I giovani esistono davvero oppure sono soltanto argomento elettorale, di futili polemiche?

 

L’importanza della giovinezza si comprende facilmente: ogni essere umano (buono o cattivo, dritto o corrotto, valido o meno valido che sia) deve obbligatoriamente attraversare questa frontiera. Ogni uomo, ogni adulto, ogni anziano è stato a suo tempo un giovane: il futuro, quel che sarà e quel che non sarà, viene dai vent’anni.

Tralasciando il dibattito politico, culturale e sociale che in Italia si fa quotidianamente sui giovani senza mai coinvolgerli davvero, concentriamoci sull’aspetto sportivo. Il ciclismo italiano, insieme al calcio e purtroppo ad un numero troppo alto di discipline altre, sta attraversando un momento difficile. Di stanca, ecco: qualcosa si muove ma al largo, sulla battigia non arriva praticamente niente.

Condividendo con gli appassionati il dispiacere per una situazione del genere, e portando sempre il massimo rispetto a chi pedala per mestiere come meglio può, non possiamo non soffermarci su alcuni stereotipi che, come spesso succede, non hanno fondamenta solide e si diffondono per la loro banalità, per sentito dire.

La Colombia è la nazione che nell’ultimo decennio ha sfornato il maggior numero di talenti. Urán, Quintana, Chaves, Miguel Ángel López, Gaviria, Henao, Sosa, Bernal: ciò che vent’anni fa era inimmaginabile, oggi è diventato realtà. A pagarne il conto sono stati paesi come Spagna e Italia. ©Ray Rogers, Flickr

Uno di questi, ad esempio, ha stordito il movimento italiano: in sostanza, se un dato paese ha sfornato campioni uno dopo l’altro allora continuerà a farlo, senza nessuna logica meritocratica o basata sulla competenza, perché lo ha sempre fatto. La storia ci ha bacchettato: negli ultimi anni sono spuntati giovani validissimi da ogni parte del mondo, dalla Colombia all’Australia, dall’Europa dell’Est a quella del Nord, dagli Stati Uniti all’Africa. E l’Italia si è ritrovata da eccellenza a normalità (per onestà va detto che questo è stato il destino anche delle altre grandi del ciclismo, quindi Belgio, Francia, Olanda, Spagna).

Un altro stereotipo niente male è quello che porta a ricercare il fuoriclasse in ogni nuova generazione: in principio doveva esserci il nuovo Coppi, poi venne il turno del nuovo Gimondi, infine toccò al nuovo Pantani. Senza dimenticare il nuovo Moser, il nuovo Ballerini, il prossimo Bettini, il prossimo Cipollini. Paragonare il palmarès di un venticinquenne con quello bell’e fatto e finito di uno dei mostri sacri sopracitati che, in alcuni casi, hanno corso fino ai quarant’anni, non è soltanto sbagliato: è insensato.

Talvolta bisognerebbe candidamente ammettere che non tutte le ciambelle escono col buco, che non tutte le generazioni possono rivelarsi dominanti, che se Aru e Formolo avessero potuto scegliere le gambe di Pantani state sicuri che lo avrebbero fatto, che il talento non segue nessuna legge se non la sua: quella della casualità. Questo non dev’essere certo una scusa, anzi: deve fungere da sprono per ricalibrare, riprogrammare, ripensare, guardarsi intorno, rimettersi in discussione.

Come trattare i giovani? Come viene visto un giovane che si affaccia al ciclismo professionistico? Va detto senza mezzi termini, la mancanza di sincerità e trasparenza prima o poi presenta un conto salato da pagare. Cos’è un giovane corridore? Carne da macello? Un illuso? Un investimento? Ci sono due scuole di pensiero, interpretate da chi vi appartiene in maniera troppo rigida e inquadrata ma che nella realtà dei fatti si intersecano frequentemente.

La prima è quella che sostiene la gavetta, il gregariato, l’apprendistato: rispettare le gerarchie, mettere chilometri ed esperienza nelle gambe per poi provare a giocarsi le proprie carte. La seconda, invece, predica libertà e fiducia in se stessi: trovare la propria strada a suon di attacchi, fughe, sfacciataggine, chiedere spazio, dimostrarsi indolenti ad un qualsiasi schema prestabilito.

Ora, va da sé che nell’arco di una stagione situazioni dell’uno e dell’altro tipo ce ne sono a bizzeffe: quindi un giovane dovrebbe poter avere la possibilità di provarle entrambe. La confusione nasce quando si rimpiange l’autorità dei vari Moser (nell’immaginario di molti una sorta di padre duro ed esigente ma formativo) per poi suggerire a Gianni Moscon di lasciare il Team Sky perché la squadra non gli permette di esprimersi e lo imbriglia nel gregariato.

Triste ma importante da sottolineare, i bischeri giovanotti che farebbero bene ad imparare dai più esperti piuttosto che a farsi vedere sono sempre italiani. Fateci caso: un francese o uno spagnolo che attaccano sono coraggiosi, meritevoli e talentuosi; un coetaneo italiano che fa la stessa identica cosa è irriverente, arrogante, la figuraccia è dietro l’angolo.

Di Remco Evenepoel parleremo (e sentiremo parlare) ancora molto. Dalla prossima stagione si preannunciano dibattiti e polemiche sulle modalità del suo utilizzo. ©Granada, Wikimedia Commons

Ed eccoci arrivati ad una delle critiche più gettonate quando si parla di giovani talenti: le grandi squadre li uccidono. Non diciamo che questa debba necessariamente essere una castroneria: ma perché una squadra del World Tour dovrebbe sacrificare un suo corridore andando contro ai suoi stessi interessi? Ogni ragazzo ha la libertà di firmare o meno il contratto che una squadra del World Tour gli mette davanti: dev’essere lui in grado di realizzare cosa sta facendo. Un giovane velocista che opta per il Team Sky, ad esempio, forse dovrebbe pensarci due volte e rivedere come sono stati trattati Cavendish, Swift e Viviani nelle ultime stagioni.

Un corridore, per quanto in erba, dovrebbe sapere che passare professionista in un team del World Tour significa spesso dover sopportare un carico di pressioni maggiore. Può darsi che ci siano degli errori da parte della squadra nella gestione del ragazzo: ma da qui a dire che le grandi squadre finiscono per ammazzare il talento perché devono soltanto perseguire il risultato nell’immediato, ce ne corre. Anche perché più volte alcuni team hanno dimostrato competenza, coraggio e lungimiranza nel cercare il risultato con un giovane promettente.

Se un ragazzo non vuole sobbarcarsi oneri (e onori) del genere, può virare su una Professional o su una Continental, realtà più tranquille che permettono una crescita (a patto che questa ci sia, essere giovane non significa essere a tutti i costi un talento) più silenziosa e regolare. E se un ragazzo vale davvero, il modo per dimostrarlo lo troverà: chi vale davvero, prima o poi, emerge.

In Italia, come detto, esiste un folto partito che se potesse darebbe vita ad una nuova squadra pur di mettere sotto contratto Moscon e farlo venire via da Sky. Siamo davvero sicuri che l’italiano non sia considerato dal team britannico? Niente di più sbagliato. Sky lo fa correre spesso e volentieri, gli garantisce chilometraggio ed esperienza in corse di livello e lo lascia libero di provarci quando lui sta bene e la corsa gli si addice. Basti ricordare le vittorie alla Arctic Race of Norway, alla Agostoni, al Giro di Toscana, senza dimenticare il podio al Lombardia e i piazzamenti alla Roubaix, al Giro dell’Emilia, alla Tre Valli Varesine. Gianni Moscon, ad esempio, era il capitano del Team Sky anche durante la fallimentare campagna del Nord dello scorso anno. Se non ha raccolto risultati, come lui stesso ha specificato nel prosieguo della stagione, è perché ha avuto dei problemi fisici nell’inverno e non si è potuto preparare al meglio: non perché il Team Sky gli ha fatto fare il gregario preferendogli qualcun altro.

Gianni Moscon è attualmente l’unico corridore italiano che abbina con successo freschezza anagrafica e concretezza. L’opinione pubblica, però, si divide. Da una parte c’è chi lo vorrebbe vedere lontano dal Team Sky, reo secondo questa fetta di appassionati di costringere troppo spesso il trentino ad un ruolo ingeneroso per le sue qualità; dall’altra, invece, chi sostiene che la serietà della squadra britannica e la vicinanza con campioni assoluti possa soltanto giovare ad un ciclista ventiquattrenne come Moscon. ©Caffè&Biciclette

Il ciclismo attuale è un incrociarsi di parabole diverse che, una volta di più, smentiscono la diceria seconda la quale le grandi squadre usano i giovani come ripiego. C’è chi ha trovato fin da subito fiducia e risultati (Sagan, Alaphilippe, Quintana, Miguel Ángel López, Gaviria, Mas, Bernal, Stuyven, Ulissi, Ciccone, Calmejane, Aru, Trentin); chi ha fiducia incondizionata fin dall’inizio ma di risultati, per il momento, se ne sono visti pochi (Wellens, Benoot, Formolo, Mareczko, Vanmarcke); chi, invece, ha progredito anno dopo anno arrivando al massimo in età più matura (Gilbert, Nibali, Viviani, Van Avermaet, Froome, Thomas). E che squadra verrebbe fuori mettendo insieme tutti quei corridori che al loro debutto hanno impressionato salvo poi spegnersi e, in alcuni casi, eclissarsi: Moreno Moser, Betancur, Van Garderen, Boasson Hagen, Breschel, Rolland, Phinney, Coquard.

In conclusione, è praticamente impossibile trovare una legge che valga per qualsiasi giovane. Si può emergere o fallire tanto nel World Tour quanto tra le Professional, così come possiamo affermare che nessuna squadra, per quanto strana o gerarchica essa sia, accetterebbe mai di privarsi di un giovane talento soltanto per il gusto di farlo (come spesso, purtroppo, molti pensano). Correre al fianco di campioni è già di per sé un lusso, un’ottima scuola di ciclismo: si può soltanto imparare. Probabilmente dovremmo avere soltanto un po’ di pazienza in più: frutti diversi non maturano lo stesso giorno. Il ciclismo italiano, in un paio di stagioni appena, ce lo ha dimostrato.

 

Foto in evidenza: @Ciclismo Colombiano, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.