Richie Porte e un miraggio chiamato Tour de France

Ambizione, ossessione, maledizione: cos’è il Tour de France per Richie Porte?

 

 

Alla vigilia del Tour de France 2016, Richie Porte poteva essere legittimamente considerato uno dei principali rivali di Chris Froome. I motivi erano presto detti: stava attraversando il periodo migliore della sua carriera, aveva trentuno anni e mezzo e per la prima volta era il capitano di una grande squadra, la BMC, sulle strade del Tour de France. Tejay van Garderen, infatti, sarebbe stato il suo luogotenente e nulla di più.
Nei diciotto mesi precedenti, Porte aveva totalizzato dieci vittorie: la prova a cronometro dei campionati australiani, due tappe al Down Under, una alla Volta ao Algarve; e ancora due tappe e la classifica generale della Parigi-Nizza, una frazione e la vittoria finale al Giro del Trentino e la classifica generale della Volta a Catalunya. Di queste dieci soltanto una era arrivata nel 2016, quella “classica” sulle rampe di Willunga Hill; a compensare, tuttavia, furono i piazzamenti: secondo al Down Under, terzo alla Parigi-Nizza, quarto alla Volta a Catalunya e al Delfinato.

Dei tanti assalti lanciati da Porte e dalle squadre di cui ha fatto parte alla classifica generale del Tour de France, quello del 2016 sarebbe rimasto l’unico andato piuttosto bene: quinto a cinque minuti e diciassette da Froome, a cinquantasei secondi dal terzo posto di Quintana e a un minuto e dodici dal secondo di Bardet. Nonostante l’ottimo risultato, Porte aveva di che recriminare: rimase coinvolto insieme a Froome e Mollema nell’isteria collettiva del Mont Ventoux e nella seconda tappa, quella che arrivava a Cherbourg, perse un minuto e quarantacinque a causa di una foratura occorsagli a pochi chilometri dal traguardo.

©Cyclingnews.com, Twitter

Sono passati quattro anni, sembra passata un’eternità. Si fa fatica, oggi, a ricordare che Richie Porte è stato un serio pretendente alla maglia gialla. Di più: il ricordo appare tanto sbiadito da sembrare sbagliato, quasi un fraintendimento o uno scambio di persona. È successo, invece: una fiducia di cui Porte non ha goduto nelle edizioni successive, quando ha continuato a partecipare nonostante ora i suoi limiti e ora la sfortuna gli impedissero di colmare la distanza tra le sue ambizioni e il risultato finale. Sapeva d’inizio, quel quinto posto al Tour de France 2016: forse fu l’inizio della fine, oppure l’inizio di un bel niente, una prestazione importante ed estemporanea.

Debutti

Eppure il debutto di Richie Porte in un grande giro fu memorabile. Al Giro d’Italia 2010, infatti, indossò la maglia rosa per tre giorni consecutivi, vinse la maglia bianca di miglior giovane e chiuse al settimo posto in classifica generale a soli sedici secondi da Vinokourov, sesto. Certo, la maglia rosa e l’ottimo piazzamento in classifica generale erano il frutto della fuga gigantesca e scellerata che prese il largo nella tappa de L’Aquila: Porte ne faceva parte, infatti, e se ne giovò. Ma non fu soltanto il Giro d’Italia a sorridergli: l’intera stagione gli regalò diverse soddisfazioni. In primavera vinse una cronometro al Romandia davanti a Valverde, Karpets, Rogers e Menchov; nell’ultima parte dell’anno, invece, fu quarto in tre corse consecutive: Eneco Tour, Tour of Britain e prova a cronometro dei campionati del mondo – a sette secondi dal bronzo di Tony Martin e a sedici dall’argento di David Millar.

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Al Giro d’Italia sarebbe tornato soltanto in altre due occasioni: nel 2011, gregario di un Contador che non aveva assolutamente bisogno di gregari, e nel 2015, ritiratosi al termine della quindicesima tappa, vittima di incidenti e problemi meccanici che lo avevano spedito nei meandri più oscuri della classifica generale. Alberto Contador era il capitano per il quale doveva lavorare anche al Tour de France del debutto, quello del 2011. Di quella corsa, tuttavia, Porte non serba un ricordo positivo: la Vandea, la terra che ospitava la Grand Départ, parteggiava spudoramente per la Europcar e ricoprì di sputi e insulti Contador e la sua squadra per l’affaire clenbuterolo che riguardava lo spagnolo e che non era ancora stato risolto. Oltre al trauma del debutto, la Saxo Bank non ebbe nemmeno fortuna: Contador cadde, sbatté il ginocchio destro e nonostante un carattere ammirevole non andò oltre il quinto posto finale.

Dal 2012 al 2015, Richie Porte è uno dei gregari più forti e preziosi del gruppo. Ad usufruire della sua potenza è il Team Sky, che lo affianca prima a Wiggins e poi a Froome, del quale diventerà amico e compagno di camera. Dei tre Tour de France vinti dalla Sky tra il 2012 e il 2015, Porte è uno dei protagonisti; oltre ad essere l’ultimo gregario a mollare, infatti, va talmente forte da sfiorare la vittoria di tappa in diverse occasioni: nel 2013 è secondo ad Ax 3 Domaines dietro a Froome, stesso risultato raccolto nel 2015 ancora dietro a Froome salendo verso La Pierre-Saint-Martin. Per non parlare delle cronometro: quinto a Chartres nel 2012, quarto a Mont-Saint-Michel nel 2013. Concluderà due volte tra i primi dieci anche sull’Alpe d’Huez, sesto nel 2013 e settimo nel 2015. Nell’unico e improvviso spiraglio che gli si spalanca davanti nel 2014, tuttavia, Porte vi si lancia senza successo: le cadute e il ritiro di Froome nella giornata di grazia di Nibali sul pavé lo promuovono involontariamente capitano, ma Porte verrà respinto salendo prima verso Chamrousse e poi verso Risoul.

Del passaggio alla BMC e del quinto posto al Tour de France 2016 ho già parlato. Le due campagne successive si sarebbero rivelate un disastro. Nel 2017, scendendo dal Mont du Chat, Porte avrebbe perso il controllo della propria biciclette rovinando pesantemente a terra: per qualche momento si temé il peggio, ma alla fine Porte venne dichiarato cosciente e integro. Ammaccato e fratturato, si capisce, ma tutto sommato integro. Intervistato dalla stampa al termine della tappa, Fabio Baldato non era contento. «Che la discesa era pericolosa lo sapevamo», spiegava. «L’avevamo fatta quattro volte, tra allenamenti e ricognizioni. Lo sapeva la squadra e dunque lo sapeva anche Richie». Un anno dopo, nella nona tappa come l’anno precedente, Porte cadde sul pavé tra Arras e Roubaix. Quel giorno Degenkolb anticipò Van Avermaet, maglia gialla nonché gregario di lusso di Porte; l’australiano, invece, si ritirò in lacrime per l’ennesima volta.

©Santos Tour Down Under, Twitter

Sportivamente parlando, stava vivendo il momento peggiore della sua vita. Qualche settimana più tardi sarebbe andato alla Vuelta, ma il miglior piazzamento parziale fu il trentottesimo posto colto ai Lagos de Covadonga; in classifica generale chiuse ottantaquattresimo a quasi tre ore da Simon Yates. Gli rimaneva l’impegnativo Mondiale di Innsbruck, estremamente adatto alle sue caratteristiche: rinunciò, niente da fare, non se la sentiva. In quei giorni nacque il suo primo figlio e Porte si prese del tempo per goderselo, staccando così la spina: l’unica nota lieta della sua vita arrivava dal di fuori della sua carriera.

Un problema di percezione

Non potendo trarre rassicurazioni ed esempi confortanti dalle proprie esperienze, Richie Porte si è trovato spesso a riflettere sulle vittorie di alcuni suoi illustri colleghi: Wiggins e Froome, ad esempio, i modelli più importanti della sua carriera, arrivati all’apogeo nella seconda metà della loro traiettoria ciclistica; in secondo luogo c’è l’esempio di Geraint Thomas, sfortunato gregario di lusso che ha vissuto un luglio probabilmente irripetibile nel 2018, riuscendo laddove Porte ha sempre fallito; e infine Cadel Evans, l’unico ciclista australiano ad aver vinto un grande giro, avendo conquistato il Tour de France nel 2011 – aveva trentaquattro anni e mezzo, uno dei vincitori più anziani nella storia della Grande Boucle, la stessa età che Porte poteva vantare un anno fa, nell’estate del 2019.

Ad una prima occhiata, i limiti di Richie Porte appaiono palesi: la scarsa tenuta sulle tre settimane, la poca esperienza come capitano di una squadra di primo piano nei grandi giri, una mentalità e un atteggiamento non così solidi e audaci e dunque poco adatti ad una battaglia di nervi, ancor prima che fisica, che dura più di venti giorni. Sarebbe un’occhiata rapida e un po’ superficiale, ma tutt’altro che sbagliata: questi limiti sono evidenti in Porte. Ma c’è anche dell’altro. La sfortuna, qualsiasi cosa voglia dire: è difficile trovare un capitano che sia incappato nello stesso numero di cadute e problemi meccanici. Qualcuno sosteneva che i grandi corridori non cadono e non forano mai: troppo sbrigativa nella sua carica poetica, forse, ma di nuovo: un po’ di verità c’è anche qui. Quel che non manca a Porte è la completezza: nei suoi periodi migliori, infatti, ha dimostrato di saper coniugare doti ammirevoli sul passo e una tenuta solida in salita. Anzi, più volte è stato il migliore tanto nelle cronometro quanto nelle giornate più impegnative.

©Tour de France, Twitter

Probabilmente Richie Porte si è trovato nel bel mezzo di un fraintendimento percettivo. Tutti, dagli appassionati agli addetti ai lavori, hanno costruito dei sistemi di idee e hanno provato ad incastrarci dentro la sua figura. In due modi diversi, però. Da una parte, dove al massimo era concessa una proiezione, è stata fatta un’equazione: visto che Porte è un bel corridore capace talvolta persino di dominare le brevi corse a tappe più impegnative, prima o poi arriverà il suo turno anche in un grande giro. Non è così, lo sappiamo bene, ma ogni volta ci caschiamo e ricommettiamo lo stesso errore: la completezza non basta per primeggiare in un grande giro, così come la solidità nel breve termine può venir meno se i termini si prolungano.

In dieci anni di professionismo, Porte ha partecipato a quattordici grandi corse a tappe: nove di queste si riferiscono al Tour de France, al quale partecipa ininterrottamente dal 2011, ma soltanto in due occasioni ha concluso tra i primi dieci. L’ho già detto: al Giro d’Italia 2010 e al Tour de France 2016. Robert Gesink – per qualche anno uno scalatore di tutto rispetto, d’accordo, ma non il primo nome sul quale si scommetteva all’epoca per la classifica generale di un grande giro – tra il 2008 e il 2015 ha concluso cinque volte tra i primi dieci una grande corsa a tappe: due volte sesto e una volta settimo alla Vuelta, una volta quinto e una sesto alla Grande Boucle. Forse siamo andati troppo di fretta nel pronosticare Richie Porte vincitore di una grande corsa a tappe.

Ma la carriera di Richie Porte è stata travisata anche in un’altra maniera: siccome lui stesso dichiara che il Tour de France è l’obiettivo più importante della sua stagione, allora conta solo il risultato nella corsa francese. Porte si è lamentato molto spesso di questo criterio di valutazione, imputandolo perlopiù ai media australiani, i quali probabilmente scontano anche qualche leggerezza culturale. Ringraziando il cielo, nel ciclismo non conta soltanto il Tour de France: qui Porte ha ragione. Non si può bollare come inetto un corridore che ha conquistato due volte la Parigi-Nizza e il Tour Down Under e un’edizione del Romandia, della Volta a Catalunya, del Giro del Trentino e del Giro di Svizzera – contando anche i tanti piazzamenti e le numerose vittorie di tappa. Se è vero che il Tour de France è il banco di prova più prestigioso e definitivo, è altrettanto vero che durante la stagione si corrono altre gare importanti e un palmarès può definirsi nobile anche se non vi figurano risultati inerenti alla Grande Boucle.

©Richie Porte, Twitter

Da consumarsi preferibilmente entro…

Dallo scorso anno Richie Porte è uno dei capitani della Trek-Segafredo, verosimilmente l’ultima grande squadra a scommettere così tanto sulle sue potenzialità. A fare il suo nome quand’era arrivato il momento di muoversi sul mercato è stato Steven de Jongh, uno dei direttori sportivi della squadra. «Si vede che Richie Porte ha del potenziale, anche se non gli è bastato per raccogliere i risultati che avrebbe meritato», spiegava in un’intervista a Cyclingnews. «Non deve concentrarsi soltanto sul Tour de France, secondo me: ci sono altre corse importanti in cui può fare molto bene. Certo, allo stesso tempo non deve nemmeno rinunciare alla corsa a tappe francese: se sta bene e non gli succede niente, per me può salire sul podio». Lo stesso desiderio di Porte, che in cuor suo vorrebbe trionfare ma finirebbe per accontentarsi anche di un secondo o di un terzo posto.

Il primo anno con la nuova squadra, tuttavia, non è stato particolarmente esaltante: ha vinto solo una volta, in cima a Willunga Hill, ed è stato realmente competitivo soltanto in Australia tra gennaio e febbraio. Quinto al California e undicesimo al Delfinato, Porte al Tour de France ha raccolto un risultato in linea con quanto fatto vedere (poco): ha chiuso all’undicesimo posto, col quinto posto nella cronometro individuale di Pau come unico piazzamento degno di menzione. Paradossalmente, fatta eccezione per il quinto posto del 2016, si tratta del miglior risultato della sua carriera sulle strade del Tour de France. Dopo aver concluso la nona tappa senza intoppi, memore delle disfatte delle due precedenti edizioni, ha tirato un gran bel sospiro di sollievo e si è concesso un innocuo festeggiamento: un’inezia, si capisce, ma rende l’idea di cosa sia diventata la Grande Boucle per lui.

Oltre alla squadra, Porte aveva cambiato anche il programma di avvicinamento: dopo l’Australia, infatti, d’accordo col nuovo staff aveva deciso di disputare una primavera tranquilla per arrivare più fresco e riposato all’estate. Gli effetti desiderati non si sono visti, ma almeno si spiega la primavera anonima. A seguirlo, adesso, ci pensa Josu Larrazabal, un allenatore col quale lo stesso Porte ha dichiarato di trovarsi molto bene. Non che in passato abbia lavorato con figure inesperte: Kerrison, Bailey, Pinotti, McGee, Julich.

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Il tempo che Porte ha a disposizione sta scadendo: lo testimoniano le sue prestazioni, lo suggerisce la sua età – ha compiuto trentacinque anni a gennaio – e fondamentalmente lo aveva deciso lui stesso, quando nel 2016 dichiarava di avere cinque anni a disposizione per provare a vincere il Tour de France. Nel frattempo sono cambiate diverse cose anche intorno a lui: si è scoperto che Mollema, il corridore con cui Porte dovrebbe condividere la leadership al Tour de France 2020, compensa un talento nella norma con una costanza invidiabile; e poi è arrivato Vincenzo Nibali, un campione che Porte ha accolto sì a braccia aperte, ma che potrebbe costringerlo ad anticipare i tempi e a reinventarsi gregario di lusso già da quest’anno – un’eventualità che Porte ha già messo in conto, ma a partire dal 2021 o dal 2022.

Se il Tour de France 2020 dovesse corrersi, Richie Porte avrebbe l’ultima occasione della sua carriera per tentare di salire almeno sul podio. Se non dovesse disputarsi, invece, dovrebbe aspettare un altro anno – i suoi saranno trentasei e mezzo – e tutto quello che può succedere tra un’estate e l’altra. Il 12 settembre, stando a quello che hanno detto loro i dottori, Gemma e Richie dovrebbero diventare genitori per la seconda volta: se la Grande Boucle dovesse tenersi, Porte non sarà al fianco della moglie, dato che la corsa francese è in calendario dal 29 agosto al 20 settembre.

«Ne abbiamo parlato e siamo entrambi d’accordo: non mi restano molti anni a disposizione, quindi devo cercare di approfittarne. Non posso mancare: lo devo a me stesso e agli sponsor», ha raccontato a Cyclingnews. «Mancare alla nascita di un figlio è il sacrificio più grande che possa immaginare, ma sono altrettanto sicuro di poterlo e volerlo fare: sarò pronto per il Tour de France».
Una vittoria di tappa e la classifica generale del Tour Down Under, allenamenti su allenamenti e la spasmodica attesa per la corsa più importante del calendario: quarantena o meno, la stagione di Richie Porte non è cambiata poi così tanto.

 

 

Foto in evidenza: ©Santos Tour Down Under, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.