Un Tour de France diverso dal solito

Cos’è successo nei primi dieci giorni di Grande Boucle? Di tutto, ovviamente.

 

Proprio nell’anno in cui il Giro d’Italia sembrava poter limare ulteriormente il distacco che lo separa dal Tour de France, la Grande Boucle dà un’accelerata improvvisa e ristabilisce le distanze. Mai avremmo pensato di scrivere certe cose al giro di boa del Tour de France 2019, ma la prima parte della grande corsa a tappe francese ha ribadito la grandeur dell’evento: il percorso è stato disegnato in maniera semplice ma efficace, con difficoltà altimetriche più o meno difficili che si sono piacevolmente alternate con le volate di gruppo e la cronosquadre di Bruxelles; la presenza del pubblico è stata costante e incredibile, e non abbondante ma discontinua come accade nel resto delle corse; infine, si sono messi in luce (quasi) tutti quei corridori che marcano la differenza tra il Tour de France e le altre due grandi gare a tappe: ci riferiamo a Sagan, Alaphilippe, Van Aert, Van Avermaet, Matthews, Colbrelli, Trentin. Se le prossime due settimane non convincono del tutto, su quella appena terminata non ci sono dubbi: è uno degli inizi più belli della storia recente del Tour de France.

Offredo e Rossetto sono stati due dei protagonisti della prima metà di corsa. ©Maillot jaune LCL, Twitter

Chi ha bisogno delle salite?

Delle dieci tappe disputate fin qui, soltanto una poteva essere considerata d’alta montagna: la sesta, quella che prevedeva l’arrivo in salita a La Planche des Belles Filles – e che, come spiegheremo più avanti, è stata paradossalmente una delle più noiose. È vero, i distacchi piuttosto importanti che leggiamo nella classifica generale sono frutto di questa frazione, della cronosquadre di Bruxelles e dei ventagli andando verso Albi: eppure, la prima parte del Tour de France 2019 è stata talmente godibile da annullare qualsiasi lamentela intorno alle poche battaglie tra coloro i quali ambiscono alla maglia gialla finale. Il percorso che ha portato il gruppo da Bruxelles ad Albi strizzava palesemente l’occhio agli uomini adatti alle classiche e alle tappe miste: le aspettative sono state rispettate in pieno.

Peter Sagan e Julian Alaphilippe sono gli atleti che hanno brillato di più: il secondo, giocando d’anticipo e sfruttando una superiorità imbarazzante sulle salite brevi e dure, ha conquistato la tappa di Épernay e la maglia gialla con una stoccata che non si vedeva da tempo, senza dimenticare la passione con cui s’è battuto per difenderla sulle rampe finali de La Planche des Belles Filles e il coraggio grazie al quale l’ha ripresa al termine della frazione di Saint-Étienne; il primo ha sottolineato una volta di più l’abisso che divide lui e tutti quei corridori che vagamente gli assomigliano: pur attraversando un momento tutt’altro che semplice – le responsabilità, le pressioni, una preparazione evidentemente rivedibile, il divorzio che a distanza di un anno potrebbe pesargli -, ha monopolizzato la classifica a punti vincendo una tappa, concludendone due sul podio, una al quarto posto e ben tre al quinto. Ai vari Van Avermaet, Matthews, Colbrelli, Trentin e Stuyven manca soltanto un successo di tappa per dare un senso al loro Tour de France: peccato che a loro manchi sempre qualcosa – o che abbiano la sfortuna di essere costretti a battere atleti come Sagan e Alaphilippe sui loro percorsi preferiti.

(©Tour de France, Twitter)

Sono diversi, tuttavia, i corridori che più hanno brillato durante queste giornate intermedie. Xandro Meurisse, ad esempio, è stato ottavo ad Épernay, terzo a La Planche des Belles Filles, settimo a Saint-Étienne e spesso all’attacco; Tim Wellens, invece, cerca di ovviare all’inconcludenza cronica che lo affligge da sempre con una volontà ammirevole – perderà la maglia a pois, ma indossarla per una settimana abbondante è già di per sé una bella soddisfazione; Mike Teunissen si è concesso il lusso di vestire la maglia gialla beffando Sagan e si candida al ruolo di mina vagante nelle classiche vallonate delle prossime stagioni; poi c’è Wout Van Aert, fondamentale nella vittoria della Jumbo-Visma nella cronosquadre di Bruxelles, secondo a Colmar e primo ad Albi; e infine Dylan Teuns, Daryl Impey e Thomas De Gendt, vincitori di tappa in grande stile: il primo resistendo e staccando Ciccone a La Planche des Belles Filles, il secondo rientrando sui fuggitivi di giornata più forti in salita e regolando Benoot in volata e il terzo a modo suo, stroncando De Marchi e resistendo al rientro di Alaphilippe e Pinot.

Ci sono state anche diverse assenze, a dire la verità, ma sono tutte giustificate: c’è chi aveva una ruota veloce da lanciare – Schachmann e Mohorič su tutti – e chi, invece, uno o più capitani da tutelare – Kwiatkowski, Valverde, Lutsenko, Bettiol. Le uniche due assenze che non perdoniamo – e che, ad essere sinceri, lasciano interdetti – sono quelle di Valgren e Boasson Hagen: una coppia del genere non può sparire così, a maggior ragione se corre per la stessa squadra e ha quindi la possibilità di mettersi d’accordo e studiare una strategia comune.

Non è il momento dei velocisti

La stagione 2019 verrà ricordata come una delle più difficili per tutti quei velocisti che sono andati a caccia di successi parziali nelle grandi corse a tappe. Tanto al Giro d’Italia quanto al Tour de France, la tendenza è stata quella di non concedere loro tante possibilità. Nella prima parte della Grande Boucle ci sono state soltanto due volate a ranghi compatti: una l’ha vinta Viviani e l’altra è andata a Groenewegen; tre, invece, è il numero massimo di sprint a disposizione dei velocisti nella seconda parte di corsa, senza dimenticare che quello di Nîmes arriva alla sedicesima tappa e dopo l’ultimo giorno di riposo, quindi le squadre più interessate alla vittoria potrebbero incontrare delle difficoltà nel controllare la fuga di giornata – praticamente quello che è successo al Giro d’Italia nella giornata di Damiano Cima, bravo ad anticipare i compagni di fuga e ad approfittare di un gruppo stanco e incapace di organizzare un inseguimento vero e proprio.

©Tour de France, Twitter

Ci vogliono anche le volate, non si scappa: un po’ perché è giusto che ogni corridore possa giocarsi la vittoria sul terreno a lui più congeniale, un po’ perché non si può disegnare un Tour de France fatto soltanto di salite, cronometro e percorsi da classica. I dubbi, semmai, sono altri, due in particolare: da una parte l’eccessiva lunghezza di alcune frazioni dal finale scontato, dall’altra il posizionamento delle stesse nel programma della corsa. Una volata dopo duecentotrenta chilometri non basta a ripagare la noia della giornata; non vogliamo ridurre il ciclismo a mero spettacolo, ma anche l’occhio vuole la sua parte e proprio per questo reputiamo più digeribili frazioni sostanzialmente piatte ma con un chilometraggio non superiore ai centosessanta, centottanta chilometri. Certo, è anche vero che l’organizzazione non può fare come vuole: ci sono delle sedi di partenza e arrivo da trovare e dei percorsi da rispettare. Forse si potrebbe lavorare diversamente per quanto riguarda il posizionamento di alcune tappe: una giornata piatta che segue quella di riposo non è il massimo. Ma, come scritto poco fa, è troppo facile – e dunque impossibile – disegnare il Tour de France accontentando le voglie e le esigenze di tutti: consoliamoci pensando che l’edizione di quest’anno è stata pensata e realizzata fin troppo bene, specialmente se paragonata a tante sorelle del passato.

Le pochissime volate disputate fin qui riassumono perfettamente il contesto: non ci sono né una squadra né tantomeno un velocista di riferimento in grado di tenere la corsa sotto controllo e di centrare la vittoria di tappa con continuità. In questo momento ci sono cinque sprinter che in diversi frangenti finiscono per equivalersi: Gaviria, Viviani, Groenewegen, Bennett e Ackermann. Tre di questi non sono nemmeno al Tour de France. Rimangono Viviani e Groenewegen, che infatti hanno conquistato le uniche due volate a ranghi compatti, ma non hanno un vantaggio tale sui velocisti di seconda fascia da reputarsi tranquilli e da poter ridurre la sfida ad un semplice testa a testa: infatti, ci sono anche Ewan, Sagan, Matthews, Colbrelli, Trentin, Stuyven e Kristoff che sgomitano e si buttano nelle volate a ranghi compatti con la stessa furia dei primi due della classe. Questa sarebbe la volontà anche di Cavendish e Greipel, due baluardi della vecchia guardia che per motivi diversi non possono far parte della contesa: il primo è stato reputato inaffidabile a seguito di quanto fatto vedere nelle scorse stagioni – poco, purtroppo – e dunque ha dovuto lasciare il posto a Nizzolo; il secondo, invece, è in corsa ma la sua lucidità ha subito un’involuzione rapidissima: soltanto due anni fa esultava al Giro d’Italia e lo scorso anno sulle strade del Tour de France sembrava appesantito ma tutto sommato presente e pericoloso: quest’estate, tuttavia, Greipel corre in una squadra nuova – e più debole, va detto – e anche questo accentua la sua spiacevole situazione. L’ultimo velocista in grado di monopolizzare l’attenzione e gli ordini d’arrivo è stato Kittel, che soltanto dopo la fine del Tour de France svelerà cosa c’è nel suo futuro: intanto nel presente non sembra esserci nessuno in grado di usurpare il suo trono, che dunque resta vacante.

Vento, salite e finali da classiche: la classifica si muove e poi si ribalta

©Geraint Thomas, Twitter

Dopo dieci giorni di corsa vanno in archivio anche i primi verdetti sulla lotta nella generale. Il menù della corsa, alla voce classifica, offriva pietanze tutto sommato leggere, ma che si trasformano in indigeste per diversi uomini, grazie soprattutto a un disegno vario e ricco di trappole e a un atteggiamento sempre battagliero. La mancanza di un vero padrone e la presenza di una maglia gialla che fa dell’indole guerriera il suo marchio di fabbrica influenzano la condotta di gara e modificano le posizioni di vertice. La cronosquadre, un arrivo in salita e diverse tappe trabocchetto adatte a chi possiede una certa inclinazione alle classiche impegnative cambiano e ribaltano i destini degli uomini in lotta per la maglia gialla; una sfida che resta in ogni caso apertissima fino a Parigi. Salite vere? Finora poche, ma tra la crono in apertura, gli estenuanti su e giù in mezzo ai Vosgi e i ventagli verso Albi c’è molto da raccontare.

Innanzitutto che Bardet quest’anno proprio non va. La sua squadra è a mezzo servizio; lo si diceva alla vigilia dove alcuni uomini sono arrivati non al meglio e lo si è visto anche nella prova a squadre di Bruxelles. E per un team poco in salute, anche il capitano non brilla e anzi, su un arrivo adattissimo alle sue caratteristiche – La Planche des Belles Filles – è uno dei peggiori tra i papabili al successo finale. Cosa succede al classe ’90 della AG2R? Lo scopriremo quando la corsa entrerà nel vivo. Di certo su altri finali adatti, come quelli di Épernay e Saint-Étienne, piccole Liegi in terra di Francia, lui non ha mai messo il muso fuori dal gruppo, salvo una punturina vicino casa nella tappa di domenica. Spettacolo che, invece, hanno saputo offrire gli altri due connazionali attesi: Alaphilippe e Pinot.

Il francese della Deceuninck difficilmente potrà ambire a posizioni di vertice nella generale quando arriveranno Alpi e Pirenei, è vero, ma interpreta questa sua prima parte di Tour de France senza centellinare le energie, da leader antico di una corsa che negli ultimi anni sembrava ingessata verso un epilogo quasi scontato. E farà una certa rabbia vederlo, nelle tappe più dure, perdere la maglia gialla. Il francese della Groupama, invece, dopo aver dimostrato di essere il più in palla tra i big insieme a Thomas, dilapida tutto nella decima tappa, perdendosi in mezzo ai ventagli e retrocedendo in classifica generale. Tutto questo, però, vista la condizione espressa nelle tappe precedenti, non potrà che essere un bene. Un Pinot in forma e con qualche minuto da recuperare in classifica sarà ago della bilancia per il prosieguo del Tour e ci farà restare incollati al televisore: lo spettacolo sarà assicurato.

Tra gli uomini di classifica, dicevamo, brilla Thomas. Sull’unico in arrivo in salita – oltretutto adatto alle sue gambe esplosive – ha dimostrato di essere preparato a puntino. Ha corso poco e la cosa non è che ci esalti, anzi, però lui c’è e mostra una condizione da possibile vincitore del Tour. Il risultato nella cronosquadre e quello nella tappa di Albi gli ha permesso anche di mettere via un buon gruzzoletto su diversi avversari e ora tutti gli scettici si stanno ricredendo: Thomas è pronto per il bis. In casa Ineos, Bernal deve prendere le misure, ma sulla grandi salite potrebbe essere l’uomo in più: vedremo, come direbbe Gianni Bugno. La sfida alla maillot jaune nei prossimi giorni potrebbe essere intestina e a quel punto, una squadra che fa delle regole rigide in corsa e che difficilmente si affida all’improvvisazione o ai cambi di programma, su chi punterà? Il gallese forse ha qualche credito in più da spendere, se non altro per quel numero uno sulle spalle e per l’età.

©Endura, Twitter

In casa Movistar, Valverde spende tutto per la causa di due capitani che al momento si arrampicano come possono. La squadra è stata una grossa delusione nella cronometro, dove spesso gli uomini di Unzué si sono rivelati la sorpresa di giornata e invece hanno visto i propri scalatori perdere troppo dai diretti avversari. Se nell’unica tappa di montagna Quintana è stata la solite sfinge, difendendosi e arrivando in scia ai migliori, Landa ha messo in luce la sua consueta doppia faccia: partito come un razzo in una sorta di volata in salita, è finito per essere ripreso, risucchiato e poi staccato dal gruppo dei migliori. Poi, vittima di un clamoroso incidente verso Albi, scivola ulteriormente in classifica. Anche per lui come per Pinot vale un discorso simile: averlo dietro in classifica e con tutte le montagne da affrontare non può che significare vederlo all’attacco sin dalla prossima salita.

Adam Yates e Steven Kruijswijk provano con regolarità a stare nei piani alti di classifica  – e una top five è possibile per entrambi – mentre Fuglsang e Dan Martin, tra cadute, disattenzioni e forature hanno sofferto in modo particolare la prima parte di corsa, anche se alla resa dei conti il portacolori dell’UAE in classifica è subito in scia ai migliori. Nel caso del danese, poi, la squadra non sembra la stessa vista al Giro; appare meno solida ma attenzione: le tappe vere devono arrivare e non dimentichiamoci come lui, alla vigilia, era uno dei favoriti assoluti proprio per il cambio di passo che potrà dare in montagna. Lo scotto preso nella decima tappa a causa dei ventagli lo fa rimbalzare ulteriormente indietro in classifica: c’è da rimediare. Nel caso dell’irlandese, invece, la squadra non ha mai avuto tutta questa importanza nella conquista dei suoi risultati e quindi si correrà per gioie personali: Martin, al termine delle prime dieci frazioni, resta vivo per una top ten, Rui Costa a inseguire una tappa, Aru la condizione giusta.

A proposito di italiani: per Nibali abbiamo dedicato un capitolo a parte, mentre Ciccone non smette mai di stupire, ma pare difficile vederlo lottare per l’alta classifica, oltretutto anche lui è una vittima del trappolone di Albi; potrà battagliare, invece, per la maglia a pois e sarà spalla fondamentale di Richie Porte. Il tasmaniano ha superato la fatidica nona tappa, ma stavolta si è perso nella decima: fuori dai giochi per i ventagli, ora c’è tanto terreno da recuperare. Se Bennett esce di classifica completamente nella ormai arcinota frazione dei ventagli, Mas e Buchmann, nel silenzio più totale della loro regolarità, si inseriscono momentaneamente in quinta e sesta posizione a poco più di trenta secondi da Thomas: occhio anche a loro per un posto al sole in top ten. Rigoberto Urán, infine, dopo non aver esaltato nelle prime tappe, si perde tra il vento e scivola dietro in classifica: il sogno maglia gialla finale per lui, si fa sempre più complicato.

Chiudiamo con una tirata d’orecchio nei confronti della regia. Se durante il Giro abbiamo apprezzato diversi modi di raccontare con le immagini la corsa, su tutti il fondamentale split screen, non si può fare lo stesso discorso per la regia francese, che spesso e volentieri è andata totalmente nel pallone perdendosi diversi momenti decisivi di questa prima parte di Tour de France. Durante l’attacco di Alaphilippe a Épernay fino ai metri finali dell’appassionante testa a testa tra Ciccone e Teuns sullo sterrato de La Planche des Belles Filles, la regia ha optato spesso per lunghe inquadrature su corridori staccati – passi Bardet, ma le lunghe immagini con l’oramai nota Boasson Hagen Cam ci sono parse un po’ esagerate – speriamo in un cambiamento deciso con le tappe di montagna dove sarà fondamentale, per chi segue dalla televisione, avere una visione d’insieme più chiara e meno confusionaria delle fasi di corsa. E che dire del GPS? A volte fuorviante, a questo punto meglio il vecchio e intramontabile cronometraggio casalingo. A patto che le immagini di cui sopra aiutino.

 

Foto in evidenza: ©Tour de France, Twitter