Mathieu van der Poel può vincere il Tour de France?

Il dibattito intorno a Mathieu van der Poel prende una nuova forma.

 

Partiamo da un presupposto: quando il più grande corridore di tutti i tempi sostiene che uno dei più forti corridori di quest’epoca potrebbe vincere la corsa più importante del mondo, bisogna aprire il dibattito, fermarsi un attimo, prendere appunti e ragionare.

Eddy Merckx, infatti, afferma: «van der Poel può vincere qualsiasi corsa, persino il Tour de France, a patto però che si concentri sulla strada. Se c’è riuscito Geraint Thomas, perché non potrebbe riuscirci anche lui?». Un semplice pensiero che però dà il via a un dibattito che potrebbe tenere banco per i prossimi anni e che ha stuzzicato anche il palato di Suiveur.

Perché van der Poel può vincere il Tour de France

©Dwars dr Vlaanderen, Twitter

Innanzitutto perché ha un motore con pochi eguali nella storia del ciclismo. Dal punto di vista fisico, oltre a non aver ancora raggiunto la piena maturità, sembra siano incarnati all’interno dello stesso corridore le abilità di un velocista, di uno scalatore e di un passista; capace di sforzi brevi e intensi come di sviluppare wattaggi impensabili per una durata assai più estesa. Per certi versi ricorda proprio Eddy Merckx: forte su tutti i terreni e descritto come un cacciatore di classiche all’alba del suo dominio, tanto che La Gazzetta dello Sport lo definisce “un velocista che domina in salita” dopo la sua prima vittoria di tappa al Giro d’Italia sul Blockhaus.

L’età e l’esperienza a prima vista non sembrerebbero dalla sua: ha compiuto venticinque anni da qualche mese e verosimilmente farà il suo esordio in un grande giro quando ne avrà venticinque e mezzo, se tutto dovesse andare per il meglio; altrimenti, se si dovesse ricominciare il prossimo anno, ventisei e diverse settimane. E qui torna in gioco il paragone fatto da Eddy Merckx. Alla stessa età Geraint Thomas, classe ’86, aveva disputato quattro grandi giri, tre Tour de France e un Giro d’italia, con i seguenti risultati: centoquarantesimo al Tour nel 2007, centodiciottesimo al Giro nel 2008, sessantaquattresimo al Tour nel 2010 e trentesimo, sempre in Francia, nel 2011.

Risultati che di certo non fecero urlare al miracolo né tantomeno a un futura maglia gialla sui Campi Elisi. Pensate che per ottenere un piazzamento nei migliori quindici Thomas dovrà attendere il Tour del 2015, quando chiuderà proprio al quindicesimo posto. Tuttavia la sua crescita è stata graduale fino al successo del 2018, arrivato comunque senza aver mai precedentemente ottenuto una piazzamento nei primi dieci posti della classifica generale.

Nessuno, però, si sognerebbe mai di paragonare il talento dei due. Oggi tutti noi pronostichiamo van der Poel come potenziale vincitore di qualsiasi classica e dibattiamo su una sua possibile vittoria al Tour de France, mentre chi avrebbe mai pronosticato Thomas vincitore non solo di un Tour de France, ma semplicemente di una grande corsa a tappe? Un Thomas che, in maglia di leader, al Tour Down Under 2013 si faceva staccare da Tom-Jelte Slagter e Simon Gerrans sulla tutt’altro che irresistibile salita di Willunga Hill. E ancora, avreste mai immaginato Wiggins capace di vincere un Tour de France, nonostante la classe dimostrata in pista?

©Tour de France – DE

E poi c’è Tom Dumoulin: dal primo grande giro disputato fino alla vittoria nella corsa rosa – aveva ventisette anni – ha collezionato quattro ritiri (Vuelta 2012, Tour 2015 e 2016, Giro 2016), un quarantunesimo posto al Tour del 2013, un trentatreesimo l’anno dopo sempre in Francia e un sesto posto alla Vuelta 2015, crollato nella ventesima e penultima tappa orchestrata magistralmente dall’Astana di Fabio Aru. Non vogliamo certo sminuire il corridore di Maastricht, uno dei più forti interpreti delle corse di tre settimane degli ultimi anni, ma anche lui all’inizio della sua carriera si mise in luce su altri palcoscenici e il doppio podio nel 2018 tra Giro e Tour era francamente impossibile da pronosticare soltanto qualche anno fa.

C’è da dire anche che van der Poel non si inventerebbe certo oggi corridore temibile anche in una gara a tappe. Nelle categorie giovanili ha sempre dimostrato di saper difendersi bene in salita: tra gli juniores ha conquistato diverse corse a tappe che prevedevano anche percorsi impegnativi; da Under 23 spiccano piazzamenti in classifica in due edizioni del Tour Alsace in mezzo a vari corridori dimostratisi poi adatti alle corse a tappe e alla salita.

Certo, aver vinto tra gli juniores o gli Under 23 non lo rende automaticamente un pretendente alla maglia gialla; così come prendere Willunga Hill come cartina tornasole del valore di un corridore in un grande giro può non sembrare l’esempio più preciso, altrimenti Richie Porte indosserebbe una tripla corona. Vale lo stesso discorso quando si paragonano atleti differenti che hanno avuto storie, carriere, maturazioni e trasformazioni altrettanto differenti. Sembra aria fritta ma così non è, perché ci dà la base per capire come sia possibile costruire intorno all’olandese un palazzo con vista vittoria al Tour de France.

©s.yuki / CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)

E visto che quando si parla di van der Poel è sempre vivo il discorso sulla multidisciplinarietà, non dimentichiamoci di tutti quei biker che hanno dimostrato di poter lottare per la classifica generale dei grandi giri: Fuglsang, Evans, Gadret, Peraud, Bernal, Hesjedal, Rasmussen. Ognuno di loro, chi più e chi meno, si è distinto prima nella mountain bike e poi su strada: qualcosa vorrà pur dire. A maggior ragione considerando che alcune delle vittorie più importanti in mountain bike van der Poel le ha ottenute facendo la differenza su tracciati impegnativi e ricchi di salite.

Se vogliamo fare, invece, un confronto con il passato, nei decenni scorsi si ritrovano corridori dalle caratteristiche assimilabili a quelle di van Der Poel e capaci in carriera di vincere un grande giro (Kelly e Jalabert) o di andarci vicino (Van Steenbergen, De Vlaeminck). Che siano corridori appartenenti un’altra epoca vuol dire poco. C’è un filo conduttore che collega i campioni del passato e quelli del presente: il talento, il motore, quell’aura che illumina solo i più grandi. In van der Poel tutto ciò appare così lampante che, se si mettesse in testa di provare a fare classifica al Tour de France, la maglia gialla a Parigi non apparirebbe solo un discorso funzionale a riempire le pagine dei giornali, oppure un banale esercizio di stile.

Perché van der Poel non può vincere il Tour de France

©Mathieu Van der Poel, Twitter

O per meglio dire: cosa potrebbe impedire all’olandese di primeggiare in un Tour de France? Innanzitutto, e qui ritorniamo all’assunto iniziale di Eddy Merckx, potrebbe accadere solo se decidesse di abbandonare il fuoristrada per dedicarsi interamente alla strada. Ma noi rincariamo la dose: dovrebbe dedicarsi a inseguire (quasi) esclusivamente i grandi giri. Potrebbe valerne la pena?

La sfortuna, se così vogliamo chiamarla, di van der Poel è quella di arrivare in un momento storico in cui la concorrenza per le grandi corse a tappe è di prim’ordine. Intanto abbiamo visto vincere Bernal, ma a breve toccherà a Pogačar, Evenepoel, Sivakov, McNulty, Gaudu. C’è pure dell’altro che si muove alle loro, pur giovanissime, spalle. Per il bestiale olandese potrebbe essere complicato competere con chi preparerà specificatamente quel tipo di corse, in certi casi avend già dimostrato di poterle vincere o andarci vicino avendo persino qualche anno in meno di lui.

Analizzando le caratteristiche mentali, tattiche e di approccio alla corsa, l’atteggiamento sinora mostrato da van der Poel potrebbe non essere così penalizzante. Si può vincere un Tour de France anche andando spesso all’attacco. Diverso, invece, appare il discorso relativo al livello di competitività della squadra. Se prendiamo in esame l’ultimo decennio di Tour de France, hanno vinto solo tre squadre: sette volte il Team Sky/INEOS, due volte l’Astana, una volta la BMC. Dunque, se van der Poel vorrà trovare la sua dimensione in un grande giro, la squadra che ha attualmente a disposizione non basterà: nel ciclismo odierno è fondamentale avere una batteria di gregari forti e devoti sui quali poter contare, una squadra che riduca al minimo il margine di errore e capace di supportare il proprio capitano in ogni situazione. Non si tratta, tuttavia, di un problema irrisolvibile: vorrà dire che la Alpecin-Fenix, la sua squadra attuale, dovrà rinforzarsi per supportarne le ambizioni; altrimenti, se così non dovesse essere, è lecito aspettarsi il trasferimento di van der Poel in una delle squadre più forti del World Tour – lo scorso anno si parlava di una fusione che lo avrebbe portato alla Sunweb.

©Mathieu van der Poel, Facebook

Ma torniamo all’aspetto tattico. Attaccare può essere utile per ribaltare un grande giro, ma non è detto che sia sempre l’ideale. Essere sparagnini nelle tattiche, misurare le energie e saper valutare ogni momento sono aspetti fondamentali per conquistare una corsa a tappe, soprattutto in tempi in cui i margini tra il successo e il fallimento sono risicatissimi. Al momento sembra che l’attesa non faccia parte del suo DNA. È vero che questa nuova generazione potrebbe anche cambiare il modo di interpretare i grandi giri – direttori sportivi permettendo -, magari rendendo di nuovo appassionante la sfida per la classifica finale: ma questa potrebbe essere soltanto un’illusione, l’eccezione che conferma la regola.

L’impressione è che un corridore come van der Poel potrebbe risultare penalizzato nella gestione mentale delle tre settimane. Basti pensare, ad esempio, alla capacità di sopportare il logorio di una leadership al Tour de France, con la pressione mediatica che ti travolge ogni giorno e che attorno a lui si è già amplificata a dismisura. L’olandese mastica ciclismo da quando a malapena camminava e scorrazzava nel fango con una bici seguendo le orme del padre e quindi, col tempo, potrebbe essersi abituato abituato a gestire la pressione. Eppure, in passato, non sono mancati i momenti in cui la tensione e la pressione gli hanno giocato un brutto scherzo, e il timore è proprio questo: che alla lunga possa venir meno la concentrazione e a quel punto basta un attimo per cadere nelle trappole degli avversari. Nella sua – eventuale – rincorsa al Tour de France, Mathieu van der Poel non dovrà sottovalutare questo aspetto.

Cui prodest?

©Portage, Twitter

Può darsi anche, almeno da un punto di vista prettamente fisico, che van der Poel debba forse correre il rischio di trasformarsi e snaturarsi per poter primeggiare nell’arco delle tre settimane. Perdendo peso, magari, anche se a risentirne in negativo sarebbe la potenza che attualmente riesce a sprigionare. E poi bisogna capire quali possono essere le sue capacità di recupero. E il suo valore a cronometro? Anche qui un’idea ce la possiamo fare: a uno così non è precluso nulla. Come detto, però, l’impressione è che van der Poel non abbia ancora raggiunto la piena maturità e dunque i limiti possono essere ancora da ricercare.

L’idea che va per la maggiore è che prima di vedere van der Poel provare a tenere in classifica in un grande giro dovremo aspettare che la sua bacheca si riempia di titoli mondiali e olimpici e anche di grandi classiche. Anche De Vlaeminck gioca a fare l’oracolo e sostiene che van der Poel è l’unico corridore che potrebbe vincere cinque Parigi-Roubaix e tutte le cinque classiche monumento. Noi aggiungiamo che potrebbe essere in grado anche di completare il filotto almeno due volte. Un passo alla volta, comunque: intanto dovrà vincerne una e poi resta da capire quanta voglia avrà di mettere da parte il ciclocross.

Chiudiamo parlando d’esperienza: pensare di vincere un Tour de France alla prima occasione ci pare pura fantasia. Di sicuro la sua sarà una crescita graduale, che rende ancora più corretto il paragone con Thomas e, volendo, con Dumoulin. Dovrà misurare la sua tenuta sulle grandi salite mai affrontate e la capacità di recuperare tappa dopo tappa. Ma se supportato da voglia, fame, squadra, condizione e concentrazione, potrebbero spalancarglisi le porte della leggenda. D’altronde stiamo parlando del corridore che potrebbe cannibalizzare il ciclismo di quest’epoca.

 

 

Foto in evidenza: ©4Gold, Twitter