Le 10 migliori cicliste del 2019

Il ciclismo femminile ha vissuto una stagione estremamente spettacolare ed intensa.

 

 

Essendo scelta ardua individuare soli dieci nomi che abbiano i crismi per entrare di diritto tra le dieci migliori cicliste del 2019, riteniamo opportuno effettuare delle precisazioni che possano servire per considerare questa lista per ciò che vuole essere. A monte evidenziamo il criterio di scelta: abbiamo preso in considerazione solamente le atlete che abbiano svolto la loro attività prevalentemente su strada, coinvolgendo pistard e crossiste solo ove queste specialità siano un surplus a un già ricco palmarès. Nello stilare la lista abbiamo usato la maggiore oggettività possibile, sempre consci del fatto che, essendo umano, chi scrive è comunque soggetto ad un certo livello di soggettività. Sono stati valutati i risultati complessivi: non solo le vittorie o i piazzamenti, ma anche la crescita e la continuità di rendimento, cruciali nel ciclismo di oggi. Ciononostante, per questioni puramente numeriche sono rimaste escluse atlete che comunque hanno ben figurato: le giovani promesse divenute realtà Lorena Wiebes, quindici successi stagionali, Sofia Bertizzolo, Demi Vollering; ma anche Chloé Dygert, reduce da un oro mondiale a cronometro di valore inestimabile per tempistiche e avversarie, la certezza Elisa Longo Borghini e la talentuosa scalatrice sudafricana Ashleigh Moolman-Pasio. Per questo l’inclusione o l’esclusione da questa lista non ha carattere assoluto, bensì vuole essere motivo di confronto e discussione fra di noi e, ancor di più, con chi abbia idee contrastanti.

Annemiek van Vleuten

©GiroRosaIccrea, Twitter

La trentasettenne olandese è sempre più roccia inscalfibile. Dopo le sventure e le indecisioni dei primi anni di carriera, la riscossa è arrivata attraverso un crescendo di risultati francamente impressionante anche per chi ha la possibilità di correrle accanto. Del resto, come si potrebbe definire un’atleta che inizia a vincere a marzo e prolunga la striscia positiva fino al campionato del mondo? Qualcuno l’ha definita “la cannibale” del ciclismo rosa. Non si è sbagliato. Van Vleuten è universalmente dotata: va forte nelle classiche, in salita, contro il tempo. Per questo riesce ad imporsi alla Strade Bianche, alla Liegi-Bastogne-Liegi e al Giro Internazionale d’Italia femminile e ad arrivare seconda alla Freccia Vallone, all’Amstel Gold Race e al Giro delle Fiandre. Al Giro d’Italia è un dominio assoluto: due tappe, tutte le classifiche accessorie ad eccezione di quella riservata alle giovani per raggiunti limiti di età e la sensazione che il futuro della corsa a tappe non potesse essere che suo, bissando dunque il successo dello scorso anno nella corsa a tappe più importante del panorama ciclistico femminile. Qualche settimana prima aveva vinto il titolo olandese a cronometro contro atlete che farebbero impallidire chiunque: del resto, la corazzata del ciclismo femminile è olandese e lei è proprio olandese. Si ritrova avversarie notevoli sulla strada e non può fare nulla se non batterle. Arriva quarta nella prova su strada in una corsa imprevedibile in cui anche la veterana Marianne Vos si fa sorprendere dalla rampante Lorena Wiebes. Sì, perché il ciclismo femminile orange non si fermerà quando un giorno lontano van Vleuten scenderà di sella.

Si avvicina in silenzio al mondiale vincendo il prologo del Boels-Ladies Tour e allenandosi sulle alture italiane. Alcuni dicono che voglia provare ad aggiudicarsi il titolo mai agguantato a cronometro. Fatto sta che arriva sul podio. Ci ha provato senza riuscirci o si è risparmiata per la strada? Chissà. Sta di fatto che sabato 27 settembre la prova iridata su strada la trova regina incontrastata ed incontrastabile: più di cinquanta chilometri in fuga solitaria per raggiungere l’iride. E non inganni la sua superiorità riconosciuta da chiunque: il gruppo quel giorno non ha lasciato fare. Il vantaggio aumenta lentamente, staziona e poi torna a crescere. Per vincere ad Harrogate servono gambe resistenti e mente infaticabile: van Vleuten si ritrova nella definizione e regala a tutti una giornata memorabile. Tendenzialmente, tracciando bilanci, si pensa a ciò che ancora potrebbe arricchire il palmarès di un atleta. In questo caso è particolarmente difficile: c’è di tutto e ciò che non c’è è facilmente raggiungibile. Senza troppi limiti di percorso o di età. Perché Annemiek van Vleuten in liste come questa sarà destinata ad entrare ancora per diverso tempo.

Marianne Vos

©CCC-Liv Team, Twitter

Sarebbe facile dire che molte delle affermazioni riferite a van Vleuten calzano a pennello per Vos. Indubbiamente. Però lo diciamo. Trentaduenne olandese, non più giovanissima almeno per le due ruote e con caratteristiche che la rendono temibile su tutti i tracciati. Una differenza però, nel tempo, l’ha caratterizzata: negli ultimi anni il suo fisico e la sua preparazione si addicono perfettamente alle gare di un giorno e alle singole tappe in un grande giro. L’intelligenza che la contraddistingue le fa sfruttare al meglio il cambiamento: non vi si oppone, ma accondiscende e piazza autentiche zampate nelle occasioni più disparate. Tutto ciò che fa Vos sembra facile, perché Vos pedala in assoluta facilità anche laddove la strada pone difficoltà insormontabili per la maggior parte delle sue avversarie. La reale difficoltà si manifesta dopo il traguardo, quando distrutta si sdraia nel primo tratto di prato contiguo all’arrivo e si concede qualche minuto per riprendere fiato. In primavera si aggiudica il Trofeo Alfredo Binda davanti ad Amanda Spratt e Cecilie Uttrup Ludwig. Prende poi parte al Tour of Yorkshire e all’Ovo Energie Tour: una frazione in entrambe le occasioni, la seconda. Si arriva così a inizio luglio e al Giro Rosa: su dieci tappe, di cui una cronometro a squadre, ne conquista quattro. Predilige i percorsi mossi, da classica, ma sorprende anche su strappi ripidi e brevi. Un’azione da manuale del ciclismo, poco dopo, le consegna la Course by le Tour de France. Non finisce certo qui. Vola al Nord e spadroneggia: tre tappe e classifica generale al Giro di Norvegia. Riportiamo un dato relativo al Tour de l’Ardèche, non perché la corsa sia particolarmente importante ma perché è impressionante il ruolino di marcia della Vos: su sette tappe ne vince cinque; nelle altre due occasioni giunge una volta seconda e una volta diciassettesima. In sostanza, non esce dalle prime venti per tutta la settimana. Sembra inutile aggiungere che si aggiudica la classifica generale. Su quarantaquattro giorni totali di gara, le vittorie sono sedici.

Marta Bastianelli

©Marta Bastianelli, Twitter

L’atleta di Velletri, esplosa nel 2007 a soli ventidue anni con la vittoria del mondiale di Stoccarda, viene più volte descritta come una rientrante, una sopravvissuta, un’atleta morta e risorta. In realtà, Bastianelli non è mai scomparsa: è la memoria corta di taluni a peccare. Nei periodi in cui vinceva meno affrontava incidenti e sfortune. E se è, come tutti ritengono, una campionessa, parte del suo DNA si è costruito proprio in quei periodi, in quelli in cui si chiedeva cosa avesse senso. Scoprì che pedalare, per lei, ne aveva ancora molto. I fatti: nella stagione 2019 Marta Bastianelli è una delle atlete che ha corso e vinto di più. Iniziamo dai giorni di gara: cinquanta, non un’esagerazione. Ma cinquanta giorni della Bastianelli, corsi all’attacco e con trentaquattro anni sulla schiena, vogliono dire molto. Grinta, spirito e voglia inestinguibile di farcela. Già a inizio primavera i numeri erano promettenti: vincente alla Omloop van het Hageland, alla Ronde Van Drenthe, quarta alla Strade Bianche e soprattutto prima al Giro delle Fiandre. Uno di quei successi che danno senso ad una stagione: quel giorno, per giunta, in accoppiata con quello di Bettiol. Il continuum è un andamento danzante con affondi decisi: due tappe e classifica generale a la Gracia-Orlová, seguita dalla seconda tappa del Thüringhen Rundfahrt. Siamo convinti che una delle gioie più grandi di questa stagione, per Bastianelli, sia però il campionato italiano conquistato a Castellalto, praticamente a casa. Lei che ha vinto un campionato del mondo e uno europeo avrà provato una gioia diversa, particolare. Una maglia tricolore da portare per tutto l’anno, una maglia conquistata vicino a casa, dove ci sono le radici a cui lei è tanto affezionata. La figlia, il marito, la famiglia: tutto ciò che resta quando si spengono i riflettori. E Bastianelli è perfetta per quella maglia dal profumo di casa. Da lì, ancora vittorie in Svezia e, per finire, l’acuto al Beghelli. 5568 chilometri per ribadire ancora una volta il concetto: Marta Bastianelli c’è. Perché vince e perché anche se non vince resta un fulgido esempio per le più giovani nell’interpretazione della professione.

Marta Cavalli

©VALCAR CYLANCE

La cremonese della Valcar Cylance corre in bicicletta come si esprime ai microfoni: pochi artifici linguistici e tanta sostanza. Non serve farsi vedere sempre, serve farsi ricordare. Già, perché la storia dello sport insegna che più della quantità conta la qualità. Non solo delle vittorie: dell’allenamento, della concentrazione, della volontà e della voglia di esprimere qualcosa su quella sella, qualcosa che possa restare. In questo la pista, specialità in cui Marta emerge sin dalle prime gare, è maestra. Altre cose Cavalli le ha imparate proprio quando sarebbe stato più facile lasciare tutto e cambiare strada: le ha imparate in Norvegia, qualche anno fa, risalendo in ammiraglia distrutta dopo pochi chilometri di gara. Le cose però dovevano cambiare mettendocela tutta. Le cose sono cambiate. La stagione 2019 è la stagione in cui Marta Cavalli ha vestito la maglia di campionessa italiana: lei stessa ha spiegato più volte che l’importante era onorarla, far capire a chi ancora avesse dei dubbi che quel tricolore sulle sue spalle non era un puro caso. Perché nello sport, regno della meritocrazia, esistono anche i casi. Lei non fa parte di questi. Cavalli inizia in sordina, ma soltanto a livello statistico; le prestazioni sono di assoluto livello: decima alla Gent-Wevelgem, seconda alla Brabantse Pijl e seconda miglior giovane al Giro di California. Le doti naturali e un’applicazione meticolosa le consentono di uscire dall’Ovo Energy Tour con tre piazzamenti tra le prime dieci nelle ultime tre tappe e di non salire per poco sul podio del campionato italiano, dove giunge quarta. Che la gamba sia buona lo testimonia alla Madrid by la Vuelta, dove sfiora la top ten nella prima frazione e conclude nei pressi delle prime venti. Il successo tanto atteso arriva al Giro delle Marche, a San Severino, al termine della prima tappa: un’azione in solitaria a cui riesce a resistere solo Soraya Paladin e una volata perfetta per alzare le braccia al cielo, andando a vestire la maglia di leader della generale. Ottima prestazione anche nella terza tappa, in cui giunge seconda. Al termine della corsa a tappe marchigiana è seconda nella classifica generale e quinta nella classifica dei Gran Premi della Montagna. Facile esprimersi col senno di poi, vero. La nostra idea, però, l’abbiamo già detta in altre sedi e la ribadiamo: alla nazionale italiana la presenza di Marta Cavalli al campionato del mondo avrebbe fatto solo bene. Poco male: Cavalli ha solo ventuno anni e di questo passo avrà modo di partecipare a molti mondiali su strada. E non solo di partecipare, si intende.

Amy Pieters

©Boels-Dolmans, Twitter

La perla stagionale della ventottenne olandese è senza dubbio la vittoria nel campionato europeo su strada in quel di Alkmaar, davanti a Cecchini e Klein. Una vittoria di vento e astuzia: perché quel giorno le folate di vento sembravano portarsi via anche il plotone, o quel che ne restava dopo le prime schermaglie, ed in quel terzetto giunto a giocarsi la volata l’atleta più veloce non è lei, è Elena Cecchini. Sbaglia l’azzurra? Oppure è l’olandese a giocare le sue carte in maniera impeccabile? Non interessa molto. È quel senno di poi che torna più comodo a chi perde che a chi vince. Come diceva Velasco a proposito di pallavolo: “Chi perde spiega, chi vince festeggia”, e lei ha vinto. La maglia di campionessa europea è sua e la porterà fino al prossimo anno. Pieters era già campionessa mondiale nell’Americana; su strada, però, questa vittoria può farle fare un grosso passo avanti. Non tanto nelle doti – notevoli, peraltro -, quanto nella fiducia e nel coraggio. A quel dieci agosto Amy Pieters giunge già con un notevole susseguirsi di risultati, contrassegnati da quella continuità che abbiamo posto alla base di questa selezione: seconda alla Ronde Acht van Westerland, quarta alla Ronde van Drenthe, quinta alla Gent-Wevelgem e decima al Giro delle Fiandre. Partecipa poi all’Ovo Energy Tour, vincendo l’ultima frazione e arrivando terza nella classifica generale e seconda nella classifica a punti. Il preludio al successo europeo è il terzo posto al campionato nazionale olandese dietro a Wiebes e Vos. Dopo il successo non spegne le luci. Nessun segno di rilassamento e una filosofia limpida: finché soffia il vento bisogna insistere. L’olandese applica questo principio tanto in gara quando in vista delle gare. Al BeNe Ladies giunge terza in due frazione e poi quarta, chiudendo seconda nella classifica conclusiva. A Plouay, prova conquistata lo scorso anno, agguanta il terzo posto, mentre al Boels Ladies Tour, pur non vincendo frazioni, è più volte nelle prime posizioni del plotone a giocarsi le singole tappe. La chiusura di stagione è in maglia arancione: nella prova su strada del campionato del mondo è al servizio di van Vleuten, ma ha comunque modo di festeggiare in prima persona in quanto l’Olanda trionfa nella Mixed Relay. La sua carriera appare in netta ascesa. L’età è quella giusta: l’età della maturità. La perla di questo 2019 potrebbe essere solo la prima di una collezione preziosissima.

Anna van der Breggen

©Van der Breggen, Twitter

Due edizioni del Giro d’Italia, un oro olimpico ai Giochi di Rio de Janeiro, il campionato del mondo conquistato nella prova in linea di Innsbruck, il titolo europeo nella prova in linea di Plumelec, plurimedagliata in strada e su pista, svariate vittorie di tappe in ogni gara in cui attacca il numero alla schiena: questo diremmo della ventinovenne olandese del Team Boels-Dolmans se dovessimo descrivere la sua carriera attraverso i risultati ottenuti. Da sottolineare, tra l’altro, come l’età sia dalla parte dell’atleta di Zwolle. Tutto questo per spiegare quanto sia complesso aggiungere risultati sorprendenti a palmarès di questo spessore e quanto spesso questo tragga in inganno non restituendo il concreto valore dei traguardi raggiunti. Anna van der Breggen, però, è una sorta di costante tra le variabili di cui il ciclismo è sommerso: è solidità. Ci sono stagioni in cui, magari, non raggiunge risultati sorprendenti (per le sue abitudini, per molte altre atlete le sue annate discrete sarebbero annate d’oro) ma mette tasselli per puntellare ciò che già è. Crediamo che il 2019 sia stato uno di quegli anni, per questo Van der Breggen è in questa lista: per aver confermato l’atleta che è e per aver fatto intravedere ciò che ancora potrà essere. Nona alla Strade Bianche ad inizio marzo, per poi esplodere il primo acuto alla Freccia Vallone. Una vittoria da leader: per decisione e capacità di cogliere il momento affidandosi all’istinto delle cicliste. Si avvicina alle prime dieci all’Amstel Gold Race e alla Liegi Bastogne Liegi, ma le sfiora soltanto. Prima di partire per il Giro, ben figura al Giro di California, vincendo la prima tappa e aggiundicandosi tanto la classifica generale quanto la classifica a punti. Al Giro Rosa deve sottostare alla legge della van Vleuten, ma non cede e non concede più di quanto sia costretta dalla strada; vince grazie al coraggio la penultima tappa e giunge seconda nella generale in maglia iridata. Vincerà a Plouay preparando il campionato del mondo, anche se ad Harrogate trova l’ennesima giornata di grazia di Annemiek van Vleuten. Non lo dice, ma pensa probabilmente ciò che affermó un altro grande battuto del ciclismo internazionale: “Tutte le altre le ho battute. Lei è aliena. Va bene così”. E va davvero bene così.

Soraya Paladin

©Soraya Paladin, Twitter

Il primo dato che vi sottoponiamo è indicativo: cinquantanove giorni di gara e 6580 chilometri percorsi nel 2019, una delle atlete che ha corso di più. Una sorta di filo rosso che parte dalla Semana Ciclistica Valenciana e arriva al Giro dell’Emilia. L’osservazione cade sui miglioramenti della ventisettenne di Treviso. Da sempre atleta promettente, quest’anno la conferma. Non una conferma data da un picco di risultati, ma un continuum che consolida e rafforza il risultato precedente. Raro come sono rare le atlete che riescono a mantenere la condizione lungo tutto l’annata. Paladin parte subito bene: seconda nella classifica generale della Semana Ciclistica Valenciana, dove ottiene piazzamenti sul podio in diverse tappe; nona al Trofeo Binda, quinta all’Amstel e quarta alla Liegi. Ancora meglio nella fase di avvicinamento al Giro Rosa: terza nella generale del Tour of Yorkshire, seconda alla Vuelta a Burgos dopo aver conquistato due tappe, bene al Bira e terza al Durango Durango. Un avvicinamento del genere ad una corsa a tappe, se da un lato fa ben sperare dall’altro può spaventare: la condizione reggerà? La risposta è affermativa. Paladin giunge nona nella classifica finale, ma quel che più conta è la sensazione che trasmette ai tifosi: la percezione è che quel graffio vincente possa arrivare da un momento all’altro. Nessun calo. Tornata a casa, partecipa a La Course by le Tour de France concludendo ottava. Poi è sesta al campionato italiano. La prima sospirata vittoria stagionale arriva al Giro di Toscana: la seconda tappa è sua. Il picco di rendimento arriva invece pochi giorni dopo al Giro delle Marche: in testa alla corsa sin dal primo giorno, mette in mostra le sue doti da scalatrice andando a vincere la terza tappa e aggiudicandosi la classifica generale. La conferma di ciò che era stata tutta la stagione sino a quel momento. Tira dritto al finale di stagione con un bellissimo sesto posto al Giro dell’Emilia e la notizia che dal prossimo anno sarà alla corte di Marianne Vos. Se ne vedranno delle belle.

Katarzyna Niewiadoma

©Emanuela Sartorio

La parola chiave alla cui luce leggere i risultati della polacca in questa stagione è resistenza. Prima di tutto alla sfortuna. Non che a Niewiadoma accadano incidenti o fatti gravi: la sua, almeno a inizio stagione, è la sfortuna di chi, pur essendo sempre a ridosso della vittoria, non riesce ad agguantarla. Accade in particolare nelle classiche di inizio stagione: terza alla Strade Bianche, sesta al Trofeo Binda, decima alla Dwars door Vlaanderen, sesta al Fiandre, sesta alla Freccia Vallone e sesta alla Liegi. Una sorta di maledizione, come se quelle braccia dovessero faticare tanto senza mai trovare sollievo in una liberatoria alzata al cielo. Per testare la propria condizione in vista del Giro Rosa, Niewiadoma corre l’Ovo Energie Tour e qui, finalmente, arriva la vittoria. Conquista la quarta tappa e al termine della corsa è seconda nella classifica generale. Non nascondiamo però che il motivo principale per cui Katarzyna Niewiadoma è in questa lista è la prestazione messa in mostra al Giro Rosa. Commovente la gioia dopo la vittoria della cronometro a squadre di Castellania: in quell’abbraccio fra compagne c’è tutta la squadra, ma c’è ancora di più tutta la ventiseienne di Limanowa. Una gioia trattenuta per troppo tempo. Il Giro Rosa è la cifra della sua crescita. Sa benissimo che difficilmente potrà vincere la classifica generale a Udine. Tiene la maglia rosa con orgoglio e dignità estremi, la difende fino a che le tappe glielo consentono; poi la cede. Continua a mettersi in mostra cercando di restare fra le prime, evita attentamente i fuorigiri e conclude quinta. Condotta da atleta navigata e risultato di prestigio portato a casa. Perché non sempre l’importante è alzare le mani al cielo.

Lucinda Brand

©Lucinda Brand, Twitter

Brand è nata il 2 luglio 1989: questa estate, poco prima del Giro Rosa, ha compiuto dunque trent’anni. L’olandese non è mai stata un’atleta qualunque, ammesso che esistano atlete qualunque; negli ultimi anni però si è reinventata anche in ruoli che ad inizio carriera non sembravano essere adatti alle sue caratteristiche. Leggendo il palmarès, si nota subito un fatto saliente: due titoli nazionali, due tappe al Giro d’Italia, medaglia di bronzo e d’argento ai campionati del mondo di ciclocross, due volte campionessa nazionale. Successi degni di nota, assolutamente. Non ancora sufficienti a definire però che atleta sia realmente Lucinda Brand. Questo proprio perché è lei stessa ad essere in continua evoluzione. Nelle classiche si è sempre difesa bene e quest’anno conferma la tendenza: terza alla Dwars door Vlaanderen, nona al Fiandre e quinta alla Liegi. Leggermente sottotono al campionato nazionale olandese, dove deve accontentarsi del decimo posto. La ritroviamo al Giro Rosa. Gli annali ci parlano di un’atleta con già nove partecipazioni alla corsa a tappe italiana; quest’anno la decima volta. Sino a tre anni fa nelle classifiche la si ritrovava a ridosso delle prime quindici. Poi la crescita: dapprima settima, poi quarta, quest’anno sesta. Brand, pur non essendo appariscente, è nel posto giusto al momento giusto. Forse le manca l’acuto, per questo non conquista tappe, ma così facendo riesce a gestire un piazzamento di tutto valore, alle spalle di atlete che nelle corse a tappe si sono rivelate autentiche macchine da guerra. A distanza di qualche giorno dal termine del Giro partecipa a La Course by le Tour de France e conferma il crescendo piazzandosi quarta. La chiusura di stagione le consegna due maglie di classifiche speciali: la maglia dei Gpm al Boels Ladies Tour e la maglia della classifica a punti alla Madrid by La Vuelta. Dettaglio non di poco conto: classifiche che premiano capacità differenti a distanza di poco tempo. L’ultima gioia stagionale ai campionati mondiali, dove insieme alla nazionale olandese si aggiudica la Mixed Relay.

Amanda Spratt

©Granada, Wikimedia Commons

Spratt è una promessa ad avveramento graduale. L’australiana, classe 1987 e professionista dal 2007, già vincitrice di due titoli nazionali e medaglia d’argento a Innsbruck, negli ultimi tre anni ha dimostrato margini di crescita davvero ampi. Lo scorso inverno in Australia, la sua terra, si piazza seconda al campionato nazionale. Per farsi perdonare dai suoi tifosi partecipa al Tour Down Under: vince la seconda tappa e grazie ai vantaggi fatti registrare conquista anche la classifica generale. La stessa cosa non le riesce per poco all’Herald Sun Tour, dove deve accontentarsi della seconda posizione. Il suo avvicinamento alle classiche è propiziato da un’ottima prova al Trofeo Binda, dove la vittoria le sfugge per un soffio. Nelle classiche a cui partecipa non coglie risultati eccezionali, piazzandosi spesso nelle vicinanze delle prime dieci. Nulla di straordinario, considerando l’atleta di cui parliamo. È una parentesi. In breve tempo giunge seconda al Durango-Durango, vince la seconda tappa al Bira e si presenta in gran forma al Giro d’Italia. Corre con le migliori, a tratti cerca di attaccare van Vleuten; l’impresa non le riesce, ma il tentativo è già grande cosa. A Udine sale sul gradino più basso del podio, come lo scorso anno – sino ad ora il miglior risultato alla corsa rosa. La stessa esperienza la rivive un paio di mesi dopo al campionato del mondo di Harrogate: è di nuovo terza. Le similitudini col podio del Giro Rosa non finiscono qui: identica la prima piazzata, Annemiek van Vleuten, identica la seconda, Anna van der Breggen. Alle spalle di due autentiche giganti con tutta la possibilità, stando a quanto si è visto in questa stagione, di sovrastarle già a partire dal prossimo anno.

 

 

Foto in evidenza: ©Facebook, Giro Rosa Iccrea

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/