Steven Kruijswijk, non c’è più tempo per morire

Arrivato a trentatré anni, a Steven Kruijswijk mancare ancora un grande giro.

 

Gruccia, appendino, appendiabiti, attaccapanni, ometto, omino, stampella: probabilmente Steven Kruijswijk si farebbe una risata se conoscesse tutte le varianti che si usano in Italia, un paese che ama follemente, per nominare quell’oggetto che la conformazione delle sue spalle richiama. Non siamo gli unici ad averci fatto caso: alte e dritte, infatti, gli sono valse lo stesso soprannome in tutto il mondo – “clothes hanger” in inglese, “de kleerhanger” in olandese. Tuttavia, nelle ultime stagioni, Steven Kruijswijk ha fatto in modo che si parlasse di lui per i suoi risultati, piuttosto che per la sua sfortuna o per la sua struttura fisica. Meno di un anno fa conquistava il miglior risultato della sua carriera: terzo al Tour de France, a un minuto e mezzo da Bernal e a soli venti secondi da Thomas.

Non è un caso che sia stato proprio Kruijswijk uno dei più infastiditi dall’interruzione imposta dalla pandemia: avendo compiuto trentatré anni il 7 giugno, ha realizzato che di stagioni a disposizione non gliene sono rimaste poi molte e che non capitalizzare al massimo il periodo migliore della sua carriera potrebbe rivelarsi il rimpianto di una vita. Vivendo nel Principato di Monaco, Kruijswijk ha dovuto trascorrere diversi giorni in casa, impossibilitato ad allenarsi all’aperto; si è allenato sui rulli, che solitamente frequenta il giusto, e ha fatto molta fatica ad accettare l’idea che di obiettivi veri e propri per i quali prepararsi non ce n’erano.

©Racing Team Nederland, Twitter

Al suo ritorno troverà un ciclismo diverso, corridori che avranno pedalato più di lui – che non ha ancora debuttato nel 2020 – e un Tom Dumoulin che da avversario e rivale è diventato un compagno di squadra potenzialmente ingombrante. Dalla parte di Steven Kruijswijk c’è la forza della tradizione: per arrivare dov’è arrivato ha dovuto lavorare tanto e bene e solitamente chi lavora tanto e bene raccoglie sempre qualcosa – o almeno, è quello che si dice in discorsi del genere.

Spalle larghe

Sono diversi i motivi che hanno portato Steven Kruijswijk alla ribalta intorno ai trent’anni, al termine di un percorso di formazione lungo e calibrato. Il primo: ha iniziato a pedalare tra i quindici e i sedici anni insieme a suo padre. Soltanto a quel punto ha mollato il calcio, iniziando a fare sempre più sul serio in bicicletta. Nel 2006, a diciannove anni scarsi, era già nella Van Vliet, una Continental olandese nella quale militava anche Ian Stannard: il ciclismo era il suo sport, insomma, ma alla fin fine pedalava da qualche anno appena e dunque il suo fisico e la sua testa erano ancora freschi.

Il secondo motivo, invece, è legato al suo talento: che fosse uno scalatore puro lo si capì quand’era ormai un professionista, tant’è che nel 2010, alla prima stagione nella massima categoria, Kruijswijk partecipò anche ad alcune classiche del nord – Gand-Wevelgem, Harelbeke, Schaal Sels. Lui stesso, in un’intervista rilasciata qualche tempo, ha dichiarato di non aver mai pensato alle classiche perché non adatte né al suo modo di correre né tantomeno a quello di pensare il ciclismo. È fatto per le corse a tappe, insomma, e la sua fortuna è stata proprio questa. Per distinguersi nella classifica generale di queste corse, infatti, servono costanza e resistenza: doti naturali, certo, ma che si possono – anzi, si devono – affinare col tempo e con la pazienza.

©Vita Sportiva, Twitter

Paradossalmente, se l’obiettivo sono le grandi corse a tappe, la precocità può rivelarsi d’intralcio: scoprendosi col tempo e migliorando stagione dopo stagione, Kruijswijk vive il momento migliore della sua carriera a trentatré anni, la stessa età alla quale si sono ritirati molti talenti cristallini e precocissimi. Mentre un corridore come Aru, ad esempio, lottava coi migliori sulle salite più dure d’Europa, Kruijswijk prendeva le misure con le tre settimane, puntando ora al successo di tappa, ora ad una classifica collaterale, ora ad un buon piazzamento in quella generale. Se fosse stato pronto fin da subito, verosimilmente oggi parleremmo di un corridore in disarmo: spento, esaurito dalle tante corse in giovane età – perché no, ritirato.

La corsa che convinse la Rabobank dei mezzi del ragazzo fu il Giro d’Italia 2010. Era la prima stagione di Kruijswijk tra i professionisti e lui alla Corsa Rosa non doveva nemmeno parteciparvi; però il forfait di Freire liberò un posto e la squadra decise di chiamare lui. Nessuna pressione: tre settimane di corsa e d’Italia per prendere confidenza coi grandi giri, coi ritmi del gruppo e con le grandi salite. Cosa chiedere di più? Il risultato raccolto potremmo definirlo giusto: diciottesimo in classifica generale, di pochi secondi dietro ad un corridore esperto come Cioni e precedendo atleti di tutto rispetto come Dupont, Voeckler, Weening e Moreno; in più, il terzo posto nella tappa di Peio Terme – e il tredicesimo all’Aprica nella diciannovesima tappa, il quattordicesimo a Ponte di Legno nella ventesima. Non c’erano dubbi: Steven Kruijswijk era uno scalatore, un corridore particolarmente portato per le grandi corse a tappe.

Nel 2010 non corse né il Tour de France né la Vuelta, ma a partire dal 2011 le sue famose spalle cominciarono ad irrobustirsi: ottavo al Giro d’Italia, col debutto al Tour de France che arrivò l’anno successivo, nel 2012. Qualche infortunio rallentò la sua crescita, ma allo stesso tempo ne preservò la freschezza. Al Tour de France 2014 fu quindicesimo, mentre al Giro d’Italia 2015 si spinse fino al settimo posto finale. Un anno più tardi, sempre sulle strade italiane, Kruijswijk avrebbe vissuto alcune delle emozioni più forti della sua carriera: la corsa gli scappò di mano in maniera improvvisa e goffa, ma gli rivelò una forza che nemmeno lui pensava di possedere.

©Team Jumbo-Visma cycling, Twitter

Prendere consapevolezza

Fino a un attimo prima di schiantarsi contro quel muro di neve scendendo dal Colle dell’Agnello, il Giro d’Italia 2016 di Steven Kruijswijk era stato impeccabile: settimo ad Arezzo e a Cividale del Friuli, secondo in tre tappe consecutive – Corvara, Alpe di Siusi, Andalo; la maglia rosa indossata al termine della tappa di Corvara e apparentemente salda sulle sue spalle, nessun passaggio a vuoto. Che Kruijswijk fosse in forma lo si era capito fin dal rettilineo d’arrivo della quarta tappa, quella di Praia a Mare: Ulissi era irraggiungibile, ma l’olandese fu l’unico in grado di seguire una portentosa accelerazione di Dumoulin. I due olandesi guadagnarono un solo secondo sul gruppetto degli inseguitori regolato da Valverde, ma il segnale lanciato era eloquente: perfino nella quarta tappa, perfino sul piatto rettilineo finale, Kruijswijk non si era lasciato sfuggire la possibilità di avvantaggiarsi sui rivali più accreditati.

Della sua caduta scendendo dal Colle dell’Agnello s’è detto e scritto di tutto, ma la realtà è una sola e Kruijswijk la puntualizzò fin da subito. «In cima alla salita ero al limite», spiegò. «Nelle prime curve della discesa, complice la mancanza di lucidità, volevo fare troppe cose tutte insieme: bere, mangiare, seguire Nibali e Chaves. Ho sbagliato, ho perso il controllo del mezzo e sono caduto. I problemi della bicicletta hanno influito più di delle botte rimediate: quando ho visto scappare Chaves e Nibali, ho capito che il mio Giro d’Italia era irrimediabilmente compromesso».

Arrivato sul traguardo di Risoul cinque minuti dopo Nibali, Kruijswijk era distrutto: ferito ad un gomito e ad una gamba, piangeva e diceva alla televisione olandese che ormai la sua corsa «è andata a farsi fottere». Il giorno dopo, nonostante la delusione e i postumi della caduta, Kruijswijk lasciò sulla strada tutto quello che gli era rimasto: chiuse tredicesimo, a un minuto e mezzo da Nibali ma davanti a Chaves, in quel momento ancora in maglia rosa. Kruijswijk chiuse quarto in classifica generale: il terzo posto di Valverde distava trentatré secondi, il secondo di Chaves meno di un minuto.

©The Telegraph

Per smaltire acciacchi e dispiacere gli ci vollero due settimane: comprensibile, considerando che sarebbe potuto diventare il primo corridore olandese a vincere il Giro d’Italia – onore che toccherà a Dumoulin un anno più tardi. Tuttavia, piuttosto di piangersi addosso e maledire sé stesso per la caduta, Kruijswijk ha analizzato la corsa nel suo complesso e ha capito la cosa più importante: che il podio di un grande giro era alla sua portata e che la vittoria finale era tutt’altro che impensabile. «La prima parte del Giro d’Italia è stata un sogno, la caduta un incubo, forse il peggior momento della mia carriera», rivelò Merijn Zeeman, direttore sportivo della squadra. «Però abbiamo capito di poter contare su Steven per la classifica generale di un grande giro. È stupendo constatare che il lavoro svolto negli ultimi quattro anni andava nella giusta direzione».

L’allora LottoNL-Jumbo rimase talmente impressionata dalla corsa di Kruijswijk da coinvolgerlo direttamente nelle trattative per rinforzare la squadra in vista della stagione successiva: Stef Clement e Jurgen Van den Broeck, arrivati nel 2017, fu proprio Kruijswijk a volerli, chiedendo esplicitamente alla dirigenza il loro ingaggio. E quando gli è capitato di tornare sulla caduta del Giro d’Italia 2016, non ha mai perso l’occasione di ribadire il suo punto di vista: «Quella corsa l’ho persa a causa di quella caduta, non perché mi trovassi lì per caso».

I risultati delle ultime stagioni gli danno ragione: nono alla Vuelta nel 2017, quinto al Tour de France e quarto alla Vuelta nel 2018, terzo al Tour de France 2019. Anche i ritiri, che comunque ci sono stati, sono emblematici: alla Vuelta 2016 colpisce un sostegno metallico che non doveva trovarsi in quel punto, con l’organizzazione che cadde dalle nuvole; dal Giro d’Italia 2017, invece, si ritirò al termine della diciannovesima tappa a causa di problemi allo stomaco quando occupava il decimo posto della classifica generale, e soltanto dopo il ritiro gli venne trovata una costola fratturata in caduta al Tour de Yorkshire; l’ultimo ritiro è arrivato alla Vuelta 2019, vinta comunque dalla sua squadra con Roglič, successo al quale non ha potuto partecipare per via di un forte dolore al ginocchio: era caduto nella cronosquadre di apertura, in una curva intorno ai sei chilometri dall’arrivo a causa della rottura di un tubo dell’irrigazione di una delle abitazioni circostanti che bagnò l’asfalto.

©Le Gruppetto, Twitter

Battere il Team INEOS

Se il tridente del Team INEOS traballa – Froome, infatti, sembra sempre più lontano -, quello della Jumbo-Visma non vede l’ora di mettere a ferro e fuoco il Tour de France. Dei tre, Roglič sembra il più forte: è vero che, a differenza di Kruijswijk, sul podio della Grande Boucle non c’è mai salito, ma è altrettanto vero che è più giovane, più completo e reduce da una stagione incredibile. Dumoulin è tutto da scoprire, ma Kruijswijk ha fatto comunque molta fatica ad accettare il suo arrivo. «“Cosa cambia per me adesso?”, mi sono chiesto in un primo momento», ha rivelato. «Ci saranno dei momenti in cui dovrò aiutarlo, altri in cui sarà lui a dover aiutare me. La strada dirà chi è il più forte, non si scappa. E poi, anche se tra noi olandesi c’è una rivalità accesissima, conosco Tom ed è un ragazzo con cui è semplice avere a che fare. Ed è un campione: per battere il Team INEOS serve la miglior squadra possibile».

Già, battere il Team INEOS: ecco qual è la sfida più importante, giacché molto probabilmente sconfiggere la INEOS significherebbe avere la strada spianata per la conquista della maglia gialla. Ma come si fa? Kruijswijk ha le idee chiare. «Attaccare da lontano, scompaginare le tattiche, costringere i gregari più forti a lavorare fin dai primi chilometri», spiegò in un’intervista. Quelle di Kruijswijk non sono parole campate per aria: nella tappa dell’Alpe d’Huez del Tour de France 2018, infatti, l’olandese provò a ribaltare la corsa con un’azione solitaria che non si concretizzò per tre chilometri appena.

©Tom Dumoulin, Twitter

Nonostante fosse sesto in classifica generale, Kruijswijk decise di seguire la fuga di giornata: una trentina di uomini, c’erano anche Barguil, Valverde e Zakarin. A circa settanta chilometri dal traguardo, accortosi che il ritmo languiva, rilanciò l’azione e nessuno lo seguì: scalò in solitaria la Croix de Fer, attraversò la valle che la divideva dall’imbocco dell’Alpe d’Huez e venne riacciuffato a soli tremila metri dal traguardo: quel giorno chiuse al decimo posto e perse due posizioni in classifica generale, ma la Sky sudò freddo. «Ci ha messo sotto pressione», ammise Thomas. «Abbiamo fatto molta fatica per riprenderlo, per un momento abbiamo pensato di non farcela». Ad un certo punto, potendo contare su un vantaggio superiore ai sei minuti, Kruijswijk fu persino maglia gialla virtuale: in quel momento comandava la classifica generale con quasi quattro minuti su Thomas.

Poteva essere la vittoria più bella della sua carriera, ma come il Giro d’Italia 2016 sfumò sul più bello. Sarebbe stata la terza, dato che in carriera ne ha conquistate soltanto due: una tappa al Giro di Svizzera 2011 e la classifica generale dell’Arctic Race of Norway nel 2014. Un bottino che stride con le qualità del corridore. «Anche se non ho vinto, è stata una giornata bellissima», dichiarò quel giorno. «Ho azzardato, ma correre così mi piace. Ho scommesso e ho perso, eppure ci riproverò ancora». D’altronde è quello che Kruijswijk ha sempre fatto: provare e riprovare. Sulle strade del Tour de France, certo, perché è il palcoscenico più prestigioso del mondo – a maggior ragione per un corridore come lui, che può puntare soltanto alle classifiche generali; ma anche al Giro d’Italia, prima o poi, dato che rimane la sua corsa preferita, quella che lo ha lanciato e forgiato. Per non vivere di rimpianti, un altro modo un po’ infantile per sentirsi intelligenti – come cantava qualcuno.

 

 

Foto in evidenza: ©Team Jumbo-Visma cycling, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.