Roglič domina la prima parte ma la maglia rosa è di Conti.

 

Benché di spettacolo in senso stretto non si possa parlare, la prima settimana abbondante del Giro d’Italia 2019 non è andata secondo le attese. Si pensava ad una settimana scialba, priva di acuti insomma, con lo spauracchio della Riccione-San Marino a bagnare le polveri dei favoriti alla vittoria finale: è andata così, tuttavia alcuni fattori esterni e più o meno incontrollabili hanno regalato qualche sorpresa, alcune tutt’altro che piacevoli. Il ritiro di Fernando Gaviria, ad esempio, è una di queste.

Dopo una primavera difficile era lecito aspettarsi molto dal velocista colombiano, lo sprinter di riferimento dell’ultimo biennio insieme a Viviani e Groenewegen; e invece si è mestamente ritirato nella tappa de L’Aquila con un bottino scarno: un quarto posto, una vittoria a tavolino e un secondo posto. La squadra ha fatto sapere che si tratta di un problema al ginocchio, anche se molto probabilmente la causa è da ricercare nel Tour de France che partirà tra quarantacinque giorni e al quale Gaviria, forte dei due successi di tappa centrati lo scorso anno, non vuole proprio mancare. Non conosciamo l’intensità del dolore ma ci permettiamo di ricordare che corridori con problemi o infortuni decisamente più seri hanno saputo stringere i denti e andare avanti.

Il grande sconfitto del Giro d’Italia 2019, però, è Tom Dumoulin, presentatosi alla partenza da Bologna con i favori del pronostico e costretto, lui sì, all’abbandono in seguito alla caduta di cui è rimasto vittima nei chilometri finali della frazione che si concludeva a Frascati. Una ferita insanabile, considerando che il Giro d’Italia è la corsa preferita dell’olandese. I controlli hanno escluso fratture ma il ginocchio ferito era oggettivamente conciato male: dovrebbe rientrare al Delfinato in vista del Tour de France, appuntamento che rientrava nei suoi piani fin dall’inizio della stagione e che, a questo punto, diventa quello principale. Tom Dumoulin è il nome più importante tra quelli coinvolti nell’incidente causato dalla distrazione di Salvatore Puccio, voltatosi per controllare il posizionamento dei compagni di squadra mentre il gruppo procedeva a oltre cinquanta chilometri orari: crocifiggerlo sarebbe ingiusto, si tratta comunque di un errore grave perché commesso da un corridore giunto alla sua ottava annata da professionista. Quanto successo ci permette di sviluppare un’altra riflessione.

Tom Dumoulin taglia il traguardo di Frascati col ginocchio ferito e circondato dai compagni di squadra: il giorno dopo si ritirerà. @Tom Dumoulin, Twitter

Che il gruppo vada sempre più forte è un dato di fatto; che le strade italiane non vadano in contro ai ciclisti lo è altrettanto: lo stato in cui esse versano è pietoso, e come se non bastasse sono disegnate per gli automobilisti, con rotonde e spartitraffico in abbondanza. Perché il gruppo va così forte? C’è qualche influenza esterna che lo costringe e lo obbliga? No, potrebbero viaggiare tutti più lentamente. In un’intervista concessa a Bidon, Claudio Gregori ha ribadito questo concetto: “Non è assolutamente vero che il ciclismo è uno sport bestiale che pretende l’uso del doping. Il mio ultimo libro è su Bottecchia, e se guardate le tappe di quegli anni ce n’erano anche di 482 chilometri.

Il Tour di Bottecchia era lungo 5700 chilometri, con tappe pazzesche, ma si riusciva a farlo senza arsenali farmaceutici. Semplicemente andavano più piano”.

Se le strade vengono asfaltate (male, siamo d’accordo, ma pedalare in salita su uno sterrato non battuto sarebbe peggio), se le biciclette odierne permettono di salvare la gamba in qualsiasi situazione grazie a dei rapporti sempre più esasperanti e sempre più agili, se la preparazione è simile per gran parte dei corridori, allora selezionare il gruppo così come recuperare un ritardo per quanto minimo diventano delle vere e proprie imprese. Le alte velocità servono a questo: a instillare fatica e nervosismo nelle gambe, nella speranza che la salita faccia il resto. Nell’era dei distacchi contenuti è fondamentale imboccare una strettoia o una discesa nelle prime posizioni del gruppo; il problema è che questo interessa a centocinquanta corridori e nella parte anteriore del plotone non c’è posto per centocinquanta corridori: viaggiare a cinquanta all’ora è spettacolare per chi guarda ma pericolosissimo, e spesso inutile, per chi deve farlo. Cadere a quelle velocità significa rischiare di perdere non solo la corsa o la stagione.

Probabilmente, se nella prima settimana ci fosse stato un arrivo in salita in grado di delineare in maniera più netta la classifica, il nervosismo sarebbe inferiore. I nove giorni di corsa disputati sin qui non sono stati facili, anzi; tuttavia il disegno del Giro d’Italia 2019 non convince. Si fa fatica a capire, ad esempio, il senso delle due tappe di pianura che seguono il primo giorno di riposo; e, come detto, l’assenza di una frazione d’alta montagna s’è fatta sentire. Scelte del genere si possono giustificare soltanto da un punto di vista economico, ma intanto lo spettacolo e l’interesse vanno a farsi benedire.

Anche il chilometraggio lascia interdetti. In ben cinque occasioni, il gruppo ha pedalato per oltre duecento chilometri: considerando che due delle nove tappe affrontate erano delle cronometro individuali, si fa presto a fare il conto. Quando la pianura e la collina lasceranno spazio alla montagna, vivremo giornate assai più corte: centocinquantotto i chilometri della Cuneo – Pinerolo, centocinquantuno quelli della Treviso – San Martino di Castrozza, addirittura centotrentuno quelli della Saint-Vincent – Courmayeur.

Non sarebbe arrivato il momento di accorciare le frazioni piatte, noiose e dall’esito scontato, e di spalmare i chilometri avanzati in quelle di montagna? Se una riduzione drastica della distanza da percorrere nelle tappe adatte ai velocisti non dovrebbe condizionarne l’esito, lo stesso non si può certo affermare per quanto riguarda le giornate che delineano la classifica generale: una frazione alpina o dolomitica di duecentocinquanta chilometri farebbe emergere naturalmente i migliori, i più idonei all’esercizio, con dei distacchi più importanti rispetto a quelli attuali.

Fernando Gaviria è l’altro pesce grosso che abbandona il tumultuoso mare del Giro d’Italia 2019. ©Giro d’Italia, Twitter

 

Non dimentichiamoci, però, che in tutto questo accavallarsi di teorie e spunti ci sono stati nove giorni di corsa. Perlopiù bagnati, purtroppo per chi li ha dovuti coprire, e le informazioni che arrivano dalle grandi montagne non sono migliori: neve e maltempo rischiano seriamente di far saltare alcune delle tappe più importanti del Giro d’Italia 2019. Sarebbe un peccato, considerando che l’inizio della corsa era stato posticipato proprio per evitare inconvenienti simili.

La prima settimana abbondante ha emesso dei verdetti inequivocabili: Ackermann è il velocista più forte del Giro d’Italia 2019, infatti ha vinto due tappe e indossa con merito la maglia ciclamino; Démare ha una costanza invidiabile, è entrato cinque volte nei primi dieci ma non ha ancora trovato il colpo di pedale necessario per affermarsi; Ewan, che ad oggi non sembra valere quanto i velocisti più forti del gruppo, sopperisce a questa mancanza con una duttilità che gli apre traguardi nuovi e difficili, una rivelazione impronosticabile fino a qualche tempo fa.

Infine c’è Viviani, vittima di un accanimento gratuito da parte della giuria sul traguardo di Orbetello: penalizzarlo con l’ultima posizione del gruppo che s’è giocato la vittoria per lo scarto col quale ha danneggiato Moschetti è giusto, affibbiargli un’ulteriore zavorra corrispondente a cinquanta punti in meno nella classifica omonima forse esagerato.

Al di là delle polemiche più o meno lecite, va detto che Viviani non è nelle condizioni psicofisiche dello scorso anno, quando vinse quattro tappe e la maglia ciclamino arginato dal solo Bennett. La presenza di diversi velocisti in forma non lo fa riposare tranquillo e come se non bastasse la Quick-Step ha dimostrato ancora una volta di patire l’assenza di Richeze e Mørkøv: ripensando alle volate di Kittel al Tour de France 2017 e ai nomi passati dall’ambiente belga nelle ultime stagioni, non è sbagliato ammettere che spesso la Quick-Step non riesce a sfruttare a pieno la sua esperienza nell’impostare le volate. Avere in squadra almeno uno degli sprinter più forti al mondo ha significato molto, da questo punto di vista: Cavendish, Kittel, Gaviria, Viviani hanno saputo mascherare queste falle con maestria.

A guastare, almeno parzialmente, una settimana di festa c’hanno pensato le indagini relative all’operazione Aderlass, quella che in un primo momento coinvolse Preidler e Denifl. Non sono stati fatti nomi grossi, per il momento, ma grandi o meno che siano sentirli pronunciare causa sempre un certo dispiacere: Koren, gregario di Nibali, e Božič, direttore sportivo della Bahrain-Merida, ai quali va aggiunto Đurasek, atleta della UAE-Emirates.

La gogna mediatica s’è già messa in moto, d’altronde per guadagnare notorietà è sufficiente un titolo in maiuscolo e la foto di una siringa. La UAE-Emirates è, senza dubbio, la squadra più in fibrillazione del momento: oltre all’affaire Đurasek e al prematuro ritiro di Gaviria, c’è stato l’allontanamento dal Giro d’Italia di Molano, fermato dal team per “valori fisiologici apparentemente anomali”, che per il momento vuol dire tutto e vuol dire nulla: attendiamo novità. Delusioni che Conti sta cercando di dissipare con la conquista inaspettata della maglia rosa: si è difeso egregiamente nel secondo fine settimana di gara e dunque la porterà per qualche altro giorno almeno, tra il riposo di oggi e le successive due tappe di pianura. Segnaliamo con piacere il ritorno di Ulissi ad alti livelli: a Frascati ha sbagliato le tempistiche e se non avesse dovuto proteggere la maglia rosa del compagno, compito che comunque sta svolgendo molto bene, avrebbe potuto lasciare il segno nelle tappe mosse tra Puglia, Abruzzo e Marche. Ad essere in forma, tuttavia, non sono soltanto Conti e Ulissi: il ciclismo italiano in generale sta attraversando un buon momento.

Valerio Conti riporta la maglia rosa in Italia tre anni dopo Vincenzo Nibali, che la conquistò nel 2016 indossandola per un giorno soltanto: l’ultimo. ©Emanuela Sartorio

Finalmente il nostro movimento sta riscoprendo l’importanza di entrare in fuga. Perché restare in gruppo se non si hanno capitani da aiutare o classifiche generali da scalare? Perché ostinarsi nel difendere un piazzamento superfluo, quando il gruppo lascia invece così tanto spazio agli attaccanti? Il Belgio, che da anni non può contare né su velocisti di primo piano né su scalatori in grado di lottare per la classifica generale dei grandi giri, è un riferimento in materia. Grazie alle fughe ha raccolto tantissimi successi parziali che garantiscono serenità e soddisfazione ad un movimento che non può raccogliere di più; corridori come Gilbert, De Gendt, Wellens e Van Avermaet, in particolar modo nelle brevi e grandi corse a tappe, sono degli attaccanti insaziabili. Abbiamo fatto l’esempio del Belgio ma avremmo potuto nominare la Spagna e la Francia, altre due scuole ciclistiche che in mancanza di capitani riconosciuti si gettano in fuga con costanza e profitto.

E allora ben vengano i Conti, i Masnada, i Cattaneo; e magari seguissero il loro esempio atleti come Nizzolo e Modolo, due buoni corridori che continuano ad attendere la volata di gruppo uscendone sconfitti spesso e volentieri. Almeno un ciclista italiano è salito sul podio di tappa in sei occasioni sulle nove a disposizione; Conti indossa la maglia rosa, Carboni ha portato per qualche tappa quella bianca di miglior giovane, un Ciccone dal piglio fin troppo battagliero e dispendioso conserva quella blu di miglior scalatore. Invece di chiedersi come faremo senza Vincenzo Nibali, sarebbe più giusto portare alta la bandiera italiana sui traguardi che ci competono nell’attesa che si palesi un altro fuoriclasse. Perché Vincenzo Nibali questo è: un fuoriclasse che passa una volta ogni tanto.

Più di Roglič, è Nibali il capitano che esce in maniera migliore dalla prima metà di corsa. Roglič è attualmente il più forte ma nelle due cronometro disputate fin qui non ha fatto sfaceli: lo dimostra il minuto e quarantaquattro di distacco di Nibali, che cronoman non è e che viaggia spedito verso i trentacinque anni. Semmai sono i rivali dello sloveno e dell’italiano ad essere andati male. Il responso della cronometro di San Marino è impietoso: Formolo e López vanno davvero in difficoltà nelle prove contro il tempo, Landa è una scommessa ambulante, Yates è il grande sconfitto di giornata, troppo spavaldo ed evidentemente acerbo nella gestione dello sforzo.

Gli outsider più interessanti si confermano essere quelli della vigilia: Majka, Mollema, Jungels, Zakarin con Kangert che lancia segnali ottimi nella Riccione-San Marino e Bilbao che, nonostante un approccio poco spettacolare, non scivola mai così lontano dai favoriti per la vittoria finale. Bilbao fu sesto lo scorso anno mentre Kangert occupava il settimo posto al Giro d’Italia 2017 prima che un brutto incidente lo costringesse al ritiro a una settimana dal termine: nel complesso scacchiere delle alleanze e dei piazzamenti, le loro intenzioni potrebbero pesare sull’andamento della corsa. Un corridore colpevolmente sottovalutato alla vigilia da chi scrive è Carapaz, quarto un anno fa e brillante in questa edizione col successo di Frascati e l’undicesimo posto nella cronometro di San Marino.

Resta da capire quando e in che modo avverrà la spartizione dei ruoli in Movistar: Landa ha delle doti indubbie ma per resistere tre settimane sono fondamentali la fermezza e la sicurezza di Carapaz. Ai fini della lotta per la maglia rosa, ci sono diverse matasse da sbrogliare: i delusi dovranno attaccare, Nibali dovrà aspettare il momento giusto, a Roglič l’arduo compito di difendersi. La seconda metà del Giro d’Italia 2019 è durissima: il maltempo, le ambizioni e i timori dovrebbero renderla particolarmente spettacolare.

 

Dei favoriti per la vittoriale finale, Primož Roglič è quello piazzato meglio: riuscirà a rintuzzare gli attacchi dei tanti scalatori naufragati nelle prove contro il tempo? ©Giro d’Italia, Twitter

Concedeteci due parole sulla Rai. Non abbiamo né l’arroganza né tantomeno le competenze per insegnare un mestiere che non sappiamo fare, ma da semplici utenti non siamo per niente soddisfatti. Riconosciamo che un evento così impegnativo come il Giro d’Italia non sia semplice da coprire, e sappiamo altrettanto che l’errore è dietro l’angolo e che un errore non vuol dire niente. Ma qui non si parla di un errore, ma di una serie di situazioni noiose e spiacevoli: refusi, confusione, ritorni in cuffia, servizi che non partono o si bloccano, collegamenti interrotti, conduttori e commentatori che si parlano sopra, una retorica stucchevole che accompagna il commento delle tappe.

Il Giro d’Italia è l’appuntamento principale per Rai Sport, considerando che via via ha perso gran parte dei diritti televisivi esercitati un tempo: ci saremmo aspettati qualcosa in più, ad essere sinceri. Più volentieri un palinsesto che prevede soltanto qualche ora di trasmissione, piuttosto che un programma dietro l’altro condito perlopiù da ovvietà e voli pindarici.

 

Foto in evidenza: ©Giro d’Italia, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.