Ricostruzione e riflessioni sull’inquietudine dei giorni nostri

Abbiamo provato a ricostruire cos’è successo dalla fine di febbraio in poi.

 

 

Trascorsero solo pochi giorni da quando il Covid-19 si era insinuato di prepotenza nelle nostre vite, nel nostro linguaggio, sconvolgendo in maniera drammatica le nostre esistenze. Trascorsero pochi giorni e un giornalista pensò fosse opportuno chiedere a Jürgen Klopp, allenatore del Liverpool, che cosa secondo lui si sarebbe dovuto fare per contrastare l’avanzata inesorabile del virus.

Chissà cosa credeva quel giornalista, chissà la faccia che deve aver fatto dopo aver ascoltato la risposta. Il tecnico tedesco, infatti, indossando panni che tutti noi vorremmo avere cuciti addosso, ribatté nel miglior modo possibile in antitesi all’atteggiamento da tuttologi che imperversa di questi tempi. «Non mi piace che su una faccenda molto seria l’opinione di un allenatore sia importante. Non importa ciò che ha da dire chi è famoso. Non può essere che chi non ha conoscenza della materia come me parli di certe cose. Le persone che ne sanno dovrebbero parlarne. Politica, coronavirus… perché lo chiedete a me? Io indosso un cappellino da baseball e ho la barba fatta male. Sono preoccupato quanto voi, ma la mia opinione non conta. Vivo su questo pianeta come voi e voglio che tutti siano sani e al sicuro. Auguro il meglio a tutti, ma la mia opinione sul coronavirus non è importante».

La redazione di Suiveur, oggi, ha pretese simili. Non vuole trovare soluzioni all’avanzata del contagio, né spiegare nulla. Non ha i mezzi, né tantomeno le competenze: al massimo pone qualche domanda. Siamo preoccupati, assunto banale rimarcato anche da Klopp, come tutti: chi più, chi meno. Spaventati per quello che è, e che sarà; ma ci sembra arrivato il momento giusto di ricostruire, per sommi capi, quello che sta accadendo, dando uno sguardo alle ripercussioni che potrebbe avere tutto ciò sul mondo del ciclismo, la materia che ci compete.

@firstendurance

Gravi conseguenze che peseranno su chi del pedalare ne fa una professione, chi vorrebbe un giorno lo diventasse, chi si muove dietro le quinte – meccanici, massaggiatori, tecnici e quant’altro, persino chi questo sport lo racconta. Danni ingenti che solo il tempo potrà quantificare. Una piaga che sarà sociale, economica e che a cascata si ripercuoterà su enti e realtà locali fino a quelle nazionali, su sponsor che vedranno e vedono già bruciare milioni di investimenti, e su tutto quello che si muove intorno all’industria del ciclismo.

Quello che sarebbe auspicabile – ma forse sin troppo utopistico – è cogliere il momento per rivedere tutto il funzionamento del sistema: l’occasione è propizia e sarebbe poco lungimirante lasciarselo sfuggire.

Focolaio

È venerdì 21 febbraio quando l’Italia viene scossa dalla notizia che il Coronavirus aveva varcato i confini nazionali. Un nemico tremendo definito invisibile e che una parte della classe dirigente pensò che mai sarebbe giunto a noi dalla Cina, in un epoca di libero mercato, circolazione senza sosta da un capo all’altro del mondo di merci e persone. Come se poi i confini, fisici o teorici, economici o politici, potessero fermare un virus altamente contagioso che si propaga con questa velocità e in questo modo.

Quel giorno arriva una notizia che molti prima o poi si sarebbero aspettati: “c’è il primo caso di coronavirus in Italia“, detto volgarmente e in virgolettato. Un uomo residente a Codogno, provincia di Lodi, viene ricoverato in gravi condizioni a causa di un’infezione polmonare provocata dal Covid-19. Giorno dopo giorno, come un bollettino dal fronte, vengono annunciati tramite conferenza stampa i numeri degli infetti e dei guariti e poi dei morti, in continua crescita – esponenziale, per un lungo periodo.

Disinfezione a Wuhan ©repubblica.it

Una notizia che non può lasciare indifferenti, ma che da diverse parti – ahinoi anche politiche ed istituzionali – viene inizialmente presa sottogamba. Alcune personalità alla guida del paese – sindaci, governatori, rappresentanti politici – si lanciano in proclami come “è poco più di una influenza, non possiamo fermare tutto, sconfiggiamo il virus andando avanti normalmente con le nostre vite” e così via. Una situazione completamente nuova, che spiazza, che coglie impreparati: le conseguenze, purtroppo, oggi sono sotto gli occhi di tutti.

Da subito – ma chi ha seguito la vicenda sa che se ne parlava anche molto prima -, esperti, scienziati, dottori, analisti e biologi mettono in guardia sulla pericolosità della situazione e soprattutto sull’effetto devastante che avrebbe avuto sulla nostra società.

Passano alcuni giorni e l’Italia, in particolare le regioni Lombardia e Veneto, cadono prima in ginocchio, poi a terra. La gente muore, gli ospedali sono saturi e diventano a loro volta focolai, dalle strade echeggiano le sirene delle ambulanze che squarciano il silenzio di una normalità che non esiste più.

Ospedale a Wuhan. ©Embajada de China en España, Twitter

Bergamo è la provincia più colpita, un dramma che rimarrà per sempre nell’anima di chi sta vivendo la tragedia, ma ci sono altri comuni, soprattutto lombardi, che ora dopo ora combattono contro il virus, mentre medici, infermieri, personale ospedaliero, ma anche commessi di supermercato e tante altre categorie di lavoratori, mettono a repentaglio la loro esistenza e quella delle proprie famiglie per permettere al paese, almeno in parte, di andare avanti.

Si susseguiranno, col passare delle settimane, decreti e ordinanze che cambieranno repentinamente il nostro stile di vita; richieste di sacrifici, polemiche e strumentalizzazioni; odio social e sociale, eccessi di voyeurismo, delazioni, cacce alle streghe e all’untore, catene, bufale, anime messe a nudo di fronte a un evento tanto inaspettato quanto sconvolgente e a causa del quale anche il ciclismo, come tutto lo sport a livello mondiale, ne verrà pesantemente travolto e condizionato.

Per i semplici appassionati sarà un vuoto difficile da colmare; l’attesa di corse che non ci saranno creano smarrimento, impotenza e dispiacere, mentre diventa concreto, per chi di questo sport ne fa una professione, il rischio di ritrovarsi, nel giro di qualche mese, con nulla in mano.

Ciclismo su sfondi deserti

©Marco Bonarrigo, Twitter

È giovedì 27 febbraio. In Italia è una tiepida serata da passare con il cuore colmo di ansia e angoscia scorrendo le bacheche dei social network in attesa di notizie o leggendo approfondimenti e analisi sui siti specializzati. Nello stesso momento, ad Abu Dhabi, è notte. Alcuni giornalisti inviati sul luogo rilanciano messaggi su Twitter sostenendo che nella carovana del gruppo impegnato all’UAE Tour ci sarebbe qualcuno positivo al virus. Non si sa chi, non si sa nemmeno quanti: a regnare, e non soltanto sui numeri, ci sarà una confusione continua.

Viene posta l’attenzione su alcune persone della carovana in quanto avrebbero accusato uno stato febbrile e dunque, viste le notizie che giungevano dall’Italia, le autorità emiratensi decidono di mettere l’intera carovana in quarantena – o, per meglio dire, in una sorta di isolamento.

Iniziano a rimbalzare notizie di ogni genere, a tratti contraddittorie, a tratti quasi senza senso, con Stefano Rizzato (RaiSport) e Marco Bonarrigo (Corriere della Sera) per l’Italia, ma anche altri giornalisti da tutta Europa, che provano a ricostruire i fatti tenendo costantemente informati sulla situazione. O meglio, fanno quel che possono dall’isolamento delle loro camere d’albergo, costruendo informazioni dalle notizie che riescono a scovare: l’unica certezza è la confusione che regna sovrana.

©Stefano Rizzato, Twitter

Positività acclarate e poi negate, dietrofront delle autorità, verbali e comunicati in arabo a creare situazioni tra il surreale e il paradossale come ben raccontate da Rizzato a Giovanni Battistuzzi su Il Foglio. Episodi ce ne sono di ogni tipo. Prendiamo quello che vede coinvolto Michael Mørkøv: il passista danese si ritira dalla corsa il giorno prima lo scoppio del polverone, grazie a un accordo preso in precedenza con la sua squadra; vola in Germania per disputare il Mondiale su pista di Berlino e una volta arrivato a destinazione viene costretto a stare in camera d’albergo completamente isolato in attesa del test che, nel frattempo, aveva disposto la federazione danese. Ne uscirà sano, salvo e negativo e domenica 1 marzo anche vincitore della medaglia d’oro nella madison. Pochi giorni dopo dirà di ritenersi l’uomo più fortunato del mondo.

C’è lo spagnolo della Movistar Albert Torres, che riesce ad avere il permesso di uscire dall’isolamento – il suo test risultava negativo, ma immaginate fosse stato un falso negativo – e a volare a Berlino all’ultimo momento per prendere parte anche lui alla madison iridata che chiudeva il programma endurance della pista. Ci sono poi episodi come quelli che coinvolgono Haas e Attilio Viviani, compagni di sventura che provano a uccidere l’attesa come possono, oppure quello che vede protagonista Bruno Armirail.

Il francese della Groupama-FDJ accusa un leggero raffreddore e viene trasportato in ospedale dove vi rimane per quattro giorni. «È stato testato più e più volte con esito sempre negativo», racconta il suo team manager Marc Madiot. «Sono venuti a prenderlo per un raffreddore e portato in un nosocomio che non era nemmeno più operativo. Ci si chiedeva perché diavolo lo tenessero lì e alla fine, senza alcuna spiegazione, come lo hanno preso dall’albergo lo hanno rilasciato».

©Team Cofidis, Twitter

Armirail cerca di rientrare in hotel, ma gli negano il permesso e lo accompagnano in aeroporto. Lascia Abu Dhabi e prende un aereo che lo porta fino a Pau. Indossa solo una maglietta e un paio di pantaloncini: gli stessi indumenti che aveva quando era stato portato in ospedale. Ad Armirail, infatti, oltre ad esser stato negato il rientro in albergo, non gli viene data nemmeno la possibilità di riavere in alcun modo la sua valigia: i suoi effetti personali rimarranno nella stanza dove, nel frattempo, David Gaudu verrà tenuto in quarantena per due settimane.

Succede che, nonostante si diffondano notizie di casi di contagio – per diversi giorni, prima che arrivassero conferme ufficiali, si trattava solo di voci,  a volte smentite, altre volte ingigantite -, i corridori possano girare all’interno dell’hotel, ritrovandosi a mangiare nelle sale comuni. Poi passeranno interminabili ore e via via verranno rilasciati membri della carovana, corridori, giornalisti e squadre, ad eccezione di qualcuna che rimarrà in quarantena per due settimane.

Roberto Damiani era fra questi, e raggiunto giorni fa dalla nostra redazione, racconta così la vicenda. «Era il 27 febbraio, i rappresentanti delle squadre vengono convocati: in sostanza, a mezzanotte ci viene comunicato che la corsa è finita. Il motivo è presto detto: pare che ci siano alcune positività al cosiddetto coronavirus. I due giorni successivi sono stati probabilmente i più difficili: le informazioni che ci arrivavano erano incerte e frammentarie, non ci era permesso uscire dall’albergo e la tensione cresceva di ora in ora. La bolla ha cominciato a sgonfiarsi quando la maggior parte delle squadre sono state fatte rientrare in Europa e a quelle rimaste è stata chiarita la faccenda: dovevamo metterci l’anima in pace e rimanere in quarantena fino al 14 marzo.»

Non fosse drammatico, sarebbe surreale

©Strade Bianche, Twitter

E in quelle settimane dopo il 27 febbraio, mentre alcuni protagonisti della vicenda restavano in isolamento nell’hotel di Abu Dhabi, in giro per il resto del mondo lo sport gettava la maschera e le istituzioni faticavano a reagire in maniera coerente al dramma in corso. Interessi in gioco, mancanza totale di coordinazione, stupore davanti alla vicenda: tutto contribuiva a creare ancora più confusione di quella già in atto, alimentando critiche, angosce e paure.

L’Italia, la più colpita inizialmente, è la prima a sospendere corse e manifestazioni. Vengono via via cancellate, con la speranza di riproporle più avanti in stagione, le gare più importanti del calendario tricolore: Strade Bianche, Tirreno-Adriatico, Milano-Sanremo, ma anche Settimana Internazionale Coppi e Bartali, Tour of the Alps, Gran Premio di Larciano, Giro dell’Appenino; per non parlare dell’intero calendario giovanile che, soprattutto in Italia nel mese di aprile, ha i suoi appuntamenti più importanti.

Fatto, quest’ultimo, che porterà conseguenze devastanti anche nel mondo del ciclismo dilettantistico e che ancora oggi non possiamo misurare. E visto che ne abbiamo accennato, chiediamo: che ne sarà di tutti quei corridori nelle categorie giovanili che avrebbero dovuto sfruttare la stagione per cercare un contratto tra i professionisti? E quelli già al limite d’età per rientrare nella categoria Under 23? Di Rocco, intanto, propone che nel 2021 possano correre come Under 23 anche quelli che hanno superato i 23 anni.

E ancora, i ragazzi in procinto di fare il salto dagli juniores, i quali magari avevano bisogno di dimostrare il loro valore per continuare con il ciclismo e sperare di farne una professione? E che fine faranno tutte quelle realtà che da anni arrancano ma riescono ugualmente a portare avanti, seppure a fatica, i loro progetti?

©Sacha Modolo, Twitter

E i professionisti? Quelli con i contratti in scadenza che chance avranno per mettersi in mostra e pensare di continuare l’anno prossimo? Sacha Modolo, attraverso un messaggio sul suo profilo Facebook, mette in luce le problematiche legate a questo stop forzato, non solo tecniche, atletiche o in alcuni casi mentali – c’è chi si allena e chi no, viste le differenti scelte da paese a paese – e daranno il via a un possibile ciclismo a due velocità e a gare falsate.

Sarà principalmente un problema professionale: una parte di corridori rischia di trovarsi senza lavoro nella prossima stagione. Sempre Modolo si dice pronto a tagliarsi una percentuale di ingaggio, a patto però di estendere di un altro anno il suo contratto in scadenza a fine stagione. «Chiudiamo qui il 2020, allungatemi il contratto di un anno e pagatemi nel 2021», dice al Corriere dello Sport. «Non credo che a giugno si possa riprendere a correre, e a porte chiuse il ciclismo non esiste», aggiunge. Ipotesi sull’estensione dei contratti che verrà presa in considerazione dalla sua squadra e magari anche dalle altre? Vedremo.

Federazioni e associazioni dei corridori potranno intervenire in qualche maniera? O le squadre saranno abbandonate a scelte individuali? Sul tavolo dell’UCI è d’obbligo venga messa all’ordine del giorno quanto prima una questione che rischia di distruggere il sistema ciclismo, anche se lo stesso Modolo resta scettico. «Tante squadre salteranno, per chi racimola il budget anno per anno sarà difficile a meno che qualcuno non li aiuti. Ma chi, l’UCI?». Una domanda retorica che vale più di mille affermazioni.

©tamasmatusik, Flickr

E poi, ancora: come potranno gli sponsor sostenere una stagione al momento disputata nemmeno per un terzo, che rischia di saltare (quasi) nella sua interezza? Sponsor che già al momento in Italia – ma non solo – latitano e quando ci sono vanno avanti a fatica per diversi motivi; dove gli investimenti spesso sono più dovuti alla passione che a un vero e proprio ritorno economico.

Cosa si riuscirà a garantire in termini economici alle squadre, agli staff e ai corridori? Una parte dei soldi verrà risparmiata per via delle trasferte, mentre in alcuni casi ci sarà un taglio alle retribuzioni per i mesi senza gare – la prima squadra ad annunciare la riduzione degli stipendi è la Lotto Soudal; ma giorno dopo giorno si aggiungono altre squadre che mettono in cassa integrazione i propri dipendenti. Anche se esistono pure voci fuori dal coro, come nel caso di Oliver Naesen. «La solidarietà suona bene sui giornali, ma tutti hanno i loro conti da pagare alla fine del mese. Io non sono pronto a rinunciare a parte del mio salario. In ogni caso, ci è stato detto dalla squadra che tutti coloro che hanno contratti duraturi continueranno a ricevere quanto pattuito». La ferita resta, in ogni caso, più profonda della sutura.

Senza Giro (e senza corse) non c’è ciclismo in Italia

Dopo la progressiva sospensione o cancellazione di alcune corse del calendario italiano, arriva nel giro di poche ore la decisione più sanguinosa per il nostro movimento. L’Ungheria vieta la partenza della Corsa Rosa dal proprio paese e poche ore dopo RCS comunica che il Giro d’Italia non si farà, almeno non nelle date prestabilite: se ne parlerà, eventualmente, più avanti.

©RaiSport, Twitter

Un grave danno, senza misure: per sponsor e investitori, per RCS, per enti e comuni; per squadre che, soprattutto in Italia, aspettano solo e soltanto il Giro d’Italia per avere un ritorno economico e per permettere al movimento di andare avanti.

Si pensa di inserire il Giro più in là nel calendario, ma ad oggi non esiste una data certa per la ripartenza di tutto il carrozzone, nonostante si facciano ipotesi di ogni genere – inizio giugno, fine giugno, inizio luglio e via discorrendo. Impensabile inserire una grande corsa a tappe tra ottobre o novembre, quando forse avrà più senso organizzare solo le gare di un giorno; anche se in alcuni casi, come riportato dal sindaco di Kluisbergen, l’ipotesi di un Fiandre a ottobre è al momento da scartare.

Oltretutto pensiamo che possano subentrare schermaglie e ostruzionismo tra i vari organizzatori che non saranno contenti di vedere inserite alcune corse a discapito di altre – a meno che non si tratti del Tour de France, forza motrice di tutto il ciclismo. Confidiamo nel buon senso o che ci si venga in contro in qualche maniera – di questi tempi vale a dire confidare nell’utopia.

Le difficoltà del ciclismo

Il ciclismo, fra tutti gli sport, è stato il primo a subirne le conseguenze. Le sue peculiarità – centinaia di atleti a stretto contatto, spostamenti di città in città, transito vicino a migliaia di persone assiepate lungo le strade – si sono trasformate in debolezze.

Il ciclismo, fra tutti gli sport, come abbiamo raccontato nell’ultima puntata del nostro podcast, è quello che rischia maggiormente il tracollo: per com’è pensato e gestito, per com’è tenuto in piedi. Sponsor che senza corse come il Giro e il Tour rischiano di saltare completamente per aria.

«Che venga disputato a porte chiuse o porte aperte, basta che si corra», affermano in Francia squadre, sponsor, e corridori o persino il direttore della Vuelta. Idea che però trova i primi niet da parte dei politici e addetti ai lavori. Lo stesso Prudhomme nelle ultime ore si dice tutt’altro che convinto di organizzare un Tour a porte chiuse e che starebbero studiando altre soluzioni.

Anche per Lefevere disputare un Tour senza pubblico è impensabile, ma non solo. «Anche se si disputasse un Tour ridotto, a porte chiuse, sarebbero comunque migliaia le persone che si spostano. Tutto questo a fine giugno, se non verrà risolto in tutte le nazioni il problema legato al virus, mi pare impossibile», sostiene il team manager della Deceuninck-Quick Step.

©BICITV, Twitter

E come si muoveranno UCI e federazioni nazionali per arginare, almeno in parte, il problema? Dovesse saltare il Giro, sarebbe un problema grave per l’Italia e il ciclismo italiano; se dovesse saltare il Tour, sarebbe il movimento ciclistico internazionale a risultarne stravolto. Nelle scorse ore, intanto, Renato Di Rocco ha parlato ai microfoni di Rai Sport di calendario e proponendo qualche soluzione per salvare le squadre.

E intanto, noi lo ripetiamo a costo di essere ripetitivi ai limiti del patetico, potrebbe essere arrivata l’ora di pensare a un ciclismo diverso.

Restando in Italia il nostro è un movimento che già non scoppiava di salute – dal punto di vista economico, oscurato spesso e volentieri dai buoni risultati ottenuti. Sul piano politico, oltretutto, si giocherà una partita importante, viste le elezioni che si dovrebbero tenere nei prossimi mesi. Ripensare un ciclismo economicamente sostenibile è un obbligo per tutte le federazioni.

Tutto il mondo dello sport è paese e si paralizza

©Utah Jazz, Twitter

Intanto la tensione mondiale tra fine febbraio e primi di marzo è alle stelle. Vengono sospesi, una dietro l’altra, le principali manifestazioni sportive, seppur con modalità e toni differenti. La NBA, ad esempio, alla prima positività, quella di Rudy Gobert, proclama la chiusura del campionato. L’idea della National Basketball Association (e della Premier League di calcio), però, è quella di riuscire a concludere la stagione attraverso la bizzarra realizzazione di due maxi concentramenti a Las vegas e Birmingham.

In Italia, sul fronte calcistico, si litiga a metà tra il puro diletto dialettico e l’incompetenza. Inizialmente la questione principale è il giocare a porte aperte o a porte chiuse, oppure continuare il campionato o sospenderlo. Nel frattempo, mentre si cerca un accordo, alcune partite saltano e altre si disputano ugualmente.

C’è in gioco la salute? Ma per chi comanda sono in gioco anche le proprie casse: sospendere tutto potrebbe diventare un danno economico indefinibile – e, probabilmente, soprattutto per i piccoli club sarà così. Ma da questa situazione ne usciranno con le ossa rotte tutti i club di tutti i campionati: come nel ciclismo, anche nel calcio in qualche modo il sistema avrà bisogno di essere ripensato, mentre diverse falle si evidenzieranno da sole.

©Stefano Rizzato, Twitter

I dirigenti delle squadre di calcio, la Lega, la Federazione, le associazioni, non riescono a trovare una soluzione. Poi, dopo aver cercato di mettere la classica toppa peggiore del buco, tutto si ferma – non senza situazioni paradossali: ad esempio, in Serie A inizialmente si giocano a porte chiuse alcune partite e poi si sospende il campionato, mentre in Serie B si continua.

Assurdo ciò che si crea a Udine: Udinese-Fiorentina viene annullata (verrà recuperata a porte chiuse la settimana successiva), ma pochi giorni dopo il Pordenone va in campo nello stesso impianto permettendo l’ingresso a una parte di spettatori. Si parla, ironicamente, di un virus che potrebbe colpire in Serie A, ma che lascia tranquillo il campionato di Serie B.

Intanto, anche nel resto del mondo dello sport – inteso come business -, si cerca principalmente di non far piangere i soldi. Il motomondiale prova a non essere da meno del calcio italiano: prima di sospendere tutto, in Qatar si disputano le gare di Moto3 e Moto2, ma non di MotoGp (anche qui un virus che sceglie a seconda delle categorie?); la Formula 1, prima di chiudere bottega, porta tutti in Australia dove iniziano a diffondersi i casi anche all’interno del paddock. La notte prima dell’inizio delle prove del venerdì si decide per lo stop. Successivamente vengono cancellati (o comunque sospesi) diversi gran premi, con la speranza di poter ripartire tra fine estate e autunno.

©BNP Paribas Open, Twitter

Un po’ alla volta si adeguano alla situazione anche altre discipline, anche se all’inizio solo in Italia è decisivo l’intervento del governo nel sospendere anche gli eventi sportivi più importanti – come nel caso del ciclismo. Negli altri stati le decisioni da prendere vengono lasciate alle federazioni o agli organizzatori. Si ferma il tennis mondiale perché la Federazione decide così: prima il torneo di Indian Wells, poi tutto il resto.

Si è parlato nei giorni scorsi anche della possibilità di giocare alcuni tornei, magari a porte chiuse. Il tennis ha il vantaggio di essere uno sport in cui non c’è contatto fisico in campo tra gli atleti e questo permette di intavolare trattative per salvare il salvabile in qualche maniera. Si parla di Roland Garros a ottobre, a porte chiuse, ma anche qui è scontro con gli organizzatori che hanno già in programma altri tornei in quelle date, mentre viene ufficialmente sospeso Wimbledon: The Championships si giocavano ininterrottamente dal 1946.

Si fermano Champions League ed Europa League – anche qui creando situazioni incerte, ai limiti del paradossale – e si cerca di tirare avanti il più possibile, tra gare senza spettatori o altre disputate come se niente fosse. A Parigi si gioca a porte chiuse il match tra PSG e Borussia Dortmund, mentre fuori dallo stadio migliaia di tifosi festeggiano il risultato della partita.

In Italia, finalmente, si ferma tutto in maniera definiva e l’esempio viene seguito dalla Spagna e dall’Inghilterra, mentre in Francia e Germania regna l’incertezza sul da farsi e alcuni match vedono ancora spettatori sugli spalti. Poi, un po’ alla volta, si blocca completamente anche il mondo del pallone e si decide persino per lo spostamento di EURO 2020 all’anno prossimo.

©UCI, Facebook

Tornando al ciclismo: in Francia si corre la Parigi Nizza in un’atmosfera così surreale che vorremmo avere gli occhi di Luis Buñuel per osservare e provare a descrivere la realtà. Si dà il via alla corsa nonostante alcune squadre avessero già deciso lo stop totale dell’attività. Nonostante non troppo lontano da Parigi ci fosse un focolaio del virus e al di là del confine, in Italia, fosse stato deciso di sospendere tutte le corse e di bloccare attività di ogni tipo.

Il governo francese in quel momento se ne lava le mani, vi erano anche delle elezioni comunali importanti per l’asset politico transalpino. L’UCI preferisce non avere voce in capitolo, come se la salute e la sicurezza dei corridori fosse qualcosa di dubbio interesse per la federazione che governa il ciclismo – sono più importanti le misure dei calzini nelle cronometro. ASO tira dritto salvo ritrovarsi costretta a cancellare l’ultima tappa dopo, presumiamo, la pressione delle squadre.

Per disputare la corsa nel modo più regolare possibile si prendono misure cautelari come la chiusura al pubblico di partenza e arrivi, una penna personale a ogni corridore al foglio firma, la cancellazioni delle premiazioni e delle conferenze stampa: tutto ciò si commenta da sé. Come abbiamo detto qualche riga sopra: non fosse una situazione drammatica, verrebbe da ridere.

©cyclingweekly

I corridori si danno battaglia ugualmente tappa dopo tappa, ma crescono le tensioni e le paure. Alcune squadre abbandoneranno in corsa, vedi Bahrain-McLaren e Israel Start-Up Nation; Tejay van Garderen vola negli States prima che Trump chiuda definitivamente i confini (il divieto di entrata negli USA non riguardava in ogni caso cittadini americani), mentre Lefevere buttava sul tavolo parole pesanti come pallottole fumanti a dimostrazione di un’aria pesantissima: «Ho paura che in gruppo ci possa essere qualche caso di positività al coronavirus. O quantomeno non posso escludere che non ci siano stati, o non ci siano, ma che non siano stati comunicati. Radiogruppo parla di diversi casi. Sapete come funziona, i corridori si conoscono tutti e discutono tra di loro. Sospetto che alcuni team stiano lottando al loro interno contro il virus, mantenendo il silenzio».

E difatti, pochi giorni dopo arriva la testimonianza di García Cortina, vincitore proprio di una tappa in Francia, che ammette in un’intervista di essere stato male poco prima del via e che forse aveva contratto il virus. Alle dichiarazioni dello spagnolo fanno seguito quella di Mollema: «Sono stato male per due settimane, continuavo a tossire e tossire. Non ho mai avuto la febbre, però potrei aver avuto il coronavirus. Sembra strano, ma dico che nel caso sarei contento: potrei contribuire all’immunità di gregge».

In quei giorni, come un domino, vengono poi annunciate le cancellazioni di diverse altre corse più o meno importanti: alcune già rimandate al 2021 – vedi il Giro di Romandia -, altre che proveranno a trovare un ricollocamento in un calendario stravolto che intanto l’UCI congela fino al primo giugno e allunga fino a novembre.
ASO, poi, annulla Parigi-Roubaix e Liegi-Bastogne-Liegi e nelle Fiandre decidono di non far disputare, almeno per il momento, alcuna corsa.

©Salt Lake Tribune

Anche negli sport invernali si vivono situazioni paradossali. Vengono cancellate le ultime tappe di Coppa del Mondo di sci alpino e biathlon. Prima della sospensione, la tappa finlandese del biathlon si disputerà in un’atmosfera surreale: senza pubblico, tra neve, freddo e scarsa visibilità, con nazioni che via via abbandoneranno per tornare il prima possibile all’interno dei propri confini. Si manda la carovana dello sci di fondo in Nord America per disputare la tappa in Québec, salvo poi cancellare la gara tra diverse polemiche.

Successivamente, poi, la decisione più sofferta, ma allo stesso tempo annunciata e che andrà a dare un altro durissimo colpo al movimento globale e all’industria dello sport: le Olimpiadi di Tokyo vengono posticipate al 2021. I Giochi Olimpici che si erano fermati solo nel 1916, nel 1940 e nel 1944, a causa dei due conflitti mondiali. Anche se, per essere precisi, come ricorda lo storico dello sport Nicola Sbetti in un pezzo apparso nei giorni scorsi sull’Avvenire: «[…] non fu certo a causa della Seconda guerra mondiale, quanto piuttosto dell’aggressiva politica imperialista giapponese. Impegnato nella guerra contro la Cina, il Giappone fu costretto a rinunciare ai Giochi già alla fine del 1938 e dunque un anno prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale. Politicamente conquistare la Cina aveva la priorità sul sogno olimpico, che venne così sacrificato. […] proprio a Tokyo nel giugno del 1940, non senza intenti propagandistici, si disputò un evento internazionale con più di 700 atleti: i Giochi dell’Estremo oriente. Vi parteciparono Giappone, Thailandia, due stati fantoccio come la Manciuria e la Repubblica di Nanchino, il protettorato americano delle Filippine e persino le Hawaii, isole che poco più di un anno più tardi sarebbero state attaccate dall’aviazione giapponese provocando l’ingresso statunitense nella seconda guerra mondiale».

Così come non c’è bene che duri sempre, non c’è male che sempre duri

La domanda che tutti ora si pongono è: quando finirà? Quando si potranno ritrovare la serenità e l’equilibrio? Quando si potrà ripartire? E soprattutto cosa succederà? Il ciclismo in queste settimane prova a proporre, più che a trovare soluzioni. Ad esempio un “simbolico” Giro d’Europa nel momento in cui si potrà ripartire; ma l’idea che sembra prendere corpo giorno dopo giorno è che possa saltare l’intera stagione, nonostante l’UCI al momento abbia inserito una data di ripartenza – come per altro già annunciato dal rugby, come a breve verrà annunciato dal basket e immaginiamo possa accadere nelle prossime settimane anche con il calcio.

Si propone un Tour de France a porte chiuse, anche se come abbiamo detto appare difficile: chi garantirà la messa in sicurezza da una pandemia che viene tuttora trattata in maniera differente – nonostante ci si adegui sempre più al modello Italia – da nazione a nazione, con il rischio dei conseguenti contagi di ritorno? Si proverà fino all’ultimo ad avere tra fine estate e inizio autunno almeno Tour, Mondiale – le cui date sono state confermate nei giorni scorsi – e qualche classica.

Dovesse saltare anche il Tour, come reggerà l’urto un ciclismo da anni sempre legato alla forza degli sponsor? Un ciclismo sempre più caratterizzato da un sistema economico considerato insostenibile? Ora, a ruote ferme, è forse arrivato il momento di provare a pensare a un modello di business differente, a prendere decisioni importanti sulla sicurezza dei corridori, a ripensare il sistema su cui si basa il World Tour, con spese insostenibili, un calendario folle, con le tante (troppe) squadre e i tanti (troppi) corridori per organico e al via di ogni corsa.

Gli spunti per le riflessioni ci sono; il tempo, ahinoi, pure. Quello che forse potrebbe mancare è l’interesse: ma a chi gioverebbe il crollo del sistema? L’inquietitudine di questi giorni forse ci aiuterà a trovare le risposte a tutti i quesiti.

 

 

 

Foto in evidenza: ©Aivlis Photography

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.