Rendersi conto della storia che passa

Spunti, considerazioni, riflessioni e provocazioni dal Tour de France 2019.

 

 

Procediamo per sommi capi: Egan Bernal ha conquistato il Tour de France 2019, precedendo di oltre un minuto Geraint Thomas e Steven Kruijswijk; dal quarto al decimo posto troviamo, nell’ordine: Buchmann, Alaphilippe, Landa, Urán, Quintana, Valverde e Barguil; la maglia verde – la settima, quella dei record – se l’è aggiudicata Peter Sagan, mentre quella bianca è andata a Bernal e quella a pois a Romain Bardet. I sommi capi si chiudono qui: se si vogliono invece capire i motivi che hanno già consegnato alla Storia il Tour de France 2019, allora bisogna scendere necessariamente nello specifico.

Le corse a tappe del futuro

Un suggestivo passaggio della tappa finale del Tour de France 2019. ©Le Tour de France, Twitter

Che si parli di classiche o corse a tappe, il percorso rimane uno degli elementi più importanti – e intriganti. Quello del Tour de France 2019 era abbastanza semplice da analizzare: ad una prima parte variegata e piena di trabocchetti, ne seguiva una seconda persino esagerata da un punto di vista altimetrico ma con un disegno che non convinceva del tutto. E in effetti la realtà non si è discostata molto dalla teoria. I primi dieci giorni di corsa, tra cronometro, ventagli, salite e planimetrie che incentivavano il nervosismo, hanno regalato una sfilza di colpi di scena; la seconda parte, invece, seppur nel segno dello spettacolo, ha sollevato qualche dubbio.

Le due frazioni riservate ai velocisti nei giorni successivi a quelli di riposo, ad esempio, hanno lasciato un po’ d’amaro in bocca, la sensazione che al Tour de France non sia successo praticamente niente per due giornate consecutive; oppure pensiamo agli arrivi posti al termine di discese lunghe venti o trenta chilometri, finali di tappa durante i quali è difficile aspettarsi qualcosa ai fini della classifica generale. Tuttavia, la volontà dell’organizzazione è apparsa chiara: proporre un Tour de France ai limiti dello sperimentale, allontanare gli stereotipi il più possibile, preferire il canovaccio al copione.

Una tendenza che traspare da alcune scelte nette. I chilometri contro il tempo, l’unico esercizio in grado di fare ancora differenze importanti, sono stati drasticamente ridotti per non fare uscire di classifica alcuni corridori utili a dare spettacolo sulle montagne; anche le volate sembrano trovare meno spazio: se ne contano sette, anche se almeno due di queste – la prima vinta da Teunissen e quella nei ventagli di Albi regolata da Van Aert – hanno risentito delle cadute e dei cambiamenti atmosferici, dunque i ranghi più che compatti erano ristretti.

E poi ci sono le salite, il territorio che più di ogni altro sembra attraversare – ciclisticamente parlando, ovviamente – un periodo di studio approfondito e ripensamento: se le prestazioni si sono livellate verso l’alto, e dunque se i capitani sono sempre più restii a muoversi con coraggio e spregiudicatezza, allora si capisce che disegnare delle tappe più compresse – dure ed esplosive – può avere un senso. Ovviamente non c’è una ricetta giusta: il ciclismo continuerà a cambiare, quindi servirà l’atteggiamento giusto per saper interpretare il tempo che passa; in più, per quanto possa essere inflazionato e stucchevole da ripetere, “la corsa la fanno i corridori” rimane un’asserzione dannatamente vera.

Soffermarci sul maltempo ci sembra superfluo: ci sembra di poter dire che l’organizzazione non poteva muoversi diversamente e che anzi, si è mossa nella maniera migliore. E la corsa, almeno per quanto riguarda la lotta per la maglia gialla, non è stata condizionata da questo: la tendenza era chiara e se le ultime due frazioni alpine fossero state disputate nella loro interezza, a guadagnarci sarebbe stato soltanto il Team Ineos.

La corsa nella corsa

A caccia di successi anche a questo Tour, Matteo Trentin si conferma come una delle punte più prestigiose del ciclismo italiano. ©Le Tour de France UK, Twitter

Anche “la corsa nella corsa”, pur non essendo un’espressione così orecchiabile, esprime ottimamente il concetto che contiene: in una corsa a tappe – breve o lunga non fa differenza – non c’è soltanto la lotta per la classifica generale. Per l’ennesima volta, mancando un cannibale in grado di monopolizzare la corsa dal primo all’ultimo giorno, la maglia a verde e quella a pois sono state appannaggio di corridori che avevano nei traguardi parziali e nelle fughe i loro obiettivi giornalieri.

Sagan non aveva mai conquistato la classifica a punti in maniera così scialba, ma siamo convinti che, trattandosi della settima – dunque quella che lo pone definitivamente davanti ad Erik Zabel -, il modo in cui l’ha vinta gli interessa il giusto. È il risultato di tre settimane corse spesso davanti, talvolta in fuga e sempre alla caccia di briciole, ché in situazioni del genere non si butta via niente.

I corridori che avrebbero potuto impensierirlo sono due: un velocista in grado di strapazzare la concorrenza nelle volate – il Cavendish di qualche anno fa, lo sfortunato Kittel del 2017 – oppure un Matthews più in forma e più egoista, dato che nelle fughe ha finito spesso per lavorare per compagni di squadra incapaci poi di capitalizzare. Stuyven, Trentin e Colbrelli non hanno avuto la costanza necessaria, mentre Viviani, Groenewegen e Ewan – il miglior velocista del Tour de France 2019 – si sono chiamati fuori dalla contesa dovendo ora lavorare per i capitani, ora salvare la gamba nelle frazioni più difficili e pensare soltanto al tempo massimo.

Per quanto riguarda la maglia a pois, invece, la faccenda è andata diversamente. Come avevamo pronosticato nei primi due resoconti, Wellens non è riuscito a portarla fino in fondo ma si è difeso egregiamente: ha concluso terzo a tre punti da Bernal, che se avesse avuto a disposizione la scalata verso Tignes non solo avrebbe incrementato il vantaggio nei confronti dei diretti avversari per la maglia gialla, ma avrebbe centrato anche la maglia a pois.

L’onore è toccato invece a Romain Bardet, al quale va riconosciuto un animo indomito: la classifica dei gran premi della montagna non può cancellare le delusioni accumulate nelle ultime tre settimane, ma quantomeno le mette in un’ottica diversa. Anche Simon Yates, come Bernal, avrebbe potuto trarre giovamento dalla scalata verso Tignes; tuttavia, i primi dieci giorni passati in coda al gruppo gli sono costati troppi punti, proprio mentre Wellens accumulava la maggior parte dei suoi. Ed è un peccato, infine, che Caruso, Nibali e Ciccone non siano riusciti a curare questa classifica con la costanza e la furbizia necessarie.

Vuoi per una forma in certi momenti approssimativa, vuoi per alcuni malanni in giornate decisive, i tre si sono dovuti arrestare sulla soglia: Caruso ha chiuso quarto, Nibali quinto e Ciccone sedicesimo ma con gli stessi punti che aveva nella prima settimana – non era un caso che molti addetti ai lavori lo considerassero uno dei favoriti principali per indossare la maglia a pois sul podio di Parigi.

Bardet conquista la maglia a pois nel Tour 2019: magra consolazione per chi partiva con ambizioni di vittoria. ©Le Carnet des Sports,Twitter

Ogni squadra e ogni corridore esce dal Tour de France 2019 in maniera diversa. Jumbo-Visma, Deceuninck-Quick Step, Lotto Soudal e Mitchelton-Scott sono al settimo cielo: la prima ha messo Kruijswijk sul podio e centrato quattro vittorie di tappa, con Van Aert che sembra sempre più forte e Teunissen che si candida al ruolo di outsider nelle classiche; la seconda ha esultato tre volte – due con Alaphilippe e una con Viviani -, senza dimenticare i piazzamenti dei due e i giorni in maglia gialla del francese; la terza di successi ne ha raccolti quattro grazie ad Ewan e De Gendt, ribadendo una volta di più la sua attitudine nel cacciare le vittorie parziali.

Quattro sono le affermazioni anche della squadra australiana: la classifica generale di Adam Yates è naufragata alla svelta, ma ci hanno pensato Impey, Simon Yates e Trentin a rimpinguare il bottino della squadra. Per Impey è la vittoria più importante della carriera; per Trentin una gioia in una stagione d’altissimo livello alla quale mancava soltanto una giornata del genere; per Simon Yates una manifestazione di forza inaudita, che lo rilancia dopo un Giro d’Italia deludente.

Considerando i nomi a loro disposizione, sono molte le squadre che invece avrebbero potuto e dovuto fare meglio – Education-First, UAE e Dimension Data su tutte. Astana e Trek-Segafredo sono rimaste nel limbo per troppo tempo, indecise sul da farsi: tutelare la traballante classifica dei capitani oppure gettarsi all’attacco con ambizioni importanti? Si sono mosse su entrambi i fronti e i risultati non sono stati esaltanti: si salvano Ciccone, Stuyven, Bilbao e Lutsenko, corridori che avrebbero garantito almeno una vittoria di tappa a testa se mossi diversamente – e magari con qualche acciacco in meno.

Le Professional si sono date da fare, raccogliendo diversi piazzamenti parziali – Meurisse, Simon, Périchon, Bonifazio, Greipel – e finali – Barguil, Martin, Herrada e il già citato Meurisse – ma la giornata di gloria non è arrivata. La Sunweb ci ha provato quasi ogni giorno – Bol e Kämna sono i nomi da appuntare – ma l’esito è stato più o meno lo stesso, mentre la Katusha Alpecin è stata la squadra più anonima: si ricordano soltanto lo sporadico coraggio di Politt e Würtz Schmidt e il quinto posto di Debusschere a Tolosa.

Se la CCC è stato uno dei team più propositivi con Van Avermaet, Geschke, Pauwels e Schär – che peccato il ritiro di De Marchi -, la AG2R e la Groupama-FDJ avrebbero potuto togliersi qualche soddisfazione parziale se non avessero dovuto tutelare il Tour de France di Bardet e Pinot, andato male seppur per motivi diversi. Ineos e Movistar si sono interamente dedicate alla classifica generale e i risultati parziali ottenuti vanno letti in quest’ottica; Bahrain Merida e BORA-hansgrohe, infine, hanno di che essere contente, eppure l’impressione è che avrebbero potuto fare ancora meglio, se corridori come Caruso, Nibali e Schachmann fossero stati integri nell’arco delle tre settimane e se non ci fossero state delle classifiche da salvaguardare.

Incerto è bello

Val Thorens 2019: la sicurezza prima di tutto. ©Ann Braeckman, Twitter

Ma veniamo un po’ alla polpa: la lotta per la maglia gialla. Non vogliamo discutere su ciò che è bello: concetto troppo soggettivo. Questa corsa a noi è piaciuta, compresa la contesa tra gli uomini di classifica e la definiamo bella poiché strana e incerta. Prima di parlare dei protagonisti, però, due parole sul disegno della tre giorni alpina sono d’obbligo.

Il giudizio resta sospeso per quanto riguarda le tappe di venerdì e sabato e il reale impatto avuto sullo sviluppo degli eventi di un chilometraggio per qualcuno definito più adatto a una corsa Under 23. La neutralizzazione della tappa, dopo il passaggio dal GPM dell’Iseran, e il taglio netto della frazione con arrivo a Val Thorens, non ci dà elementi validi a supportare alcuna tesi. Abbiamo parlato di quanto sia giusto sperimentare, è vero, ma possiamo dire, a gusto personale, che in una tre giorni decisiva come quella di questo Tour, dopo una tappa di poco oltre 200 chilometri, e prima di una tappa breve, ma ben congegnata, il disegno avrebbe dovuto prevedere almeno un’altra frazione di montagna sopra la fatidica quota duecento – e magari osare anche duecentotrenta – in modo da dilatare ulteriormente i margini tra i corridori, mettendo in risalto caratteristiche quali resistenza, fondo e recupero, in barba all’esplosività. Anche se i percorsi presentati in questi anni stanno virando esattamente dalla parte opposta.

Si è fatta la Storia

Gli ultimi due vincitori del Tour de France: Egan Bernal e Geraint Thomas. ©Tour de France – DE

Parlando degli attori: Bernal regala alla Colombia il primo Tour de France della storia e il terzo Grande Giro, dopo la corsa rosa del 2014 (Quintana) e la Vuelta del 2016 (sempre grazie all’alfiere Movistar). Completa, a soli ventidue anni, un’opera iniziata in passato da Herrera e Parra e arriva dove nemmeno Urán, pioniere di questa generazione e Quintana, il più atteso, hanno potuto, tra gli escarabajos nati a cavallo degli anni ’90.

Lo fa senza spezzare l’egemonia Sky/Ineos e alla maniera dei britannici, con un vero unico attacco devastante e decisivo – sul Galibier fu poco più di una puntura – lungo le infinite rampe che portavano in cima al Col de l’Iseran. Lo fa in contumacia di quelli che sono i più forti interpreti di questi anni per le corse a tappe, Froome e Dumoulin, e in un momento che difficilmente potremmo definire l’age d’or dei corridori da Grandi Giri. Vince anticipando il futuro e mantenendo fede a chi, tempo fa, si spendeva in parole di elogio sulle sue qualità – no, non vogliamo fare l’orribile corsa a “l’ho detto prima io che Bernal avrebbe vinto il Tour”, che si legge in queste ore sul web. La sua incursione nell’élite del ciclismo darà il via, nelle prossime stagioni, a sfide entusiasmanti con López, Carapaz, Sivakov, Pogačar, Gaudu, Mas, altre nuove leve in arrivo- per Evenepoel è forse ancora presto – o di annate di grazia di chi già oggi ha l’età per essere protagonista nelle grandi corse a tappe.

Il podio finale ha visto corridori che non hanno mai colto un successo parziale in questa edizione della Grande Boucle; un podio che, come nella Corsa Rosa, viene occupato per due terzi da atleti mai saliti fra i primi tre di un grande giro: segno ulteriore dell’incertezza, del livellamento e del cambio generazionale in atto. Al secondo posto c’è Thomas, che senza mai entusiasmare e anzi rimbalzando dopo un’accelerata sul Galibier, vive di rendita grazie alle due cronometro e a buoni piazzamenti nelle tappe di montagna. Il gradino più basso è un premio alla regolarità di Steven Kruijswijk, finalmente tra i migliori tre di un Grande Giro, dopo tanta sfortuna. Accusato di essere un corridore sparagnino, quando per la verità negli anni ha dimostrato una certa indole da attaccante lanciandosi spesso in azioni che poi gli rendevano conti salati, l’olandese cambia registro e approfitta dell’annata di grazia di tutta la sua squadra per cogliere un terzo posto su cui basare una carriera e che, felici di essere smentiti, difficilmente potrà essere migliorato in futuro.

Quarto è un altro corridore a secco di vittorie e che intona l’inno alla concretezza e alla regolarità, uno Zubeldia in salsa teutonica: Emanuel Buchmann, tedesco classe ’92 al miglior piazzamento per distacco in un Grande Giro. Un risultato arrivato grazie a una corsa solida, senza mai rubare l’occhio in salita – supportato da una sempre ottima BORA – concedendo poco e nulla allo spettacolo e approfittando dei ritiri, delle assenze e delle débâcle altrui.

Al quinto posto Alaphilippe: uomo a parte – e uomo in più – di questo Tour e che con le sue azioni e la strenua resistenza ha aiutato a rendere più interessante la corsa. Il suo sogno – e quello di tutta la Francia – frana sull’Iseran, ma il numero uno del ciclismo mondiale esce dalla Boucle con nuove prospettive. La dimensione da leader delle corse di un giorno dimostrata in primavera viene ora ingigantita da quello che ha dimostrato nelle tre settimane in terra francese.

È vero che le assenze, il percorso e il livello degli avversari hanno sicuramente agevolato il piazzamento, ma la capacità di resistere sulle salite grazie a quella maglia gialla indossata per diversi giorni, donano nuova consapevolezza al classe ’92 di Saint-Amand-Montrond. Lo rivedremo con piacere l’anno prossimo a lottare per la classifica, a patto però che non snaturi le qualità da attaccante, le doti veloci e di esplosività, marchio di fabbrica di uno dei corridori più spettacolari e vincenti del ciclismo degli anni 2010-2020.

Gli altri, a ruota

Dopo il ritiro al Giro, De Plus al Tour ha dimostrato di essere uno degli uomini più affidabili in salita: miglior gregario della Grande Boucle 2019? ©Laurens De Plus, Twitter

Il sesto, l’ottavo e il nono posto occupato in classifica dal trio Movistar ci dà l’occasione di aprire una parentesi sulle squadre degli uomini di classifica. Impalpabile l’Astana – con Fuglsang a pieno regime cosa ne sarebbe stato di loro? -, il Team Ineos non ha mai impressionato -pensate a cosa eravamo abituati in passato – non ha mai dovuto davvero controllare la corsa, o dare il via a trenini stronca-corridori e anestetizza-corsa dei Tour passati. Al solito enorme lavoro di Castroviejo, che già lo scorso anno si prese il lusso di spianare vette alpine e pirenaiche, e a quello di un sempre più stupefacente – in salita – Van Baarle, si contrappongono le prove di Kwiatkowski e Moscon, apparsi anni luce lontani dai loro standard.

Le squadre più forti in montagna sono state Jumbo-Visma, con un Bennett costretto a reinventarsi dopo essere uscito di classifica per un ventaglio e un De Plus miglior gregario in salita a questo Tour, e Movistar. Gli spagnoli, rimasti di nuovo senza maglia gialla finale, vincono la classifica a squadre, piazzano Amador e Soler quasi in ogni fuga nelle tappe di montagna oltre che tre uomini in top ten, ma spesso la loro tattica ha lasciato perplessi. Nel giorno del successo di Quintana, con tanto di record di scalata sul Galibier, la Movistar si sostituisce alle squadre avversarie andando a rosicchiare circa tre minuti alla fuga con dentro il proprio capitano (ma lo era poi davvero a conti fatti?) e senza poi lanciare all’attacco né Landa – sesto posto finale, senza successi parziali, né attacchi decisivi – né Valverde: ancora una top ten in un grande giro per lui, ora sono diciassette su venticinque. Quintana, che il giorno dopo il Galibier pagherà gli sforzi profusi, perderà così una ghiotta occasione di ritrovarsi nuovamente in lotta per il podio, chiudendo con l’ottavo posto finale non lontanissimo dal quinto di Alaphilippe.

In mezzo ai Movistar, Urán è settimo. Il segno del tempo crea solchi anche sulle sue gambe: “Non ho più la brillantezza di una volta”, dirà dopo i Pirenei. Le Alpi, ahilui, non lo smentiranno. A chiudere la top ten, Barguil, che senza l’exploit di Alaphilippe sarebbe stato il migliore dei francesi. Prova da uomo di metà classifica che ci fa un po’ storcere il naso, un corridore che tempo fa esaltò con attacchi in salita, tappe vinte e maglia a pois. Le poche volte che in questo Tour ha messo il muso fuori dal gruppo, è rientrato prontamente nei ranghi. Una corsa per lui senza lode, per la sua squadra, pronta al passo nel World Tour, un grande risultato.

E a proposito di francesi, digerita la botta Pinot – ne parliamo tra un po’ – arriva a ridosso della top ten Guillaume Martin: corridore in crescita che migliora nettamente la sua migliore posizione finale al Tour. Anche lui, purtroppo, sacrifica il sentimento di battaglia alla causa del piazzamento in classifica: il ciclismo ai tempi del World Tour. Infine, sempre in chiave transalpina, il giovane Gaudu è tredicesimo: devastante sui Pirenei, il futuro, sulle grandi salite, è dalla sua.

La vittoria di Gaudu al Romandia davanti a Roglič, Rui Costa e Woods. ©David Gaudu, Twitter

A ridosso della top ten arrivano invece due corridori che chiudono la corsa con stati d’animo agli antipodi: Porte e Aru. Porte, undicesimo, nonostante i proclami da podio della vigilia, corre un Tour sui suoi standard abituali, facendo la formichina tra Vosgi, Pirenei e Alpi e perdendo il decimo posto negli ultimi chilometri verso Val Thorens. Un buon risultato che rispecchia la sua carriera. Difficile chiedere di più anche a Fabio Aru, dopo le difficoltà, le mazzate morali e l’operazione, il corridore sardo dimostra una grande caparbietà, non supportata, però, dalla tenuta. Cala drasticamente negli ultimi due giorni, ma riesce ugualmente a mantenere un prezioso quattordicesimo posto finale che ne fa di gran lunga il migliore degli italiani.

A proposito di azzurri: su Nibali abbiamo detto la nostra più volte. L’azione lungo l’infinita salita verso Val Thorens dimostra la classe del corridore e quanto conta la testa; Ciccone ci prova quasi sempre, ma la condizione fisica va in calando, infine Caruso. Dopo un Giro a tutta – e corso nella prima parte con la febbre alta – una caduta al Tour rischiava di mandarlo a casa in anticipo. Lui riesce ugualmente a ritagliarsi uno spazio importante accarezzando il sogno maglia a pois grazie al passaggio in testa sull’Izoard. Sogno che si infrangerà nella giornata successiva sull’Iseran, a causa della sfida tra i big che ha fatto esplodere la corsa e ribaltato la classifica generale.

Chi soffre, chi scende, chi delude

L’abbraccio tra Pinot e Bonnet è una delle immagini simbolo del Tour 2019.

Pinot è quello che ha sofferto di più. La drammaticità della sua uscita ha suscitato amarezza e un senso di ingiustizia anche al meno empatico degli osservatori. Aveva la gamba per vincere il Tour: è innegabile; eppure colleziona il suo sesto ritiro su dodici Grandi Giri disputati, quinto negli ultimi otto, terzo consecutivo al Tour. Da sportivi ci auguriamo che il destino possa restituirgli quello che gli toglie anno dopo anno sulle strade di casa, con la consapevolezza, però, che il ciclismo vive di un equilibrio tutto suo.

Bardet, invece, dovrebbe farci capire che intenzioni ha e cosa vuole fare della sua carriera. È vero, un Tour deludente ci sta, non lo condanniamo per questo. Ma mentre Pinot e Alaphilippe vincono tappe e rischiano di portare a casa la corsa, lui salta mestamente nascondesi a fine Tour dietro una maglia a pois che di certo non dà nulla alla sua carriera. Riprenda in mano la situazione e inizi a puntare anche su altro come gli è riuscito bene nel 2018. Bardet saprebbe essere anche un corridore spettacolare, se lo ricordi e lo rimetta in pratica. Magari dal Giro 2020.

Adam Yates conferma come invece il risultato del 2016 fu un exploit. In salita si stacca dai migliori e anche quando non va in fuga manca totalmente dell’istinto vincente che invece possiede il gemello. Non ci stupiremmo, però, di vederlo protagonista nelle corse di un giorno da qui a fine stagione e alla Vuelta; se ci sono due cose che non mancano in casa Yates sono grinta e ambizione.

Tra le delusioni di questo Tour non può mancare uno Zakarin ai limite dell’indisponente: avrebbe forse fatto meglio a lasciare il posto a qualche suo compagno di squadra nella formazione per il Tour, ed Enric Mas, che dopo la cronometro si ritrova in piena lotta per il podio, ma paga giornate dispendiose a correre prima per Viviani e poi per Alaphilippe compromettendo il suo risultato personale. Le qualità per riemergere, però, ci sono tutte. Infine Dan Martin, che commenta così, a Cyclingnews, la sua corsa: “Avevo un’ottima condizione, ma c’era qualcosa che mi bloccava, ed è questa la parte più frustrante. In montagna andavo in fuga, stavo bene e poi all’improvviso mi si spegneva la luce. Conosco il motivo, ma non posso dirlo. Ne parlerò con la squadra e lo scoprirete presto.” Più enigmatico di così?

 

 

Foto in evidenza: ©Tour de France – DE, Twitter