Marcel Kittel è un campione fragile

La fragilità e il cambio di squadra potrebbero averlo spiazzato e confuso.

 

Marcel Kittel, il velocista più forte e vincente dell’ultimo lustro, non è più un ciclista professionista. Ha interrotto il rapporto con la Katusha durante uno dei momenti più difficili e poveri della sua carriera: in pochi giorni, infatti, si era tirato fuori dalla contesa tanto al Tour de Yorkshire quanto al Tour of California. Il comunicato che ufficializza il suo momentaneo abbandono non fa altro che riassumere ciò che la strada, impietosa, ha palesato almeno dall’estate scorsa.

Ecco alcuni stralci: “Amo il ciclismo e la mia passione per questo bellissimo sport non è mai finita, ma so anche cosa mi richiede e cosa devo fare per avere successo”; e poi: “Credo che ognuno abbia i suoi punti di forza e di debolezza: negli ultimi due mesi ho avuto la sensazione di essere esausto. In questo momento non sono in grado di allenarmi e correre al più alto livello”; ancora: “Nonostante tutte le insicurezze ho fiducia che alla fine riuscirò ad affrontare nuove sfide. D’ora in poi metterò la mia felicità al di sopra di tutto”; e infine:

“Mi piacerebbe correre di nuovo in futuro e devo elaborare un piano per in raggiungere questo obiettivo. Questa è la più grande sfida della mia carriera”.

Marcel Kittel non dimentica la squadra, gli sponsor e i membri dello staff, che definisce “I migliori e più determinati lavoratori che abbia mai visto”. Per quanto importante, il ritiro di Kittel non è del tutto inaspettato. Lo sport odierno macina risultati e persone alla velocità della luce, e quando i primi non arrivano a rimetterci sono le seconde. Il velocista tedesco ha subito un’involuzione clamorosa, troppo grande da poter gestire tra una gara e l’altra. La scelta di defilarsi appare dunque davvero la più saggia che Kittel potesse prendere: tuttavia, i pareri (raramente chiesti, spesso fuori luogo) di molti addetti ai lavori hanno seminato parecchi dubbi intorno ad una vicenda di per sé cupa.

Egoista fino a che punto?

Marcel Kittel al Tour 2014 conquista tre tappe nei primi quattro giorni e vince anche sull’ultimo traguardo a Parigi (©https://www.flickr.com/photos/bramhall/ 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0))

L’impressione è che negli scorsi diciassette mesi i vertici della Katusha non abbiano fatto altro che sopportare a stento lo scarso rendimento di Kittel, mordendosi la lingua pur di non criticarlo apertamente e appesantire ulteriormente la situazione. A dire la verità, non sempre ci sono riusciti. Appena quaranta giorni fa, infatti, Dirk Demol, uno dei direttori sportivi della squadra, con una mano accarezzava Nils Politt, elogiandone le caratteristiche fisiche e mentali che gli hanno permesso di arrivare quinto al Giro delle Fiandre e secondo alla Parigi-Roubaix, mentre con l’altra schiaffeggiava Marcel Kittel, richiamandolo all’ordine e all’impegno (con le dovute differenze, quello che fece Vinokurov con Vincenzo Nibali nelle settimane che precedevano il Tour de France 2014). È stato ancora Demol a giudicare “insensata” la prestazione di Kittel allo Scheldeprijs: nella semiclassica conquistata cinque volte tra il 2012 e il 2017, il velocista tedesco ha perso le ruote del gruppo in una fase per niente complicata, classificandosi novantanovesimo a quattro minuti e trentasei secondi.

Ma il più duro di tutti fu Dmitrij Konyšev, che durante il Tour de France 2018 dette dell’egoista a Marcel Kittel. “Lo paghiamo a peso d’oro e pensa soltanto a se stesso”, tuonò. “Nel bel mezzo della riunione tecnica che precedeva la cronometro a squadre di Cholet, lui se ne stava tranquillo e disinteressato a giocare col cellulare”. Eppure, tante dichiarazioni e interviste rilasciate dallo stesso Kittel nel corso degli anni tratteggiano un corridore diverso da quello descritto da Konyšev.

Parlando di volate con Cyclingnews, ad esempio, Kittel spiegò che sì, in certi frangenti non si può non allargare i gomiti per proteggere lo spazio conquistato, ma che, allo stesso tempo, è doveroso prestare attenzione al messaggio che passa:

“Non credo sia giusto promuovere l’idea che nello sport professionistico si debba comportarsi da stronzi (asshole, senza possibilità di fraintendimento) e pensare soltanto a se stessi”.

Un pensiero che contrasta quanto detto da Konyšev: Kittel non dà l’idea d’essere né un egoista né un opportunista. Può darsi che in alcuni periodi si sia sentito invincibile, questo sì: anzi, è praticamente certo, andando indietro di almeno un paio d’anni. Durante il Tour de France 2017, che gli portò in dote cinque successi nei primi undici giorni, ammise di non essersi mai sentito così potente e così sicuro dei suoi mezzi; e non più tardi di sei mesi fa, Kittel sentiva ancora di poter battere chiunque se le condizioni fisiche e mentali lo avessero sostenuto. D’altronde, perfino Dirk Demol, almeno fino a qualche mese fa, collocava il tedesco tra i primi tre velocisti al mondo. Ma gli indizi che ci permettono di scavare nella bontà e nell’altruismo di Marcel Kittel non finiscono qui.

C’è la proposta fatta a Sabatini, tanto per dire: Kittel voleva portarselo dietro alla Katusha, memore delle tante vittorie conquistate insieme nei due anni alla Quick-Step, ma anche riconoscente nei confronti di un compagno e collega che tante volte si è sacrificato per permettergli di lottare per la vittoria. Sabatini ringraziò ma rifiutò, optando per l’entrante Viviani: ma il gesto rimane. E in merito all’affaire doping nel quale è rimasto coinvolto Georg Preidler, compagno di squadra ai tempi della Argos-Shimano e Giant-Alpecin, Kittel si è preoccupato per i giovani che si affacciano al ciclismo dilettantistico e professionistico.

“Dobbiamo chiederci cosa possiamo fare per tenere lontani i ragazzi da quella roba. Dobbiamo chiederci anche come mai un corridore esperto come Georg Preidler abbia smarrito la strada e non sia riuscito a resistere alla pressione. Come possiamo aiutarlo?”

Questo si domandava Kittel in una recente intervista concessa a Cyclingnews. Senza dimenticare la gratitudine mostrata nei confronti di Patrick Lefevere, che lo ha accolto a braccia aperte alla Quick-Step per poi ringraziarlo non appena le loro strade si sono divise. Ecco, se c’è qualcuno che ha veramente capito Marcel Kittel, quello è Patrick Lefevere.

Un campione fragile

Marcel Kittel
Marcel Kittel alla Milano-Sanremo del 2018 conclusa nelle ultime posizioni (©https://www.flickr.com/photos/francescob82/ 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0))

Interpellato in seguito all’annuncio di Kittel, Lefevere si è dichiarato sbigottito prima d’avventurarsi nei ricordi. “Quando ormai mancava solo la sua firma”, ha riavvolto il nastro per Cyclingnews, “lo andai a trovare ad Amsterdam in elicottero. Chiacchierammo mezz’ora e sbrigammo le formalità. Non parlammo del 2015, fino a quel momento la sua peggior stagione. Facemmo finta di nulla”. Forte di ventinove vittorie conquistate tra il 2013 e il 2014 (otto tappe al Tour de France, due al Giro d’Italia, due volte lo Scheldeprijs), Kittel affrontò il 2015 con addosso l’etichetta di miglior velocista al mondo: non andò oltre la prima frazione del Tour de Pologne. Durante quello scambio di parole ad Amsterdam, Lefevere non nomina mai i risultati passati scommettendo su quelli futuri.

“Intuii fin da subito le sue perplessità. Per questo decidemmo di farlo debuttare al Dubai Tour, una corsa tranquilla: lo lasciammo tranquillo, dicendogli senza giri di parole che se non avesse vinto non sarebbe morto nessuno. Centrò la prima e l’ultima tappa, portando a casa perfino la classifica a punti e la generale”. Per rendere al meglio, Kittel ha bisogno di tre cose: una pianificazione curata nel dettaglio, un obiettivo chiaro e stabilito in tempo e i compagni giusti attorno. Ha bisogno d’essere ascoltato, magari coccolato: nonostante sia stato uno dei corridori più brillanti del gruppo, Kittel non vuole avere a che fare con la casualità, dovendosi adattare strada facendo.

Le indicazioni tratte da molte interviste permettono di delineare un profilo netto: un ragazzo tranquillo e metodico, che necessita di seguire una routine e di vivere in un ambiente sereno e positivo. Non è dello stesso appello Jurgen Van Den Broeck, oggi commentatore di Sporza: poche settimane fa, infatti, entrò a gamba tesa nei confronti di Kittel definendolo “grasso, svogliato, amante dell’alcool e in particolar modo della birra”. Se il velocista tedesco si limitò ad una risposta delusa su Twitter (“È facile colpire un uomo quando è già al tappeto: godetevi il vostro minuto di notorietà”, in breve), Jörg Werner, il suo procuratore, fu più duro. “Non sappiamo cosa stia succedendo a Marcel, ma gli siamo accanto. Se non conducesse una vita da atleta, sarei il primo ad arrabbiarmi e a farglielo notare. Credo, dunque, che Van Den Broeck avrebbe potuto parlarci e chiederglielo direttamente. Immagino si sarà sentito importante”, chiudendo infine con una stoccata relativa alla sua carriera: “Non si può essere sempre forti e vincenti: Van Den Broeck dovrebbe saperne qualcosa”. Sembra strano che un velocista capace di vincere due volte alla Tirreno-Adriatico 2018 abbia improvvisamente perso la bussola, a maggior ragione nel momento più importante della sua carriera.

Accantonata l’ipotesi della mancata professionalità, rimane la fragilità. Che si palesa spesso, purtroppo per Kittel. Roleur, a proposito, ha raccolto materiale indicativo.

“Quando riesci davvero a goderti il Tour de France?”, si chiedeva retoricamente in uno scambio di battute dello scorso anno. “Quando è finito”, si rispondeva.

“Se dicessi quando si arriva a Parigi, mentirei: essendo velocista, ho l’ennesima volata in cui buttarmi”. E senza mancare di rispetto a Mark Cavendish, che aveva raccontato di come e quanto influisca la nascita di uno o più figli nella quotidianità di uno sportivo professionista, Kittel allontanò ambizioni paterne. “Probabilmente mi distrarrebbe. Preferisco diventare padre tra qualche anno, piuttosto che ritrovarmi con un bambino di sei anni che conosco a malapena”. Parere condivisibile, ma ritorna di nuovo l’assolutezza del ciclismo. Un tentennamento, va detto, che si accompagna sempre ad una onestà degna di menzione. “Devo sfruttare ogni volata a disposizione”, confidava ancora a Rouleur.

“Sono limitato, sapete. Guardate Michael Matthews, ad esempio: è veloce, può attaccare in una corsa dura come i Paesi Baschi ma sa come rimanere con gli scalatori in certe giornate del Tour de France. Io non sono in grado”.

È stato altrettanto schietto nel descrivere i chilometri finali della Driedaagse Brugge-De Panne 2019: una caduta ha spezzato il gruppo, frenando il treno della Katusha e rendendo quasi impossibile una rimonta; sebbene Haller fosse riuscito a pilotare Kittel nelle prime posizioni del gruppo, il tedesco si è mestamente seduto quando è iniziata la volata. Trentesimo e avvilito, non ha accampato scuse: “Può darsi che l’imprevisto mi abbia penalizzato, ma alla mia ruota c’era Groenewegen, che è riuscito a rientrare e a trovare lo spunto giusto: vincere, dunque, era possibile”.

L’onore delle armi

In tutto questo marasma, Marcel Kittel è riuscito ad individuare l’attimo in cui l’incantesimo s’è rotto: la caduta che non gli ha permesso di portare a termine il Tour de France 2017. Indossava la maglia verde grazie alle cinque vittorie conquistate e stava stringendo i denti sia per rimanere dentro il tempo massimo, sia per difendersi dall’assalto di Michael Matthews, che sperava di guadagnare in fuga quei punti che gli sfuggivano in volata. Per Kittel, il ritiro assurse a onta insormontabile: il dolore e il dispiacere, ai quali vanno sommati gli eventi ai quali è stato chiamato a presenziare in virtù della popolarità raggiunta, lo hanno prosciugato e distratto. Stando alle parole di Kittel, la stessa dinamica che lo allontanò dalla bicicletta nell’inverno del 2014: e infatti, come detto in precedenza, nel 2015 vinse soltanto una volta. Rincorrere la forma è deleterio: si procede di crollo in crollo senza raggiungere mai la meta.

Tra tutte le componenti in gioco, la meno citata è il cambio di squadra: entrando nella mente di Marcel Kittel, non crediamo di sbagliare nell’ammettere che si tratta probabilmente della più importante. Una realtà affiatata e organizzata come la Quick-Step era perfetta per guidare il tedesco ad una serie di stagioni ricche e soddisfacenti. La Argos-Shimano e la Giant-Alpecin, per quanto strutturate, non valgono la Quick-Step; stesso discorso per la Katusha-Alpecin: Haller, Politt e Rick Zabel erano abituati a lavorare in maniera diversa per Kristoff, e tuttavia sarebbe troppo chiedere a Erik Zabel, assunto dalla Katusha per supervisionare le prestazioni dei corridori, di risolvere problemi più psicologici che fisici. L’armonia di cui si è giovato alla Quick-Step, Kittel non l’ha assaporata né prima né poi. Perfino la naturale interruzione del rapporto è andata liscia: il tedesco sentiva che le attenzioni della squadra si stavano spostando verso Gaviria e allora ha preferito intraprendere un’altra strada. Molti addetti ai lavori si dicono sicuri di un ritorno di Marcel Kittel alla corte di Lefevere: lui, sornione, ha glissato.

Secondo Wikipedia, ammontano a ottantanove le vittorie di Marcel Kittel in carriera. Non si è mai tirato indietro: nemmeno nel 2011, al primo anno tra i professionisti, trionfando in diciassette occasioni diverse; nemmeno nei mesi più difficili, dato che ha centrato almeno una vittoria in ogni stagione. Non si possono dimenticare le volate di Marcel Kittel: di potenza, di tempismo, di resistenza; partendo in testa e finendo primo, sublimando il lavoro di squadra, approfittando di quello altrui quando la Quick-Step si sgretolava. Quattordici tappe al Tour de France, una alla Vuelta a España, quattro al Giro d’Italia, e ancora al Tour de Pologne, all’Eneco Tour, alla Parigi-Nizza, alla Tirreno-Adriatico, al Romandia; cinque volte lo Scheldeprijs, primatista di successi in una classica che esiste dal 1907.

Il pensiero più bello gliel’ha dedicato Mark Cavendish, uno il rivale principale dell’altro e viceversa. Ha ricordato diverse battaglie, ne ha sottolineato l’importanza per le loro carriere e per la felicità del pubblico, lo ha descritto come una montagna di muscoli. “Prima di incontrarti, mi sentivo invincibile. Per la prima volta ho dovuto studiare un corridore nel dettaglio e ingegnarmi nel batterlo. Dal profondo del mio cuore, in bocca al lupo per il proseguimento della tua vita”. Ritrovare quello stato d’animo che gli permise di strappare quattordici tappe del Tour de France dalle grinfie di Mark Cavendish: ecco la sfida più importante di Marcel Kittel.

 

Foto in evidenza: ©Team KATUSHA ALPECIN, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.