fa parte di questo gruppo. Compirà ventisei anni a luglio e fino ad oggi ha conquistato una decina di successi. È professionista dal 2015 e cresce con regolarità e costanza: probabilmente non arriverà mai al livello dei migliori, ma ciò non significa che nel giro di qualche anno non possa giocarsi le proprie carte su alcuni dei traguardi più prestigiosi. Ad oggi, però, il suo nome non è uno dei primi che vengono in mente quando si parla di volate: al campionato del mondo di Doha, era il 2016, arrivò quarto tra gli Under 23 nonostante corresse coi professionisti da due intere stagioni; si piazza spesso e volentieri, è vero, ma la sua vittoria più prestigiosa rimane la quinta frazione del Delfinato del 2017. Anche per questo, probabilmente, buona parte degli addetti ai lavori si è insospettita quando ha constatato che Mark Cavendish era l’ultimo uomo di Bauhaus al recente Saudi Tour, e non viceversa.

Se Cavendish ha preferito muoversi così, c’è un motivo: nella seconda tappa, dopo una settantina di chilometri, è rovinato pesantemente a terra; non avendo la brillantezza necessaria per partecipare alla volata, ha preferito mettersi a disposizione di Bauhaus, che quel giorno concluse al secondo posto entrando definitivamente nella classifica generale. Il giorno dopo, Cavendish avrebbe deciso la terza tappa senza nemmeno muoversi: Bauhaus era in testa al gruppo per lanciargli la volata, ma proprio in quel momento Cavendish aveva impercettibilmente rallentato, causando una frattura; Bauhaus si voltava, Cavendish lo invitava a proseguire con un cenno della testa e Bauhaus vinceva così la terza frazione.

Nell’ultima tappa, la quinta, Bauhaus e Bouhanni si giocavano la classifica generale. Il francese era in testa, è vero, ma i secondi di vantaggio erano soltanto due: chi vinceva la tappa avrebbe vinto la classifica generale. Vista la situazione, Cavendish non ha avuto problemi a mettersi al servizio del compagno di squadra: con un ultimo uomo del genere, Bauhaus non poteva che vincere l’ultima tappa e classifica generale – pur tra le polemiche di Bouhanni, che ha accusato il tedesco di aver cambiato direzione troppo bruscamente. Bauhaus si dichiarava estasiato del supporto datogli da un fuoriclasse come Cavendish e Cavendish si faceva fotografare sorridente insieme ai suoi nuovi compagni di squadra. Nelle ultime settimane, il mondo del ciclismo si è spaccato in due: da una parte, chi crede che Cavendish abbia definitivamente sotterrato l’ascia di guerra per fare da chioccia ai più giovani; dall’altra, chi pensa che il velocista britannico abbia ancora qualche cartuccia da sparare.

Bauhaus trionfa e Cavendish, sullo sfondo, esulta. ©Saudi Tour, Twitter

Un virus codardo

Mark Cavendish ha vissuto i suoi anni d’oro alla Columbia, poi diventata HTC. Dopo un anno, il 2012, alla Sky, Cavendish passò alla Omega Pharma-Quick-Step e vi rimase fino al termine del 2015. In quel triennio vinse molto, ma già a partire dal 2014 la situazione tra le due parti non sembrava così idilliaca. In più, Cavendish fu costretto ad abbandonare il Tour de France 2014 al termine della prima frazione a causa di una caduta. Il 2015, come detto, sarebbe stato l’ultimo anno alla Omega Pharma-Quick-Step. Dal 2016, infatti, avrebbe corso con la Dimension Data.

Questo breve, e per certi versi ingiusto, riassunto della carriera di Mark Cavendish ci serve per sottolineare alcuni aspetti. Il primo: né la Sky né la Quick-Step avevano potuto godere del miglior Cavendish, vuoi per sfortuna o per qualche mancanza di ambedue le parti. La seconda: come avrebbe ricordato qualche tempo dopo, Cavendish era il corridore più pagato della Quick-Step e questo significa anche dover gestire pressioni non indifferenti e fungere da parafulmine nel caso in cui scarseggino i risultati o il treno riservatogli presenti qualche problema in uno dei suoi vagoni («Credo che negli anni della Quick-Step Mark Renshaw abbia avuto diverse difficoltà e mi sia costato alcune vittorie», avrebbe difatti affermato a CyclingTips nel 2017 parlando del suo ultimo uomo). Terzo: aveva bisogno di un ambiente diverso, forse più piccolo e a misura d’uomo.

Quando cominciò a vincere con la Dimension Data, Cavendish si accorse che ad ogni vittoria corrispondeva un’esplosione di gioia: quello di cui aveva bisogno. «Quello che mi piace è che le vittorie, qui, non vengono date per scontate», dichiarò nel corso della stagione. Nel trasferimento alla Dimension Data lo seguì Renshaw, che tornò ad attestarsi su ottimi livelli, e lo raggiunse Eisel, il miglior amico di Cavendish, nonché pedina importante tanto quanto Renshaw. Eisel e Cavendish hanno condiviso la camera a lungo. Quando, poche settimane fa, Eisel ha annunciato il ritiro, Cavendish è arrivato a dichiarare che senza la sua presenza avrebbe vinto molto meno. Quando, al termine del Tour of Britain 2019, Mark Renshaw si è ritirato dalle corse, ad accompagnarlo sul traguardo dell’ottava e ultima tappa c’erano proprio Eisel e Cavendish: Eisel centoquattresimo, Renshaw centocinquesimo e Cavendish, ultimo, centoseiesimo. Non si può parlare del 2016 di Cavendish senza sottolineare l’importanza di Eisel e Renshaw.

Eisel, Renshaw, Cavendish. ©NTT Pro Cycling, Twitter

In maniera abbastanza inaspettata, nel 2016 Cavendish vive una stagione strepitosa. Le vittorie su strada sono dieci e una buona metà di queste valgono tantissimo: quattro tappe al Tour de France, due all’Abu Dhabi Tour, una al Tour of Qatar, una al Tour of California, alle quali si aggiungono una tappa del Tour of Croatia e la classifica generale del Tour of Qatar. Arriva secondo allo Scheldeprijs dietro a Kittel, nella prova in linea dei campionati britannici e in quella dei campionati del mondo dietro a Sagan. Su pista, prima si laurea campione del mondo nell’Americana con Wiggins e poi conquista la medaglia d’argento nell’Omnium dietro a Viviani alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. La prima delle quattro vittorie al Tour de France, in più, gli permette di indossare la maglia gialla per la prima volta in carriera. Insieme a Merckx e Jalabert, è l’unico corridore della storia ad aver vestito la maglia di leader e ad aver vinto almeno una volta la classifica a punti dei tre grandi giri. Al Tour de France, ovviamente, è coadiuvato da Eisel e da Renshaw.

Tuttavia, le tre stagioni seguenti saranno un calvario. Nel 2017, dopo aver disputato una Tirreno-Adriatico anonima e aver perso le ruote dei migliori sulla Cipressa nella Milano-Sanremo, a Cavendish viene diagnosticato un virus: l’Epstein-Barr, uno dei peggiori. È il principale responsabile della mononucleosi infettiva, con tutto quello che essa comporta: debolezza, malessere diffuso, alti e bassi. Cavendish rientra soltanto a metà giugno, rientrando comunque tra i selezionati della Dimension Data per l’imminente Tour de France. Ma nella quarta tappa, sul traguardo di Vittel, Cavendish prova a infilarsi in un passaggio troppo stretto che Sagan, in mezzo a mille polemiche, chiude definitivamente costringendo Cavendish verso le transenne. La caduta gli procura la rottura della spalla e, quindi, il ritiro. Rientra a settembre, pensando già al 2018.

Il 2018 inizia bene: Cavendish, infatti, vince la terza tappa del Dubai Tour davanti a Bouhanni e Kittel. Ma è un fuoco di paglia. Cade alla Tirreno-Adriatico e alla Milano-Sanremo, rimanendo lontano dalle corse fino a giugno. Questa volta il suo Tour de France dura una settimana in più: va fuori tempo massimo nell’undicesima tappa, quella che si conclude a La Rosière. Qualche settimana più tardi, una serie di esami confermano le sensazioni iniziali: Cavendish deve di nuovo affrontare l’Epstein-Barr. «Non è un ritorno, una seconda volta», spiegava a Cyclingnews. «L’Epstein-Barr è un virus che non se ne va. L’unica cosa che si può fare è tenerlo sotto controllo, di modo che non si ripresenti. Ma quello attuale è lo stesso dello scorso anno. Evidentemente la diagnosi era sbagliata». Il 2018 di Mark Cavendish si concluse il 29 luglio col dodicesimo posto alla Prudential RideLondon.

©Ray Rogers, Flickr

Alla presentazione delle squadre partecipanti all’UAE Tour 2019, Cavendish doveva ancora riprendere confidenza col suo mondo. «Ormai non ricordo più cosa significhi essere normali e non avere problemi», dichiarava sconsolato a Cyclingnews. L’Epstein-Barr, almeno, se n’era andato: il virus che lo stesso Cavendish definì «un codardo, perché come ogni virus ti colpisce quando sei già indebolito» era stato definitivamente sedato. Tuttavia, la sua stagione non sarebbe mai decollata. Il punto più basso della sua carriera lo avrebbe toccato in estate, quando la Dimension Data andò al Tour de France senza di lui. Cavendish vi partecipava ininterrottamente dal 2007, da dodici edizioni consecutive. Cummings si dichiarava scioccato, mentre la squadra si spaccava: Rolf Aldag, il riferimento tecnico della squadra, spiegava di averlo incluso nella lista dei selezionati per la Grande Boucle e che, dunque, l’esclusione era stata decisa da Doug Ryder, il team manager, il quale non ha mai smentito. Fino a qualche mese fa, insomma, Mark Cavendish sembrava essere diventato quello che nessuno avrebbe mai voluto né saputo pronosticare: un corridore – di più, un campione – in caduta libera.

Senza peli sulla lingua

Mark Cavendish è sempre stato un personaggio divisivo. Di lui si ricordano polemiche, frasi sibilline e gesti inconsulti ed esagerati. Sarebbe comunque riduttivo limitare in questo recinto la dimensione emotiva di Cavendish: uno dei più grandi velocisti di tutti i tempi, un corridore che è stato capitano in alcune delle squadre più forti della sua epoca, non può non essere un leader carismatico, un atleta capace di convogliare intorno a sé la stima e il rispetto di compagni di squadra, rivali e addetti ai lavori. Nel bene e nel male, insomma, Mark Cavendish non si è mai nascosto dietro ad un dito. E le sue dichiarazioni sono ricche ed indicative come quelle di pochissimi altri ciclisti.

Riguardo al suo temperamento, qualcuno gli ha fatto notare come, all’inizio della sua carriera, fosse più nervoso ed istintivo. «È facile capire perché», spiegava a Cyclingnews lo scorso anno. «Ero il più forte di tutti, ero nel mio periodo migliore e accettare la sconfitta mi rimaneva più difficile. Ero più giovane, anche. A meno che non mi succedesse qualcosa, era difficile che perdessi. Diciamo anche che non ero abituato a perdere». Una riflessione interessante, quella dell’abitudine a perdere. Le ultime tre stagioni sono state fondamentali nel percorso di crescita di Cavendish, addirittura più da un punto di vista umano che non prettamente sportivo. È diventato vulnerabile, ha passato tanto tempo lontano dalle corse, ha accumulato qualche anno in più. Ha vinto soltanto due volte – una nel 2017 e una nel 2018 -, perdendo più di quanto avesse perso nel decennio precedente.

©Andy Thornley, Flickr

Se Cavendish è meno irruento di un tempo, deve molto alla sua famiglia. Diventare un marito e un padre di tre figli cambierebbe chiunque. Se la presenza dei figli lo responsabilizza, quella della moglie lo tranquillizza. «È il mio idolo», arrivò a dichiarare una volta. «La stimo tantissimo per quello che fa e per come lo fa. Deve badare a tre figli e anche a me, che a volte sono un bambinone di oltre trent’anni. La sua presenza non è mai un peso, anzi. Mi fa ridere, mi fa rilassare, mi distrae. Viene sempre alle corse, specialmente ai grandi giri, e per me è un sollievo. È una persona estremamente intelligente». Senza dimenticare i figli, ovviamente. «Sono tutto, per me», si limitò ad affermare qualche tempo fa.

Un ruolo fondamentale nella seconda parte della carriera di Mark Cavendish lo hanno avuto anche i suoi rivali. Nella prima metà del suo viaggio, infatti, Cavendish aveva affrontato velocisti forti ma non irresistibili: Farrar, Ciolek, l’ultimo Petacchi; anche Hushovd, certo, il quale però dava il suo meglio nelle corse più impegnative e nelle volate a ranghi ristretti. I velocisti che hanno segnato gli ultimi anni di Cavendish sono sostanzialmente tre: Greipel, Kittel e Sagan. Greipel è uscito dalla sua scuderia. Erano compagni di squadra alla Columbia e alla HTC e Greipel, in più di un’occasione, è stato fondamentale nelle vittorie di Cavendish. Poi, da quando si è messo in proprio, ha battagliato ad armi pari col suo ex capitano: al Tour de France 2015, il momento in cui le gerarchie apparvero definitivamente ribaltate, Cavendish vinse una tappa mentre Greipel addirittura quattro.

Gli scontri memorabili con Sagan, invece, sono sostanzialmente due. Il primo è quello di Vittel, chiarito in pochi minuti nonostante le polemiche iniziali. Gli strascichi, comunque, non risparmiarono nessuno: Cavendish se ne uscì con una spalla rotta, Sagan con la squalifica dal Tour de France. Il secondo risale al 2016, alla volata dei campionati del mondo di Doha. In una delle migliori stagioni della sua carriera, Cavendish avrebbe potuto diventare campione del mondo per la seconda volta. A negarglielo ci pensò proprio Sagan, che lasciò a bocca asciutta tanto Cavendish quanto Boonen. Il britannico non sapeva darsi pace. «Non ho ancora rivisto la volata», dichiarava nel 2017. «Non credo d’aver sbagliato qualcosa. Sono un grande velocista, corro da molto tempo, dunque so leggere la corsa. Non me ne voglia Sagan, un fuoriclasse, ma credo che abbia avuto molta fortuna». Cavendish non ha tutti i torti: Sagan sarà il primo a ringraziare Nizzolo per non averlo stretto verso le transenne; se Nizzolo fosse stato più opportunista, probabilmente Sagan non avrebbe mai lottato per la maglia iridata.

La rabbia subito dopo il traguardo della prova in linea del campionato del mondo di Doha. ©SuperSport, Twitter

Dei tre, tuttavia, Kittel è quello che ha dato più dispiaceri a Cavendish. Tra il 2013 e il 2017, infatti, Kittel ha conquistato quattordici tappe del Tour de France, mentre Cavendish appena la metà: sette. Quando Kittel ha annunciato il ritiro dalle corse, Mark Cavendish ha speso delle bellissime parole. «Per tanti anni mi sono sentito invincibile. Poi è arrivato una bionda montagna di muscoli a cambiare la situazione: Marcel Kittel. È stato il primo corridore che mi ha costretto ad ingegnarmi, a capire cosa potessi fare per vincere. Grazie per la rivalità, anche a nome dei tifosi».

Anche le colpe delle ultime stagioni vanno redistribuite in maniera più equa. Alcune vanno attribuite senza dubbio a Cavendish. Non è un caso, infatti, che l’Epstein-Barr lo abbia colpito all’inizio del 2017. Il suo corpo non poteva che essere minato, dopo le fatiche erculee del 2016. Nel 2016, la stagione dei suoi trentuno anni, Cavendish rimase in forma a lungo: a marzo si laureò campione del mondo nell’Americana insieme a Wiggins, in estate vinse quattro tappe al Tour de France e conquistò l’argento nell’Omnium alle Olimpiadi di Rio de Janeiro e in autunno arrivò secondo ai campionati del mondo di Doha e sesto alla Parigi-Tours. Rolf Aldag lo aveva messo in guardia sul dispendio energetico, ma Cavendish non lo ascoltò. «Saresti disposto a perdere di nuovo una stagione intera dopo averne disputata una così importante come quella del 2016?», gli chiese sua moglie nel 2017, mentre il marito era convalescente. «Senza dubbio», gli rispose Cavendish.

Cavendish avrà avuto le sue colpe, nessuno lo mette in dubbio; certo è che il contorno non si è comportato bene nei suoi confronti. Il britannico, più che delle pressioni, si è sempre lamentato dell’infondatezza di molte voci che lo riguardavano. «Un virus non lo puoi controllare più di tanto. E invece è quello che, più o meno velatamente, mi veniva chiesto. Come se la gente non mi credesse; come se credesse, invece, che la mia assenza fosse ingiustificata. Non ho mai conosciuto una persona con una mentalità forte come la mia, eppure ho avuto dei seri problemi a smaltire certe scorie. In futuro parlerò della fatica mentale che riguarda gli atleti», spiegò a Cycling Weekly lo scorso anno.

©Andy Thornley, Flickr

La componente più marcata nella carriera di Mark Cavendish rimane comunque l’ambizione, spropositata e talvolta ingestibile. La scintilla che ha alimentato le sue volate, allo stesso tempo, ha bruciato la maggior parte delle riserve fisiche e psicologiche sulle quali un grande atleta come lui può contare. «Al me stesso del passato», diceva qualche anno fa, «suggerirei di viverla con più serenità». Ma avrebbe vinto altrettanto con un approccio più sereno e distaccato? «Assolutamente no», rispose Cavendish al giornalista che glielo chiese. «Sono dipendente dalla vittoria, ne ho bisogno», affermava lo scorso anno a Cyclingnews. «Essere la versione migliore di me stesso non mi basta: io voglio essere il migliore di tutti». Si capirà, allora, quanto sia stato difficile sopravvivere all’ultimo triennio per uno sportivo del genere. Altro che fatica mentale: qualcun altro, al posto suo, si sarebbe ritirato. Non Cavendish, che ha nel mirino il ritorno al Tour de France e il record di trentaquattro vittorie di tappa di Eddy Merckx. Gliene mancano quattro, dato che è fermo a trenta dal 2016. Per inseguirlo, ha scelto la Bahrain-McLaren e la fiducia di Rod Ellingworth.

Una questione di fiducia

I primi cinquanta giorni del 2020 di Mark Cavendish sono stati piuttosto scoppiettanti. Del debutto al Saudi Tour e delle volate di Phil Bauhaus abbiamo già parlato. Una delusione, a dir la verità, c’è stata: non essendo stato convocato in Nazionale per gli imminenti mondiali su pista, Mark Cavendish ha dovuto abbandonare qualsiasi speranza per le Olimpiadi di Tokyo. La delusione non è poca, per un corridore che in pista ha saputo raccogliere risultati di assoluto livello. Tuttavia, niente deve intaccare la felicità derivata dall’arrivo nella nuova squadra. «Mi sento di nuovo un ciclista», ha dichiarato difatti pochi giorni fa.

Nel percorso che dovrebbe riportare Mark Cavendish al centro delle volate, Rod Ellingworth svolgerà un ruolo fondamentale. Ellingworth è diventato la nuova figura di riferimento all’interno della squadra. Ha portato con sé la precisione e la meticolosità del Team Sky e della Nazionale inglese, delle quali ha fatto parte a lungo. «Non posso che ringraziarlo», ha fatto sapere Cavendish. «Si è dimostrato un amico, l’unico a credere in me e nel mio rilancio. Molti presunti amici, negli ultimi anni, sono letteralmente scomparsi. Lui no e gliene sono grato».

Insieme a Ellingworth. ©Cyclingnews.com, Twitter

Ellingworth, tuttavia, non è uno di quelli che si lascia intenerire e non risparmierà niente a Cavendish. Ultimamente ha fatto sapere che nessuno, a parte Landa, ha il posto assicurato per il prossimo Tour de France: nemmeno Mark Cavendish, dunque. «Sarà una corsa molto dura e Landa avrà buone chance, inutile negarlo», ha spiegato al termine del Saudi Tour. «Ma se Mark, durante la stagione, dimostra di poter vincere ancora corse importanti, perché non dovremmo selezionarlo? Dipende tutto da lui. Di una cosa sono sicuro: darà tutto sé stesso, non si risparmierà. Credo che abbia bisogno soprattutto di fiducia: di ritrovare il colpo di pedale giorno dopo giorno, di vivere in un ambiente sereno e competitivo, di un gruppo unito e pronto a sacrificarsi per lui quando sarà il momento».

Allora si può dire che l’impatto è stato ottimo: con Bauhaus e Haussler ha stabilito un ottimo rapporto fin da subito al Saudi Tour, mentre Colbrelli espresse il suo entusiasmo per l’arrivo di Cavendish fin dalla passata stagione. «Sono felice del suo arrivo, lo rispetto tantissimo. Non credo possa vincere quindici corse all’anno, ma sicuramente dimostrerà quanto vale. È un campione e lo dimostrerà. Per le volate non ci saranno problemi: siamo abbastanza maturi da metterci d’accordo; e poi lui è un velocista puro, mentre io sono più adatto ai percorsi mossi e impegnativi». Alla Bahrain-McLaren è arrivato anche Roger Hammond, a detta di Cavendish il miglior direttore sportivo col quale abbia mai lavorato. «Non voglio sembrare arrogante, ma prima d’incontrarlo pensavo di non aver niente da imparare», rivelò qualche anno fa. «E invece, Roger mi ha fatto crescere ancora un po’. Sa come parlare e cosa dire ad ogni atleta. La sua presenza è fondamentale».

L’obiettivo è il Tour de France, ovviamente. Cavendish l’ha definita «la corsa più importante, l’unica che mi interessa veramente, il solo motivo per il quale continuo a pedalare». Il record di Merckx non è mai stato un obiettivo fino al 2016; dopodiché, dopo le quattro vittorie di quell’estate, Cavendish non se l’è più tolto dalla testa. «Evidentemente dev’essere importante, dato che da qualche anno a questa parte non fanno che ricordarmelo», dichiarò leggermente risentito tempo fa. Estremamente risentito, invece, era pochi giorni fa rispondendo alle domande dell’Het Nieuwsblad. «Tutta quella merda che scrivete su di me nei giornali e su Twitter non mi riguarda», ha sentenziato. «Se le mie sconfitte vengono chiacchierate così tanto, significa che in passato devo aver vinto molto. Il compito di ogni corridore è far sì che vinca la propria squadra. Se non mi sentivo in grado di disputare le volate e ho deciso di lavorare per Bauhaus, che male c’è? So come si fa il gregario: durante il Tour de France 2012, dovreste ricordarvelo, tiravo anche in montagna per difendere la maglia gialla di Wiggins. Niente di nuovo, non vi pare?».

©BDC-MAG.com, Twitter

Intervistato lo scorso anno da Cyclingnews, Cavendish si lasciò andare ad una dichiarazione forte. «So che può sembrare arrogante e ingiustificato, visti i miei risultati; e so anche che molti velocisti sono soliti ripeterlo: ma io sento ancora di essere il più veloce di tutti, il velocista più forte al mondo». Il giornalista che annotò le parole di Cavendish riportò anche una sua risata, come se Cavendish fosse il primo a stupirsi di cotanta assurdità. Un corridore della Bahrain-McLaren, di cui non si conosce il nome, ha avuto l’impressione che a Cavendish la vittoria non interessi più così tanto e l’ha persino dichiarato alla stampa. Cavendish, è bene ricordarlo, imparò a pedalare a tre anni e a undici, dopo essere arrivato ultimo con la sua BMX, vinse una corsa su strada pedalando su una mountain bike. Che non sia più il velocista di dieci anni fa, è innegabile; che non gli interessi più la vittoria, invece, sembra impossibile, dato che sull’altare del successo ha sacrificato gli anni migliori della sua carriera e della sua esistenza.

 

 

Foto in evidenza: ©Saudi Tour, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.