Victor Campenaerts e il capriccio più antico dell’uomo: giocare col tempo.

 

Affinché il suo nome diventasse familiare per gli appassionati di ciclismo, Victor Campenaerts ha dovuto aspettare parecchi anni. Nuotatore prima e triatleta poi, fino al 2010 il belga non sembra intenzionato nel perseguire una carriera ciclistica. La svolta arriva poco più tardi, grazie soprattutto al padre, la cui passione per il ciclismo finisce per contagiare anche il figlio. Il passaggio al professionismo risale al 2014: è la Topsport Vlaanderen a scommettere su di lui. La crescita è lenta ma costante. Nel 2015 racimola i primi piazzamenti, nel 2016 arrivano invece il trasferimento alla LottoNL-Jumbo e due importanti risultati: la vittoria nella prova a cronometro dei campionati belgi e il secondo posto nelle medesima prova dei campionati europei, preceduto dal solo Castroviejo. Nel 2017 sono ancora questi due gli appuntamenti durante i quali riesce a mettersi in luce: il titolo belga gli viene sfilato da Lampaert ma in compenso conquista quello europeo, seconda affermazione stagionale dopo quella ottenuta ad inizio anno nella terza tappa della Vuelta a Andalucía, un’altra cronometro individuale.

È nel 2017 che Victor Campenaerts si fa conoscere oltre i confini belgi, e non soltanto per merito delle sue prestazioni. Affronta infatti la cronometro di Montefalco del Giro d’Italia con una scritta sul petto che lui mostra fiero abbassando la zip della maglia:

“Carlien daten?”.

Carlien è la ragazza per la quale Campenaerts ha una cotta. L’invito in mondovisione non gli porta bene: incassa un due di picche dalla ragazza, una multa dalla giuria e quasi undici minuti dal vincitore di giornata, Tom Dumoulin. Nel 2018 ha fatto però altri passi in avanti: ha firmato per la Lotto Soudal e indovinato la seconda parte della stagione. Ha ristabilito le gerarchie in Belgio, le ha confermate ai campionati europei e insidiate al campionato del mondo di Innsbruck, terzo dietro a Dennis e Dumoulin ma con lo stesso tempo di quest’ultimo. Qualche settimana più tardi, un’indiscrezione ha iniziato a circolare con insistenza: nel 2019 Victor Campenaerts tenterà l’assalto al record dell’ora.

 

©Victor Campenaerts, Twitter

Fallimenti e suggestioni

Dal momento in cui l’UCI ha unificato il record dell’ora e la migliore prestazione umana, sono molti i corridori che ne hanno approfittato. Nel 2014, infatti, è stata modificata la regola introdotta nel 2000 secondo la quale ogni tentativo di stabilire un nuovo primato doveva essere affrontato usando una bicicletta tradizionale, somigliante il più possibile a quella che Eddy Merckx cavalcò durante la sua fortunata e leggendaria ora nel 1972. Nel 2014, come dicevamo, l’UCI ha rivisto la normativa aprendo a tutti quegli accorgimenti che ormai da anni caratterizzano gli atleti e i loro mezzi nelle prove contro il tempo su strada: materiali all’avanguardia, protesi, caschi aerodinamici.

Jens Voigt non se l’è fatto ripetere due volte: pur non essendo un cronoman eccelso, riscrive il nuovo record dell’ora nel settembre del 2014, sfruttando le maglie allargate del regolamento e l’ultimo colpo di pedale prima del ritiro dalle corse. Da allora, il primato che fu di Coppi, Merckx e Moser è passato in gambe più furbe che forti: da Voigt a Brändle, da Brandle a Dowsett, senza dimenticare i fallimenti di Bobridge, Dekker e Larsson. Anche i pesci grossi, però, non si tirano indietro: il cambiamento delle regole non soltanto li invita, ma li stimola. E allora scende in pista prima Dennis, il cui interregno si incastra tra quello di Brändle e quello di Dowsett, e poi Wiggins, facendo segnare quello che ancora oggi è il chilometraggio da battere. 54.526, era il 7 giugno 2015. Da quel momento, il record dell’ora torna ad essere una questione tra specialisti: Wiggins lo ha portato ad un nuovo grado di difficoltà.

Per far sì che Victor Campenaerts inizi seriamente a pensare al record dell’ora è necessaria la spinta di due fattori esterni. Il primo è il tentativo andato male di Dion Beukeboom, ventinovenne olandese che stabilisce il nuovo record dei Paesi Bassi ma che conclude a poco meno di due chilometri dall’ombra di Wiggins. La Vuelta a España 2018, grande giro al quale partecipa anche Campenaerts, inizia tre giorni dopo il fallimento di Beukeboom. Il belga della Lotto Soudal sta attraversando un buon momento: dopo il terzo posto nel prologo iniziale sfiora la vittoria classificandosi quinto al termine della dodicesima tappa. I suoi compagni di squadra, consapevoli delle qualità di Campenaerts nelle cronometro e ottimisti pensando ai cinquantadue chilometri e settecento metri pedalati da Beukeboom, non certamente un fuoriclasse, cominciano a punzecchiarlo. In albergo, a tavola, durante i trasferimenti: ogni momento è buono per instillare nel cronoman belga il seme del dubbio.

 

8 febbraio 2015: Rohan Dennis percorre 52.491 chilometri e fa segnare il nuovo record dell’ora. Il primato verrà ritoccato tre mesi più tardi da Alex Dowsett. ©Sébastien Gasser, Flickr

Il 29 settembre, tre giorni dopo aver conquistato la medaglia di bronzo nella cronometro mondiale di Innsbruck, Campenaerts è al velodromo di Grenchen, in Svizzera: ha deciso di bloccarlo per qualche giorno prima ancora che la Vuelta a España finisse. Nonostante non pedali in pista da circa dieci mesi, i risultati sono incoraggianti. Gira per mezz’ora senza curarsi molto né della preparazione né dell’equipaggiamento giusto; quando scende, gli comunicano che il passo sostenuto gli avrebbe già permesso di puntare seriamente al record dell’ora: velocità media vicina ai cinquantacinque chilometri orari, gli ultimi quattro giri divorati a sessanta all’ora

“per misurare cosa fosse rimasto in fondo al barile”,

scherzò lo stesso Campenaerts con i cronisti dell’Het Nieuwsblad pronti a raccogliere le sue impressioni a caldo. Ma il record dell’ora non si può improvvisare: c’è una lunga procedura da seguire e su questo l’UCI non transige. Comunque è deciso: Victor Campenaerts tenterà l’assalto al record dell’ora di Bradley Wiggins nel 2019. Il velodromo sarà il Bicentenario di Aguascalientes, lo stesso che nel mese di settembre ha consacrato Vittoria Bussi, l’italiana che ha sfondato il muro dei quarantotto chilometri.

Il cinque dicembre, intanto, viene assegnato il “Kristallen Fiets”, una sorta di oscar del ciclismo belga, una serata che premia il miglior atleta del movimento maschile, la miglior atleta del movimento femminile, il giovane più promettente, il direttore sportivo dell’anno e il gregario più solido e importante. Sono risultati vincitori Evenepoel, Lefevre, Declercq, Degrendele e, per quanto riguarda il professionismo maschile, Victor Campenaerts. Il belga, ormai certo che il premio sarebbe finito a Lampaert, è rimasto di stucco, tanto da ironizzare sul suo abbigliamento: una maglia a collo alto e una giaccia, semplice come se non dovesse nemmeno salire sul palco. E invece sul palco ci sale, avendo distanziato Lampaert di ben cinquantadue preferenze. Tom Boonen si congratula con lui ma il premio glielo consegna un altro campione del recente passato: Bradley Wiggins. Campenaerts è visibilmente in difficoltà: essendosi appassionato tardi al ciclismo, Wiggins è il solo modello di riferimento che porta con sé da anni. Provare a battere il suo record dell’ora è doveroso, stringergli la mano mentre porge un premio invece è abbastanza imbarazzante.

Dalla Namibia a San Benedetto del Tronto

La preparazione è preceduta da una serie di dichiarazioni nelle quali Victor Campenaerts chiarisce i suoi intenti. Spiega che il suo obiettivo principale è la prova a cronometro dei Giochi Olimpici di Tokyo 2020: se dovesse vincere la medaglia d’oro, allora potrebbe provarsi nelle classiche; se al contrario non dovesse riuscirci, continuerà dunque a inseguire il sogno. La sua partecipazione al Giro d’Italia 2019 va letta proprio in quest’ottica: come lui stesso ha puntualizzato,

“Il Giro d’Italia mi rafforzerà e ho proprio bisogno di questo per avvicinare Dennis e Dumoulin: un po’ di forza in più”.

Campenaerts ha individuato tre gare dalle quali un cronoman di alto livello non può esimersi: la cronometro olimpica, quella mondiale e il record dell’ora. “Sono davvero curioso di conoscere il risultato finale”, continua a dichiarare periodicamente.

 

©Georges Ménager, Flickr

Con molta sincerità ha riconosciuto il valore assoluto di Wiggins: “Non voglio riscrivere il record dell’ora perché credo d’essere un atleta migliore di lui: so che non è così, è palese. Credo però che il livello di efficienza raggiunto dal ciclismo odierno, sommato alle mie capacità e alla mia convinzione, possano permettermi di scrivere un pezzo di storia”. Il percorso non comincia sotto i migliori auspici. Dopo aver trascorso il mese di ottobre lontano dagli allenamenti, Campenaerts sbatte violentemente un ginocchio contro il manubrio proprio durante una delle prime uscite. Al primo training camp stagionale di Lanzarote viene sottoposto ad alcuni esami che mostrano come il ginocchio sia pieno di liquidi. La prima parte del programma viene dunque cambiata: nuoto e core sostituiscono la bicicletta. Il venti dicembre Campenaerts torna in sella e le sensazioni sono buone. La seconda parte del programma viene confermata: il belga vola in Namibia e il due gennaio comincia a pedalare sul suolo africano.

La Namibia gli è stata proposta dagli allenatori della LottoNL-Jumbo, coi quali è rimasto in buoni contatti dopo averci lavorato insieme per due stagioni. Campenaerts l’ha accolta molto volentieri per diversi motivi. “Aguascalientes si trova a circa milleottocento metri sopra il livello del mare, e così la Namibia. In più, non mi piaceva l’idea di trascorrere due mesi consecutivi in una località isolata di montagna, magari dovendo lottare e convivere con la neve. La mia stagione non finisce col record dell’ora: non voglio arrivare scarico alle prove su strada”, ha raccontato al sito di Ridley, il marchio che fornisce i mezzi alla Lotto Soudal.

“Una temperatura che si aggira costantemente sui trentacinque gradi mi permette poi di prendere confidenza col caldo e di controllare al meglio la reazione del mio corpo. Allenarsi con queste temperature fa aumentare il volume di sangue e plasma; di conseguenza a beneficiarne sarà l’ossigenazione dei muscoli e, in ultima istanza, la mia prestazione”.

Gli aspetti tecnici non finiscono qui. Oltre allo yoga, attività che Campenaerts coltiva quotidianamente, l’avvicinamento al record dell’ora prevede un rafforzamento di spalle e schiena, le due parti del corpo più sottoposte durante un esercizio del genere. Si tratta perlopiù di esercizi muscolari: simulare la posizione di gara, ovvero schiena inarcata e braccia unite, per abituarsi al gesto.

Nel periodo africano, però, Campenaerts non è sereno e non tarda a manifestare la sua inquietudine. Lancia un appello che ai saltuari osservatori di ciclismo può sembrare bizzarro, ma che invece poggia su fondamenta solide.

“Da quando mi trovo in Namibia”, racconta il belga, “non sono mai stato controllato.

Essendo un atleta pulito e credendo in un ciclismo pulito trovo tutto questo inaccettabile. Che il mio tentativo vada bene o male, non voglio assolutamente che le dure sessioni di allenamento che sto sostenendo lontano dall’Europa vengano prese come un diversivo per sfuggire ai controlli. Ho già comunicato questa mancanza e questo mio malessere a chi di dovere: situazioni simili non dovrebbero verificarsi mai più”.

©R Kurtz, Flickr

Il ventisei febbraio arriva l’ufficialità delle date: sedici e diciassette aprile 2019, la decisione definitiva maturerà soltanto a ridosso della prova basandosi sui capricci atmosferici. Campenaerts, intanto, viene elogiato anche dallo stesso Wiggins: “Lo conosco, è un corridore valido e una bella persona. Mi auguro che possa battere il mio record: sarebbe un bel segnale se uno della nuova generazione ci riuscisse. Un sintomo di un ciclismo in salute”. Il quattro marzo, a una settimana dall’inizio della Tirreno-Adriatico, Victor Campenaerts torna in Belgio.

Il rientro è caotico: il tempo che può passare in intimità con la sua famiglia e la sua ragazza è poco, e deve strapparlo ai momenti di riposo assoluto, agli impegni con gli sponsor e a qualche leggera usciti in bici per non rischiare di disabituarsi. È vincolato all’impegno preso persino di notte, dovendo dormire in camere che simulano l’altitudine necessaria. La Tirreno-Adriatico non è così importante per Campenaerts: è sicuro del suo stato di forma, che sarebbe stato ottimo anche se non l’avesse disputata. È un’occasione per rivedere alcuni compagni di squadra, per alleviare la pressione dell’evento e per mettere nelle gambe ulteriori giornate intense di gara.

La cronosquadre di apertura lo mette subito a dura prova. Rimangono presto in quattro: il limite minimo, considerando che il tempo impiegato verrà preso proprio sul quarto uomo a tagliare il traguardo. Fortunatamente sono gli elementi migliori: oltre a lui ci sono Marczyński, Wellens e Benoot. Concludono al sesto posto, facendo meglio di molte squadre che hanno disputato gran parte della prova al completo. La settimana scivola via serena. Campenaerts non pedala in gruppo dall’ultima tappa della Vuelta a España 2018: era il sedici settembre, sono passati sei mesi. Onde evitare indecisioni, imprevisti e incidenti, il belga staziona sempre in fondo al serpentone. Non ha doveri di classifica e quindi sfrutta il percorso per dei lavori specifici, quasi come se la gara non esistesse.

L’ultima frazione, però, lo seduce: i dieci chilometri della cronometro individuale di San Benedetto del Tronto sono un banco di prova ghiotto per testare la condizione.

È talmente sicuro di sé da promettere a Kenneth Vanbilsen, atleta della Cofidis ma in passato compagno di squadra di Campenaerts alla Topsport Vlaanderen, che lo acciufferà e supererà.

Vanbilsen parte un minuto prima, ma non ha nessuna speranza. Campenaerts resiste agli assalti degli oltre centoventi atleti che prendono il via dopo di lui e conquista la sua prima vittoria nel World Tour. Nell’attesa dell’ufficialità ha dei problemi con l’antidoping: avendo bevuto troppa acqua il campione è troppo liquido. Il terzo è quello buono e così il belga può tornare in Belgio insieme ai compagni di squadra, volo che temeva di aver ormai perso a causa dell’intoppo. Una settimana di tranquillità e qualche test per assimilare quanto fatto può solo fargli bene. Il ventisette marzo, come da tabella di marcia, Victor Campenaerts sale sull’aereo che lo porterà in Messico. Tornerà il diciannove aprile, chissà se da vincitore o sconfitto.

 

Victor Campenaerts vittorioso nell’ultima frazione della Tirreno-Adriatico 2019. ©Tirreno-Adriatico, Twitter

Va por la hora

La Lotto Soudal ha chiesto a Victor Campenaerts di redigere un diario con cadenza bisettimanale. I pensieri del belga si possono trovare sul sito della squadra: è soprattutto grazie a questa preziosissima fonte che possiamo ricostruire così bene le settimane che lo separano dal record dell’ora. Sappiamo, ad esempio, che durante il volo che lo portava in Messico, Campenaerts ha ingannato il tempo mangiandosi una mela ogni tanto (“Perché dolce, buona e contenente soltanto cinquanta calorie ogni cento grammi”), lo stesso vizio che aveva Kevin De Weert, uno di suoi tecnici; e, sfruttando lo spazio di cui gode chi viaggia in business, si è concesso perfino una sessione di core.

Kevin De Weert e Valérie D’haeze, il responsabile dell’amministrazione e della logistica, hanno già ultimato tutti i preparativi: uno dei loro compiti principali è quello di lasciare Campenaerts sereno e concentrato, occupandosi di tutto il resto. Lo stesso belga ha stimato in centomila euro la spesa complessiva. Si tratta di una permanenza di tre settimane che coinvolge un gruppo di sei persone, le quali devono essere ovviamente remunerate, Campenaerts compreso. In più, ci sono i costi tecnici: l’affitto della pista, l’attrezzatura necessaria, la bicicletta. Il belga è assistito da cinque professionisti: Kurt Lobbestael, l’allenatore; Ruud Van Thienen, dottore e specialista dell’altura; Toon Hens, osteopata; Simon De Wolf, meccanico; e infine Kevin De Weert, dodicesimo al Tour de France 2011 e supervisore del tentativo di Campenaerts.

Per sperare di riscrivere il record dell’ora, la cura del dettaglio dev’essere maniacale. È per questo che il team della Lotto Soudal sta studiando ogni aspetto che può inficiare la buona riuscita del tentativo. La testa di Campenaerts, ad esempio, dovrà rimanere abbassata per tutta la durata dell’evento: una posizione nuova ed estrema che gli permetterà di guadagnare qualche secondo in più a patto però di conoscere a menadito la pista. Dovrà alzare lo sguardo soltanto in corrispondenza di Kevin De Weert, che con l’ausilio della tecnologia sarà in grado di segnalargli il tempo sul giro e l’andamento generale. Ruud Van Thienen, Toon Hens e lo stesso Campenaerts hanno preso talmente sul serio il pungolo dell’aerodinamica da rasarsi completamente i capelli: una buona scusa per farsi una risata e smorzare la tensione, oltretutto. Anche i calcoli sul passo da mantenere si fanno sempre più intensi. Considerando i dieci secondi che da regolamento vengono ritenuti necessari per raggiungere la velocità di crociera, Campenaerts dovrebbe completare duecentodiciotto giri impiegando per ciascuno di essi sedici secondi e quattro decimi: così facendo, il belga totalizzerebbe cinquantaquattro chilometri e cinquecento metri in cinquantanove minuti e quarantacinque secondi; per ritoccare il record di Wiggins sarebbe sufficiente percorrere almeno altri ventisette metri nei quindici secondi restanti, a quel punto una formalità.

 

7 novembre 1942: Fausto Coppi stabilisce il nuovo record dell’ora. ©Wikipedia

 

Se Victor Campenaerts è fondamentale in quanto protagonista principale, la sua Ridley veste i panni dell’insostituibile aiutante. Al termine di un sondaggio indetto da Sporza, il canale sportivo della televisione pubblica belga, è stata ribattezzata “The Campenator”: Campenaerts ha gradito, “dato che in gruppo mi chiamano spesso Campinator”, che suona come Terminator, magari è di buon auspicio. Il belga può stare tranquillo: pedalerà su un gioiellino. Il tubo obliquo ha la superficie scanalata per ridurre la resistenza, tecnologia che, secondo Ridley, permetterà la formazione di una minuscola turbolenza intorno al telaio: la bicicletta sfrutterà in sostanza l’aria e il vento contrari per affondarvici meglio. Le protesi in carbonio sono state create basandosi su un calco delle due braccia dell’atleta e la parte orizzontale del manubrio è incredibilmente stretta: trentatré centimetri a differenza delle misure standard che si aggirano tra i quaranta e i quarantaquattro centimetri. Dovendo usarla soltanto per uscire dai blocchi e raggiungere la velocità di punta, si è optato per una struttura il meno invasiva possibile.

Se Wiggins spinse un 58×14, Campenaerts ha optato per un 60×15. Nemmeno il corpo del belga è esente da attenzioni. Negli ultimi giorni sono state bandite fibre, proteine e grassi e incentivato invece il consumo di carboidrati. Campenaerts dovrebbe provare intorno all’ora di pranzo: la migliore, se si considera che la macchina umana rende al meglio nel pomeriggio. Per ingannarla e farle credere che mezzogiorno sia già pomeriggio inoltrato, il belga ha rivoluzionato i suoi orari. Alle diciassette indossa degli occhiali speciali che simulano l’effetto notte, così da mandare chiari segnali al corpo; dopodiché, tra le diciannove e le venti si addormenta per poi svegliarsi alle quattro e trenta, quand’è ancora più notte che mattino.

Del corridore di due anni fa non c’è rimasta traccia. Victor Campenaerts è ad oggi uno dei cronoman più forti, affidabili e costanti del movimento ciclistico mondiale.

Lo status derivatogli dai risultati ottenuti in Belgio, in Europa e nel mondo gli vieta di usare una prova contro il tempo come scusa per invitare a cena una ragazza.

In compenso, gli permette di tentare di riscrivere il record dell’ora. Gli ultimi nove tentativi sono stati dei buchi nell’acqua: Martin Toft Madsen ci ha provato tre volte, Mikkel Bjerg due, mentre per Tom Zirbel, Micah Gross, Marc Dubois e Dion Beukeboom è stato sufficiente un solo giro di giostra. Victor Campenaerts tenga a mente che la pagina di storia che vuole scrivere è la stessa di alcuni illustri predecessori: Bradley Wiggins, Francesco Moser, Eddy Merckx, Fausto Coppi.

 

Foto in evidenza: ©Lotto Soudal, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.