Mentre una macchia gialla si espande sulle gradinate dell’Arena di Verona, ci rendiamo conto che ancora una volta il Giro è finito, che ventitré giorni sono un lampo e che altri trecentocinquanta circa ne dovranno passare prima della prossima edizione. Un Giro che ha pagato le defezioni alla vigilia di Bernal e Valverde e poi il ritiro di Dumoulin e che ha visto corridori importanti come López e Yates uscire presto dai riflettori principali a discapito di Carapaz, Nibali, Roglič e Landa. Un Giro caratterizzato da tante fughe andate a segno e da un percorso disegnato, lo diciamo francamente, abbastanza male, con un solo vero arrivo in salita e troppe poche tappe da cinque stelle di difficoltà. Proprio dal percorso, ancora una volta, iniziamo a parlare.

Il percorso e i suoi protagonisti

(©Twitter, Giro d’Italia)

Abbiamo già ampiamente discusso sui primi quindici giorni di gara, dei troppi arrivi in volata, della mancanza di tappe mosse o di una salita nella prima settimana; di una selezione arrivata solo grazie al maltempo e alle cadute o data dalle due cronometro, entrambe ben riuscite, c’è da dire. È stata, però, l’ultima settimana, quella che di solito lascia spazio alle grandi tappe di montagna e allo scontro frontale tra i migliori, che ci ha definitivamente lasciati con l’amaro in bocca. L’unico vera frazione un minimo selettiva è stata quella con arrivo a Ponte di Legno, con il Mortirolo e con la cancellazione del Gavia, tappa segnata dal maltempo e dall’importante impresa di Giulio Ciccone e che ha messo in mostra l’esasperato livellamento di forze tra i corridori da corse a tappe.

Il finale di tappa prevedeva la salita più dura di questa edizione di corsa rosa, ma qui gli uomini di classifica non hanno fatto grosse differenze, come sovente accade nei grandi giri di questi anni. Nibali ha cercato di scavare un solco, con tenacia e buone gambe, ma resta pur sempre un corridore di trentaquattro anni e mezzo con tutti i pro (esperienza, capacità di spostare la pressione su altri corridori) e i contro (la brillantezza non è più quella dei giorni passati) del caso; oltretutto la Movistar si è dimostrata compatta attorno a Carapaz il quale si è ben distinto anche da leader della corsa. Quel giorno Yates ha definitivamente abbandonato velleità di rimonta; ogni stagione è diversa dalle altre e quest’anno il gemello Adam sembra più in palla di lui: vedremo al Tour. Roglič si è difeso senza naufragare, López ha confermato un rendimento tanto altalenante quanto indecifrabile: uscirà da questo giro con più punti interrogativi che risposte. E tutto si ferma qui, nell’unico vero tappone inserito nella terza settimana di corsa.

Le frazioni di Anterselva e San Martino di Castrozza non hanno detto assolutamente nulla in termini di lotta per la classifica: impossibile fare la differenza nel territorio che portava allo stadio del biathlon, ancora di meno nel finale che si arrampicava docilmente verso la celebre località dolomitica. Storie da raccontare ce ne sono state, è innegabile; bravi in entrambe le tappe prima Peters – sua una delle azioni più belle di questo Giro – e poi Chaves, tornato alla vittoria dopo un lungo periodo complicato. RCS poi ha come sempre il merito di valorizzare alla grande il territorio disegnando tappe immerse in scenari favolosi. Il problema è che dal punto di vista tecnico e della lotta per la classifica generale queste frazioni sono state prive di spunti.

E il penultimo giorno? La tappa con il tanto atteso Manghen è stato – quasi – un nulla di fatto. Una salita dura, ma mortificata dal suo inserimento a centotrenta chilometri dal traguardo, con i tratti in falsopiano e le dolci pendenze del Rolle che hanno addormentato la corsa e molti telespettatori. Le energie al lumicino dei protagonisti hanno poi fatto il resto. Sul tratto finale della salita che portava a Monte Avena, il gruppo, selezionato sotto le accelerate di Nibali, riusciva a raggiungere i fuggitivi allo scoperto da diversi chilometri, i quali però resistevano a loro volta tanto da permettere a Bilbao di vincere la tappa e a Ciccone di chiudere terzo.

L’ultima frazione è stata invece impreziosita da uno scenario da grande opera, dalla festa di Carapaz e dei suoi tifosi e dalla possibilità per il pubblico di vedere i corridori arrivare uno alla volta all’interno dell’Arena. Una sceneggiatura resa coinvolgente nella prima ora dallo scontro Haga-Campenaerts per la vittoria di tappa, e sul finale da quello Roglič-Landa per il terzo gradino del podio. L’inserimento di una breve, ma esplosiva crono finale si è rivelata, a conti fatti, una mossa perfetta da parte dell’organizzazione che non cancella in ogni caso la delusione delle tappe precedenti.

La classifica

(©Aivlis Photography)

Difficile pensare o scrivere che Richard Carapaz non abbia meritato il Giro. È stato tra i migliori in salita, il più furbo in diverse situazioni di corsa. È stato abile gestore, è andato forte sia in discesa che sul passo ed è stato ben spalleggiato dalla squadra. Capace di sfruttare l’attimo e a trarre vantaggio dal marcamento tra Roglič e Nibali, Carapaz ha dimostrato solidità nel rintuzzare gli attacchi del siciliano in discesa verso Como e in salita verso il Mortirolo. Il ventiseienne ecuadoriano della provincia del Carchi si regala una vittoria in un Grande Giro al suo quarto tentativo, dopo che nessuno ipotizzava alla vigilia di vederlo nemmeno lottare per il podio. Gestendosi con umiltà e intelligenza, guidato e difeso da un ottima squadra, Carapaz ora entrerà in una nuova dimensione; dalle prossime corse sarà marcato a vista e non verrà più lasciato libero di guadagnare minuti come nella tappa valdostana. Chissà se lo vedremo al via del Giro d’Italia nel 2020, visto che negli ultimi dodici anni, fatta eccezione per Di Luca nel 2008, Hesjedal nel 2013, Nibali nel 2017 e Dumoulin nel 2018, il detentore della corsa ha preferito lanciare il guanto di sfida al Tour.

Se Nibali dimostra solidità con il suo undicesimo podio in un grande Giro, Roglič ottiene il primo piazzamento fra i primi tre dopo aver impressionato a cronometro. Lo sloveno lascia però per strada le sue velleità di vittoria a causa di qualche guerre psicologica di troppo con il collega siciliano, e per via di una condizione che in salita è andata calando. Anche se, per quanto dimostrato, l’impressione è che prima o poi un Grande Giro lo possa vincere. Ai piedi del podio arriva Landa, al quale ancora una volta manca un passo per la consacrazione; difficile dire se sia stato lui il più forte in salita, di sicuro è stato, insieme a Damiano Caruso, il migliore dei luogotenenti non appena la strada si impennava. La sensazione però è sempre quella di commentare un eterno incompiuto.

Mollema, quinto, chiude un Giro alla sua maniera, senza infamia e senza lode, facendo l’elastico con i tre, quattro migliori, ma arrivando troppo distante dal podio. Majka è sesto, ma senza essersi praticamente mai visto davanti se non nella tappa di Ceresole Reale; alla sue spalle López, la cui condotta meriterebbe un capitolo a parte, tra alti e bassi e cambiamenti repentini anche all’interno dello stesso chilometro. Alle loro spalle, ottavo, un Simon Yates che rappresenta la vera delusione di questo Giro. Nono arriva Sivakov che approfitta di qualche debacle altrui e di assenze illustri, ma dimostrando un motore che gli darà tante soddisfazioni, mentre alle sue spalle chiude il connazionale Zakarin: dopo la vittoria nel primo arrivo in salita, il corridore tartaro lotta per un posto al sole che nulla aggiunge a una buona carriera.

A ridosso dei primi dieci, invece, corridori che non ti aspetti: Carthy e Dombrowski. I due a turno scollinano anche tra i migliori quattro, cinque del Giro; il “magro di Preston” mostra notevoli miglioramenti non solo in salita, ma anche nel recupero, il corridore americano si ritrova dopo anni bui. Non dimentichiamoci poi di Valentin Madouas, uno dei corridori più giovani al via, chiude tredicesimo alla sua prima esperienza in una corsa a tappe di tre settimane, stupendo anche se stesso con doti da regolarista che ne fanno atleta da seguire in futuro, non solo per le corse di un giorno come già dimostrato nel suo approccio al professionismo.

Chiudono le prime quindici posizioni Polanc e Formolo: se lo sloveno ha la soddisfazione di vestire la maglia rosa, il simpatico atleta veronese, ancora una volta secondo miglior italiano nella generale, fa un deciso passo indietro rispetto alle recenti prestazioni al Giro. In comune hanno il ritardo finale in classifica a causa della pesante paga presa sul Manghen, che ne abbassa le quotazioni future in ottica grandi giri.

Gli italiani

(©Aivlis Photography)

Assoluti protagonisti nelle fughe, i corridori di casa sono mancati, come da pronostico, per quanto riguarda l’alta classifica: dietro Nibali, infatti, c’è il vuoto. Le vittorie di tappa in tricolore sono ben cinque e conquistate da altrettanti corridori diversi: un bottino importante. Nel 2017 ne arrivò solo una con Nibali, nel 2018 quattro, ma tutte conquistate da Viviani; quest’anno Masnada, Ciccone, Benedetti, Cataldo e Damiano Cima rimpolpano a dovere le statistiche.

Masnada e Ciccone sono le note più liete. La fuga è stata la loro compagna di viaggio più fedele; sono stati capaci di vincere due belle tappe, di conquistare la maglia dei Gran Premi della Montagna, la Cima Coppi e di riuscire a chiudere anche nei primi venti della classifica generale, che in tempi di magri raccolti può essere un segnale positivo in chiave futura. Oltretutto per Masnada – come per Cattaneo, ottimo Giro anche il suo, pur se troppo presto fuori classifica -, si schiudono le porte del World Tour dove dal 2020 potrà ambire a un ulteriore salto di qualità. Ciccone esce da questo Giro d’Italia con rinnovate ambizioni anche in chiave lotta per la classifica. Se dovesse essere confermata la sua presenza al Tour sarà interessante vedergli correre una prima parte in appoggio a Porte e magari in scia ai migliori. Anche se verosimilmente il suo obiettivo, altrettanto ambizioso, potrebbe essere vestire la maglia a pois.

Se le vittorie di Benedetti e Cataldo rappresentano un premio alla carriera, il successo di Cima è forse uno, se non il più spettacolare del Giro. Il bresciano trapiantato nel veronese, corridore più in fuga a questo Giro, compie un autentico prodigio a Santa Maria di Sala resistendo al ritorno del gruppo e salvando in un colpo solo un Giro fino a quel momento complicato per gli uomini della Nippo Vini Fantini. Positive poi le prove di Conti, in maglia rosa per diversi giorni e spesso all’attacco e costretto al ritiro per un problema fisico e i piazzamenti in volata di Cimolai e Moschetti.

Da sottolineare il secondo posto posto di tappa di Vendrame a San Martino di Castrozza, nonostante i problemi meccanici che gli impediscono di giocarsi il successo con Esteban Chaves e lo stesso giorno il quarto di Carboni; il giovane alfiere della Bardiani si era già messo in luce a inizio Giro con una lunga fuga che gli ha permesso di vestire la maglia bianca per qualche giorno. Al netto di una precoce fuoriuscita di classifica, un Giro, per lui, sopra la sufficienza. Se Caruso e Pozzovivo sono encomiabili nel proteggere il proprio capitano, Conci, il più giovane della pattuglia italiana, cresce tappa dopo tappa: ragazzo dal sicuro avvenire e da salvaguardare come un animale raro o un oggetto prezioso. Infine Brambilla e Capecchi, loro meno giovani, trovano in salita e nelle fughe le chance migliori, andando anche a sfiorare un paio di volte il successo di tappa.

Le squadre

(©Aivlis Photography)

Il livello di diverse squadre non è che fosse proprio eccelso, anzi. La debolezza degli organici a questo Giro, unita al disegno delle tappe e a volte alla scelleratezza tattica di chi guida l’ammiraglia, ha permesso, su diciotto tappe in linea, la vittoria di dieci fuggitivi. Da Como in poi, fatta eccezione per la tappa a cronometro di Verona, è sempre arrivata la fuga. Il penultimo giorno a Croce d’Aune-Monte Avena i corridori in avanscoperta vengono ripresi a pochi chilometri dall’arrivo, ma Bilbao, in fuoriuscita da diversi chilometri, riesce a portare a casa la vittoria.

L’Androni dà spettacolo, corre in modo garibaldino come sempre, ma stavolta finalizza: una vittoria di tappa – che per una professional al Giro mancava dal 2016 con Foliforov in maglia Gazprom -, un uomo tra i venti in classifica, due tra i trenta, diversi premi a fine Giro, un rendimento in questa corsa superiore a tante squadre più ricche e appartenenti alla categoria superiore. A conti fatti la Movistar si dimostra la squadra più forte: due corridori tra i primi quattro, con Amador, Rojas (questi due spesso in fuga), Pedrero e Carretero imprescindibili scudieri in salita e Sütterlin perfetto nell’eseguire il suo copione in pianura.

L’Astana ha dimostrato di avere l’organico migliore non appena il terreno si faceva più impegnativo, ma è mancato lo spunto finale al proprio capitano; resta però un importante bottino di tre tappe vinte e della maglia bianca. La Mitchelton raccoglie una tappa con il ritrovato Chaves, mette in mostra Lucas Hamilton – attenzione a lui e al connazionale Hindley per il futuro nei grandi giri – , ma vede le controprestazioni di Nieve (tanta volontà, poche gambe) e soprattutto Yates.

La Bahrain-Merida resta compatta in salita a fianco di Nibali con Caruso e Pozzovivo in assoluto tra i migliori, a differenza di una Jumbo-Visma che, complice anche il ritiro di De Plus, si è sciolta prestissimo, lasciando il proprio capitano spesso e volentieri da solo. Se la Bora si è confermata corazzata su tutti i terreni, capace di vincere tappe, portare a casa maglie e piazzamenti in classifica, squadre come CCC e Team Dimension Data hanno confermato i cattivi risultati di questo 2019. La squadra polacca per la verità, pur presentandosi con uno tra gli organici più deboli di questa corsa, ha provato a lanciarsi spesso in fuga, mentre la squadra africana è stata la compagine peggiore di questo Giro d’Italia. Chiudiamo con le altre professional: Carboni, insieme a Mirco Maestri, salva il bilancio Bardiani, Cima quello Nippo-Fantini, mentre la Israel Cycling Academy a parte i piazzamenti di Cimolai delude pesantemente le aspettative di una squadra che ambirebbe al salto in una categoria superiore.

Le delusioni

(©Aivlis Photography)

Su tutti Simon Yates. Il britannico arriva al Giro per spaccare il mondo, ma la lingua può più delle gambe e alla fine raccoglie un ottavo posto che nulla aggiunge alla sua carriera. Dopo la batosta dello scorso anno, il Giro di Yates questa volta non vive di alti e bassi, ma è un inno alla mediocrità con qualche acuto tra Courmayeur e Como e diverse stecche. Solo il non eccelso livello tra i suoi avversari di classifica permette al corridore della Mitchelton di chiudere in top ten.

Discorso diverso per López, il corridore più enigmatico di questo Giro. La sua squadra era la più forte e spesso lo ha messo nella condizione migliore per attaccare o fare la differenza, ma qui il colombiano è clamorosamente mancato. Dopo essersi salvato alla grande nella prima settimana di corsa, quella meno adatta alle sue caratteristiche, le sue quotazioni erano nettamente salite; dalla cronometro di San Marino in poi, però, López ha messo in strada una serie di controprestazioni di difficile lettura, tra psicodrammi, cali, risalite e incapacità di fare la differenza sul suo terreno. Il settimo posto a oltre sette minuti dal vincitore è un netto passo indietro rispetto alla scorsa stagione.

Sotto le aspettative anche il Giro del già citato Davide Formolo, che illude tutti nella tappa di L’Aquila dove porta via la fuga con un azione di forza lontano dal traguardo, ma perde l’attimo ad Anterselva quando si fa sfuggire Peters in un tratto di falsopiano, e salta sul Manghen il penultimo giorno, ottenendo il suo peggior risultato al Giro dal 2016. Le premesse e le aspettative erano ben diverse. Le occasioni per riscattarsi non mancheranno, anche se il consiglio resta sempre quello di riciclarsi in cacciatore di tappe evitando di intestardirsi nel fare classifica.

Se Sivakov mostra doti da predestinato e Conci cresce con il passare dei giorni cercando di mettersi sempre in evidenza nelle tappe di montagna, c’è un classe ’97 che invece delude a questo Giro: Iván Ramiro Sosa. Qualità di chi potrebbe spaccare le montagne, lo scalatore colombiano non riesce mai a mettersi in mostra sul suo terreno preferito.

A chiudere, il bilancio Deceuninck-Quick Step: delusione totale a questo Giro. Zero vittorie di tappa nonostante la presenza di Viviani e di Jungels; il Giro del lussemburghese provoca una costante amarezza, mai davanti nelle tappe con un profilo adattato alle sua caratteristiche, nelle prime salite affrontate si stacca da venti, venticinque corridori, finendo per fare gruppetto nel finale di Giro. Lo si vede in fuga nella tappa di Anterselva dove arriverà diciottesimo su diciotto; forse paga una primavera dove sulle pietre aveva dimostrato di essere uno dei più in forma e perciò restano inspiegabili i suoi forfait alla Parigi-Roubaix e alla Liegi, soprattutto perché arrivati per preparare un Giro corso in questa maniera.

Il pubblico

(©Twitter, Giro d’Italia)

Tanta gente nelle tappe a cronometro, desolante lo scenario visto ad Anterselva dove d’inverno, durante la coppa del mondo di Biathlon, la zona viene presa d’assalto soprattutto dai tifosi tedeschi. A Verona, per contro, è una festa incredibile sugli spalti e per le vie della città, con tifosi ecuadoriani arrivati da ogni parte d’Italia a colorare e rendere caloroso e folcloristico l’ultimo giorno di gara. In diverse tappe, invece, alcuni tifosi si sono distinti per l’aver corso fianco a fianco ai corridori, rischiando spesso e volentieri di combinare un bel disastro. Fino a quando poi, il penultimo giorno, accade l’inevitabile: López, urtato, cade a terra, perde le staffe e anche la possibilità di andare a giocarsi un prezioso successo di tappa.

Senza dimenticare poi l’irrefrenabile voglia di alcune persone di immortalare i ciclisti in azione con il telefonino, sognando di diventare per qualche istante novelli registi o professionisti fotografi, con il rischio invece di far cadere i corridori mettendo a repentaglio non solo la loro corsa, ma anche la loro carriera. E come non citare quelli che per forza di cosa devono toccare i ciclisti o devono applaudire al di là delle transenne fin dentro le orecchie di chi pedala. Purtroppo gli imbecilli trovano sempre il modo per mettersi in evidenza e di certo le strade del Giro d’Italia o del Tour de France, da anni, non fanno eccezione.

Foto in evidenza: ©Alberto Girardello, Suiveur

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.