La nuova dimensione del Giro Rosa

Il Giro Rosa 2019 ha solidificato le certezze e regalato qualche sorpresa.

 

 

La trentesima edizione del Giro Rosa Iccrea è andata in archivio domenica 14 luglio con il verdetto che tutti immaginavano: Annemiek van Vleuten, per il secondo anno consecutivo, davanti a tutte. La trentaseienne del team Mitchelton-Scott, con una condotta di gara aggressiva, ha posto 3’45” tra sé e Anna van der Breggen e 6’55” tra sé e la compagna di squadra Amanda Spratt. Una classifica finale che, dalla terza posizione in giù, appare molto corta: basti pensare che la decima piazzata ha solo poco più di 2’30” dal podio. Il “problema” per le rivali è che in vetta c’è un’autentica fuoriclasse: maglia rosa, maglia ciclamino e maglia verde, ovvero prima nella classifica generale, prima nella classifica a punti e migliore scalatrice. Non ha conquistato la maglia bianca, detenuta da Juliette Labous, solo per motivi di età, e la maglia azzurra, di Elisa Longo Borghini, solo per motivi di nazionalità. Ha sprintato per conquistare traguardi volanti e condotto la gara con assoluta tranquillità grazie ad una netta superiorità fisica e tecnica che ha fatto sembrare “facile” ogni sua mossa. Una cannibale del ciclismo rosa.

Annemiek van Vleuten ha vinto il Giro Rosa 2019. ©BIKENEWS.IT, Twitter

La prima tappa decisiva doveva essere la quinta, quella del Gavia, poi divenuta quella di Lago di Cancano in seguito alle condizioni climatiche che hanno impedito l’ascesa al Gavia: in quell’occasione, scattando ai meno nove dal traguardo, van Vleuten ha rifilato quasi tre minuti di distacco alle più dirette rivali. Copione ripetutosi il giorno seguente, nella sesta tappa, nella cronoscalata da Chiuro a Teglio. Annemiek van Vleuten aveva ammazzato il Giro già qui; non si è accontentata, però: basti pensare alla sua squadra sempre in testa al gruppo e a quel forcing disperato sulla salita di Malga Montasio. Lì anche le gambe di van Vleuten hanno patito qualcosa: è giusto dare merito alla fiducia di Anna van der Breggen, prima inseguitrice, che si è riportata sotto e ha superato la maglia rosa nei metri finali, vincendo la tappa con la testa fra le mani dall’incredulità. Una sconfitta senza alcun peso che però a van Vleuten è bruciata. Perdere brucia sempre: se poi si vince come vince van Vleuten, perdere brucia ancor di più.

Fino a quando la condizione di Van Vleuten sarà questa, spiace essere netti ma per le avversarie non ci saranno spazi. L’unico appiglio per le rivali può essere nell’età non più giovanissima della fuoriclasse. Le eredi, guardando la classifica finale e i risultati del ciclismo rosa degli ultimi anni, sono comunque olandesi. Parliamo in particolare di Anna van der Breggen, l’unica ad arginare – seppur parzialmente – lo strapotere della ragazza di Vleuten, e di Lucinda Brand, settima nella classifica finale ma sempre in mostra negli arrivi in salita. Quelli che decidono le corse, molto spesso. E se l’erede non fosse in casa Olanda, potrebbe comunque abitare in casa Mitchelton: in questo senso è stata ottima la prova di Amanda Spratt, sul podio del Giro Rosa. Spratt è guardata con rispetto e timore anche dalle avversarie con più esperienza, d’altronde furono chiare le parole che ci disse Longo Borghini a Innsbruck: “Occhi puntati anche sulla Spratt. Quand’è in forma sa fare la differenza”.

Anna van der Breggen vittoriosa a Malga Montasio. ©Mihai Cazacu, Twitter

Il tabellino dei risultati conclusivi mostra un numero decisivo: delle dieci tappe in programma, le olandesi ne hanno conquistate addirittura sette. Le tre eccezioni sono rappresentate dalla cronometro iniziale vinta dalla Canyon SRAM, con la maglia rosa che andava a Katarzyna Niewiadoma, la vittoria azzurra di Letizia Borghesi a Carate Brianza e la fuga di Elizabeth Banks a Maniago. Per questo non si può parlare di successo di van Vleuten senza parlare di dominio oranje. Più della metà di quei sette successi – quattro – sono di Marianne Vos. Già plurivincitrice del Giro Rosa, quest’anno la fuoriclasse di Wijk en Aalburg ha giocato d’astuzia: capendo di non aver più la lucidità necessaria per giocarsi la classifica generale, ha dato la caccia alle tappe. Viù, Piedicavallo, Fara Vicentino e il sigillo finale a Udine le sue firme: semplicemente implacabile. A Piedicavallo Vos vince con uno sprint lungo, beffando una Lucy Kennedy in netto vantaggio, quando la maggior parte delle atlete avrebbe rinunciato, visto il successo quasi certo della Kennedy. Il bottino olandese è completato dai due successi già citati di Annemiek van Vleuten e da quello di Anna van der Breggen.

Non c’è stato spazio per volate. Bocca asciutta per Kirsten Wild, uno dei riferimenti in materia. A Carate Brianza il plotone è stato anticipato dalle tre fuggitive, ovvero Letizia Borghesi, Nadia Quagliotto e Chiara Perini. Stessa sorte a Maniago, con Elizabeth Banks che ha allungato negli ultimi chilometri sulle compagne di fuga, grazie anche all’abile gioco della compagna Leah Thomas, brava a coprirla nel plotoncino delle inseguitrici.

Buone anche le prove di Ashleigh Moolman-Pasio, che ha curato la classifica generale in casa CCC-Liv piazzandosi ai piedi del podio, e di Katarzyna Niewiadoma che, dopo l’inizio in rosa e una buona parte di Giro nelle primissime posizioni di classifica, ha chiuso quinta. Per un’atleta da classiche come la polacca, il segnale è più che incoraggiante. Inaspettata, almeno da noi, ma sicuramente di rilievo la top ten di Katie Hall in casa Boels-Dolmans. La Hall, pur avendo in Anna van der Breggen la capitana designata, ha sempre fatto la sua corsa ed è stata premiata con un risultato che, a trentadue anni e dunque nel pieno della maturità atletica, può essere di grande fiducia per il prosieguo di carriera. Ottimo risultato anche quello di Juliette Labous che, con la conquista della maglia bianca di miglior giovane, dà fiducia al ciclismo transalpino: l’unica francese a imporsi al Giro Rosa fu Catherine Marsal nel lontano 1990.

Marianne Vos è stata una delle assolute protagoniste del Giro Rosa 2019. ©CCC-Liv Team, Twitter

Il bilancio del movimento italiano

Occorre essere chiari e distinguere i risultati personali da quelli del movimento. Da un punto di vista personale è indubbiamente prestigioso il successo di Letizia Borghesi, cercato e voluto fino agli ultimi centimetri di tappa. Di rilievo, seppur per motivi differenti, l’ottavo posto e la maglia blu di miglior italiana in classifica generale di Elisa Longo Borghini, il nono posto di Soraya Paladin ed il decimo di Erica Magnaldi. Longo Borghini con questo piazzamento mette almeno parzialmente alle spalle una stagione, il 2018, da lei stessa definita deludente, e guarda avanti con fiducia. Soraya Paladin ed Erica Magnaldi, invece, sono giovani che da questa top ten devono trarre spunto per costruire le basi del loro futuro ciclistico.

La top ten non è casuale ma frutto di continui piazzamenti anche nelle tappe più complesse. È il risultato della continuità di rendimento. Molto buono anche il Giro d’Italia di Elena Franchi: la ventiduenne scalatrice piacentina ha concluso diciottesima in classifica generale e più di una volta ha battagliato nelle prime posizioni del gruppo nelle tappe a lei più congeniali. Tanta buona volontà per Nadia Quagliotto, Chiara Perini e Michela Balducci, costantemente a provare la fuga giusta anche laddove l’altimetria non le favoriva. Discreta anche la prova di Alice Maria Arzuffi, venticinquesima nella generale, che ha alternato giorni buoni a giorni di crisi. Questo è tutto ciò che riguarda i risultati personali.

Crediamo invece che questi risultati non possano bastare per accostare un segno positivo al bilancio azzurro del Giro Rosa 2019. L’Italia non conquista la corsa dal 2008 ed il nome in quel caso fu quello di Fabiana Luperini. Da allora, “soltanto” diversi podi centrati da parte di Tatiana Guderzo ed Elisa Longo Borghini. Si sente il divario con le olandesi, sempre più pesante. Sia chiaro: questo divario è pesante per qualunque nazione, anzi, il ciclismo azzurro sembra essere uno fra quelli maggiormente in crescita.

Il ciclismo, del resto, cresce sempre dai settori giovanili e negli ultimi anni le giovani ragazze azzurre hanno dimostrato di non essere seconde a nessuno, soprattutto nelle prove su pista. Atlete del calibro di Letizia Paternoster, Marta Cavalli, Elisa Balsamo, Vittoria Guazzini, Maria Giulia Confalonieri, Rachele Barbieri e Chiara Consonni sono un patrimonio raro, considerata la loro giovane età e il futuro che hanno davanti. Per questo, pur comprendendo e rispettando le scelte delle squadre e la decisione di puntare ai Giochi Europei e alle gare su pista, esprimiamo il nostro rammarico per la loro assenza. Una possibilità mancata che, ne siamo sicuri, avrebbe reso tutto un po’ meno facile alle olandesi.

Borghesi batte Quagliotto di un nulla: questo è il fotofinish.

Le strade del Giro Rosa 2019

Il percorso si è rivelato altamente spettacolare. Non poteva essere altrimenti: mai un arrivo banale, mai un tracciato senza difficoltà o sorprese. Ne è prova il fatto che anche laddove sarebbe stato facile prevedere la volata, alla fine volata non c’è stata. Qualcuno ha parlato di percorso sin troppo adatto a van Vleuten per pensare di metterla in difficoltà. Tuttavia, non condividiamo l’analisi: le salite e lo spettacolo sono da sempre il bello del ciclismo e il probabile strapotere di una delle atlete non può essere certo la preoccupazione principale dell’organizzatore. Quello si contrasta, se si riesce, con le gambe e con la testa: ma in corsa, non sulla carta.

Il pubblico in strada c’è stato, copioso peraltro. Non in maniera costante, a dire il vero, ma c’è stato. Un appunto potrebbe essere questo: per quanto sia effettivamente bellissima la scelta di portare il Giro in località storiche quali Cassano Spinola e Castellania, indubbiamente questa decisione, vista la scarsa popolazione delle città considerate e le difficoltà nel raggiungerle, non ha favorito l’affluenza del grande pubblico. Questo appunto viene però in parte smorzato dalla massiccia presenza di pubblico in altre tappe di montagna ugualmente complicate da raggiungere. Qui però entra in gioco il fattore spettacolarità: lo spettatore è attratto da un arrivo in salita per la storia che nel ciclismo si lega a questo tipo di traguardo; molto meno, per esempio, da una cronometro a squadre che, seppur emozionante, da molti non è riconosciuta come prova fondamentale e spettacolare e dunque non è così seguita.

©Stefano Rizzato, Twitter

Raccontare il Giro Rosa

Andiamo controcorrente: non è vero che il Giro Rosa non ha avuto rilevanza a livello mediatico. I principali siti sportivi hanno parlato di ogni tappa, stesso discorso vale per La Gazzetta dello Sport. Rileviamo invece una copertura scarsa, se non nulla, su molti altri quotidiani nazionali. Le immagini sono state garantite da due differite: quella della piattaforma Pmg Sport e quella di Raisport. Entrambe hanno mostrato un ampio resoconto della corsa.

Le problematiche emergono proprio dal punto vista televisivo. Pur rendendo merito al lavoro di professionisti competenti, più di uno spettatore ci ha chiesto dove avrebbe potuto vedere la corsa e purtroppo, alla menzione di Pmg, ha reagito con sorpresa, specificando di non conoscere la piattaforma. Inoltre, nel caso di Pmg e dei siti web, emerge il problema di tutte quelle fasce che non usano il web per informarsi. È qui che deve subentrare la televisione.

Stefano Rizzato e Giada Borgato sono le due voci del ciclismo femminile targato Raisport. ©Stefano Rizzato, Twitter

Raisport ha affiancato a una buona copertura web e social la telecronaca delle fasi più importanti di giornata a cura di Stefano Rizzato e Giada Borgato. È stato un binomio vincente, con competenza ed ironia usate per tenere attento il pubblico. Il problema era rappresentato dall’orario: le sintesi sono andate in onda solitamente alla sera dopo le 19. Non sarebbe forse stato meglio inserire sempre uno spezzone di cronaca all’interno dell’ampia pagina che Raisport sta dedicando al Tour de France? Anche una sintesi più breve per poi magari proporre la versione integrale in serata. Indubbiamente la conoscenza del panorama femminile ne avrebbe giovato, visti i numeri che la Rai totalizza con il Tour de France. Tra l’altro le due corse non si sarebbero nemmeno accavallate, tenendo conto che si concludono in orari diversi. Inoltre, vi era la possibilità di garantire comunque la cronaca integrale del Tour su una delle due reti Rai: Rai2 o Raisport. Tuttavia, entrano in gioco sponsor e pubblicità: lungi da noi consigliare qualcosa, in quanto i meccanismi più profondi possono essere valutati soltanto da chi si trova all’interno. Comunque un peccato, se si considera il successo riscosso con la diretta del Trofeo Binda nel mese di marzo.

 

 

Foto in evidenza: ©Annemiek van Vleuten, Twitter

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/