Sky e Quick-Step, due diversi modi di dominare

Confrontare le due realtà ciclistiche più importanti dell’ultimo lustro è assolutamente necessario.

 

Quick-Step Floors e Team Sky sono le due squadre di riferimento del ciclismo mondiale. L’organizzazione e il budget economico di cui dispongono sono soltanto due dei fattori che rendono queste realtà due vere e proprie potenze al momento difficilmente eguagliabili da una qualsiasi concorrente. Hanno chiuso la stagione rispettivamente al primo e secondo posto nella classifica delle vittorie conquistate nel 2018: settantatré la corazzata belga e quarantatré per i britannici. Entrambe composte da corridori e figure di primissimo piano, non si può però non notare il differente impatto che i loro risultati e la loro condotta di gara hanno sul ciclismo e su coloro che il ciclismo lo seguono: i tifosi. Questo pezzo non vuole essere né un attacco né un elogio tanto nei confronti dell’una quanto nei confronti dell’altra. Vuole soltanto riflettere sui motivi che stanno dietro a questa evidente differenza percettiva.

©Marianne Casamance, Wikimedia Commons

Partiamo da un fatto ormai conclamato ma che, come vedremo, non sempre segue un ragionamento logico: il dominio della Quick-Step Floors è infinitamente più apprezzato rispetto a quello del Team Sky, tanto criticato e sventolato addirittura come uno dei problemi principali del ciclismo contemporaneo. Prima di tutto è necessario specificare cosa si intende per dominio: quello dei belgi è relativo alle volate, alle classiche, al gioco di squadra e all’essere competitivi praticamente su ogni traguardo; quello dei britannici, invece, si limita invece alle piccole e grandi corse a tappe con prestazioni comunque importanti anche nelle prove contro il tempo e nelle corse di un giorno con percorsi altimetricamente complicati. Il dualismo si ripete anche sul fronte economico nonostante il budget a disposizione del Team Sky sia sostanzialmente doppio rispetto a quello della Quick-Step: tra i trentaquattro e i trentanove milioni di euro per i britannici con i belgi “fermi” a diciotto. Se Sky concentra i suoi sforzi soprattutto su uomini di sicuro affidamento in salita (a volte ingaggiando capitani di squadre avversarie), la Quick-Step cerca di spaziare il più possibile. Tendenzialmente i giovani che fanno parte dell’organico dei belgi hanno i loro momenti di libertà e si rivelano pronti fin da subito, cosa che non succede con la stessa costanza all’interno dello squadrone britannico. Basti pensare a De Plus, Gaviria, Hodeg, Jakobsen, Mas, Schachmann da una parte e Basso, Dibben, Doull, Halvorsen, Lawless e Sivakov dall’altra. Salvano il bilancio di Sky Bernal, Moscon e Geoghegan Hart anche se, come specificato poco sopra, non sempre godono della libertà che il loro talento suggerirebbe. Sembrano confronti superflui e invece, ai fini del giudizio del pubblico, non lo sono. Difficilmente il tifo apprezza le squadre che possono contare su risorse economiche fuori portata e che inquadrano ogni corridore, giovani talenti compresi, nell’apposita casella.

Sempre sulla stessa lunghezza d’onda possiamo individuare un’altra differenza non da poco tra le due squadre: la loro storia, la loro tradizione. Sky nasce nel 2010 e si propone fin da subito come realtà di riferimento del panorama ciclistico mondiale, Quick-Step invece entra nel mondo dei pedali già nel 1999 in appoggio alla Mapei salvo poi prenderne il posto a tutti gli effetti a partire dal 2003. Com’è successo nel calcio con Paris Saint-Germain, Manchester City e Chelsea, anche il Team Sky ha pagato la straripante voglia di emergere foraggiata a suon di milioni. Nulla di nuovo: non è che la Quick-Step abbia costruito le sue fortune senza l’aiuto (fondamentale) di ingenti somme di denaro: diciamo che la squadra belga è diventata col tempo una piacevole consuetudine mentre il Team Sky dovrà probabilmente aspettare ancora qualche stagione per diventarlo. Dei miglioramenti si notano già: Chris Froome viene applaudito spesso e volentieri e il loro modo di correre, per quanto poco esaltante, è stato assimilato dai più. Le critiche sull’esplosione del movimento ciclistico inglese, invece, non accennano a diminuire. Le frecciatine e le ironie (stupide, ma vanno segnalate) a riguardo finiscono inevitabilmente per tirare in ballo anche il team britannico, vero e proprio punto di approdo per molti corridori inglesi e che col tempo ne ha svezzati e plasmati molti. Sky, e qui la colpa ricade per intero su chi giudica con la pancia e non col cervello, sconta l’essere portatrice di uno schema mai visto prima nel mondo del ciclismo: un team britannico e con parecchi capitani britannici che entra con decisione nelle grandi corse a tappe dominandole e vincendole con apparente facilità. Il nuovo desta scetticismo e rifiuto: è la storia dell’uomo a dircelo, non quella del ciclismo. La Quick-Step, ovviamente in maniera del tutto casuale e involontaria, si trova esattamente al polo opposto. L’ossatura della squadra è (storicamente e attualmente) composta da francesi, olandesi, belgi, italiani e spagnoli: è la tradizione che si rinnova di stagione in stagione.

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Diciamo però che Sky, in questo primo decennio scarso di onoratissima attività, non ha fatto molto per farsi benvolere. L’etica è una questione spinosa, è vero; e anche l’etichetta non è sempre facile da rispettare. Neppure le attenuanti del caso, però, liberano il Team Sky da questa morsa. Le dichiarazioni per niente diplomatiche di Dave Brailsford, le pittoresche uscite di Bradley Wiggins, le zone grigie dalle quali non sono mai usciti del tutto lo stesso Wiggins e Chris Froome; e ancora la teoria dei “marginal gains”, dove tutto viene portato al limite finché i bordi dello stesso sfumano, le polemiche seguite alla gestione di alcuni corridori (Cavendish, Landa, Viviani), le spiacevoli vicissitudini di Gianni Moscon, ultima ma non meno importante la querelle che ha avuto in Iván Sosa la figura principale: di scivolate, scivoloni e fraintendimenti ce ne sono stati molti. Sky ne è sempre uscita illesa dal punto di vista legale ma non da quello del tifo. Al contrario, la Quick-Step assomiglia ad un’isola felice: raramente trapelano difficoltà, malumori, dissidi o problematiche dall’ambiente belga. Tant’è che per rimarcare il forte legame che unisce corridori e staff viene utilizzato da diversi mesi il termine “Wolfpack”, letteralmente “branco di lupi”. Questo non significa che in Sky regnino odio, invidia e anarchia: la situazione sembra anzi distesa con il blocco inglese che spesso condivide trasferte ed esperienze già dall’adolescenza. Viste da fuori, entrambe le squadre appaiono tranquille e affiatate ma in maniera diversa: la stessa differenza che c’è tra una catena di montaggio e una redazione giornalistica.

Procedere per onestà è fondamentale: e allora è necessario puntualizzare che noi italiani abbiamo un debole nei confronti della Quick-Step per l’italianità che la contraddistingue fin dall’inizio. Atleti, direttori sportivi, figure tecniche: in alcuni momenti è stato difficile realizzare che la squadra battesse bandiera belga e non azzurra. Ed è proprio per questo motivo che tendenzialmente simpatizziamo anche per team come Bahrain-Merida, UAE Emirates, BMC, Trek-Segafredo e Astana mentre realtà come Katusha-Alpecin, Sunweb, LottoNL-Jumbo, AG2R La Mondiale e Movistar ci rimangono – da tifosi – tutto sommato indifferenti (al massimo si può tifare e apprezzare qualche componente). Sky ovviamente non ha nessuna colpa: chi mai potrebbe permettersi di suggerire loro l’ingaggio di atleti italiani per acquistare fiducia e supporto da parte degli appassionati italiani? Diciamo che non abbiamo nessun particolare motivo per spingere questa squadra, nessun appiglio che ci faccia sentire in un certo qual modo uniti o almeno in minima parte rappresentati.

©filip bossuyt, Wikimedia Commons

La diversa percezione dei domini di Sky e Quick-Step, dunque, è tutt’altro che inventata e ingiustificata. La causa scatenante, però non è ancora stata affrontata: ed è correlata alla tipologia di corse nelle quali le due squadre eccellono. E’ sufficiente ripercorrere alcune grandi prestazioni del recente passato. Dominare nelle corse a tappe significa per il Team Sky tenere chiusa la corsa, anestetizzarla, imporre un ritmo talmente alto da disincentivare e annullare qualsiasi tentativo avversario; significa schierare una corazzata al servizio di un solo capitano, non ne sono previsti due nemmeno quando le performance dei due migliori si equivalgono; vuol dire concretezza e non fantasia, annullare qualsiasi velleità personale per mettere Chris Froome o Geraint Thomas nella migliore posizione possibile per lanciare una delle loro proverbiali sparate. Dominare nelle classiche, invece, è un’altra storia e la Quick-Step lo sa bene. Controllare queste corse è praticamente impossibile: un po’ per l’altimetria e la planimetria dei percorsi, un po’ per l’ampia rosa di papabili vincitori. Dominare nelle classiche significa, spesso e volentieri, saper sfruttare al meglio il gioco di squadra. E in tutti gli sport gioco di squadra è sinonimo di spettacolo. La Quick-Step ne è la prova vivente: basti ripensare al Giro delle Fiandre 2017 o alla Liegi-Bastogne-Liegi 2018. Voler addormentare una classica è sintomo di arroganza, voler anestetizzare una grande corsa a tappe è invece mossa giusta, efficace, d’esperienza: non spettacolare, è chiaro, ma sono in pochi coloro che possono permettersi di vincere una corsa a tappe dando spettacolo. Simon Yates c’ha provato al Giro d’Italia 2018: la fine che ha fatto è ancora negli occhi di tutti.

Come sempre c’è qualche puntualizzazione da fare, stavolta spezzando una lancia in favore del Team Sky. La Quick-Step mantiene il suo piglio fantasioso e battagliero anche nelle grandi corse a tappe ma il motivo è presto detto: l’interesse è per le vittorie di tappa e per le classifiche collaterali, non certo per la generale. La Vuelta 2018 corsa in appoggio di Mas ha svelato una Quick-Step più compatta e guardinga e meno svolazzante. Di riflesso, anche Sky ha dimostrato più inventiva nelle classiche, corse nelle quali svolge un ruolo importante ma non veste i panni di favorita. E a pensarci bene, la Quick-Step non addormenta le tappe che si risolvono allo sprint proprio come Sky fa con quelle di alta montagna? Di necessità virtù, dunque: tutto è relativo, in questo caso. Soltanto che le tappe piatte ci interessano il giusto e quindi ci facciamo meno caso; a meno che la Quick-Step non riacciuffi la fuga nelle ultime battute di gara, a quel punto, allora, la cosa ci infastidisce. In tutto questo c’è molta ipocrisia. L’ipocrisia di chi, guardando in casa d’altri, non sa fare altro che puntare il dito e accusare: la verità è che il ciclismo italiano farebbe carte false per avere un blocco monolitico come quello del Team Sky. E se ne fregherebbe se quel modo di fare ciclismo venisse tacciato come noioso, antiestetico, immorale. I Tour de France conquistati da Chris Froome e Geraint Thomas hanno lasciato poco spazio all’immaginazione, è innegabile: allo stesso tempo, però, qualcuno avrebbe dovuto avere il coraggio di dire o scrivere che anche il Tour de France 2014 di Vincenzo Nibali è stato uno dei più noiosi e scontati della storia recente,  pur non intaccando il pregio della vittoria. E che noi italiani lo ricordiamo come trionfale soltanto perché se l’è aggiudicato un corridore italiano.

©filip bossuyt, Flickr

In conclusione, si può ammettere con leggerezza che, in linea di massima e a maggior ragione per il tifo italiano, è più facile (e conveniente) tifare Quick-Step piuttosto che Sky. I motivi sono molti, come abbiamo visto, ma uno su tutti emerge: la condotta di gara del team britannico nelle grandi corse a tappe. Il pubblico non può sopportare l’annullamento dello spettacolo per tre settimane consecutive, la grande festa popolare italiana o francese che si riduce ad un trasferimento a folle velocità. Torto e ragione si scambiano i ruoli e non si lasciano individuare. Bernard Hinault, a suo tempo, diede una risposta difficile da accettare ma indicativa:

“Corro per vincere, mica per piacere alla gente”.

 

Foto in evidenza: @Michal Kwiatkowski, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.